Napoli, il povero arcivescovo
derubato da morto
e finito nel Decameron

Domenica 23 Gennaio 2022 di Vittorio Del Tufo
Napoli, il povero arcivescovo derubato da morto e finito nel Decameron

«La bellezza perisce nella vita, ma è immortale nell'arte»

(Leonardo da Vinci)

* * * 

Questa è una storia di ombre. E di un luogo - spettacolare - che continua a parlarci dal passato: un passato mitico e leggendario, affollato di nobili e cavalieri, martiri e santi, arcivescovi e uomini d'armi. Questo luogo è la cappella Capece Minutolo e si trova all'interno del Duomo, più esattamente all'angolo destro del presbiterio. Uno scrigno di tesori e di antiche memorie: la cappella, un angolo di Medioevo nel cuore della città, tra figure di angeli, santi e profeti ospita anche le spoglie dell'uomo a cui dobbiamo la costruzione del Duomo, edificato in età angioina sui resti delle antiche basiliche paleocristiane: Filippo Minutolo, consigliere di Casa d'Angiò, che fu arcivescovo di Napoli dal 1288 fino alla sua morte, nel 1301.

Le origini dei Capece Minutolo risalirebbero alla dinastia dei duchi Sergii, che hanno governato Napoli dall'840 al 1137. Ma secondo la leggenda alle origini della famiglia vi sarebbe il principe troiano Capis, che avrebbe poi fondato le città di Capua e poi Napoli. L'antica casata patrizia (afferente ai seggi di Capuano e Nido) ebbe ruoli rilevanti nella gerarchia politica ed ecclesiastica durante il secolo d'oro degli Angioini, quando Napoli era capitale del Regno. I Capece Minutolo erano rispettati, ma anche temuti, e durante le lotte dinastiche tra Angioini e Durazzeschi riuscirono a utilizzare le alterne fasi del conflitto tra le due dinastie e gli stessi pontefici per consolidare le proprie posizioni.

Fu Filippo Minutolo, autentico ispiratore della politica angioina (e suo principale beneficiario) ad avviare la ricostruzione del Duomo, con varie elargizioni da parte della famiglia Capece Minutolo e la partecipazione del popolo: ciascuna famiglia doveva contribuire alla costruzione della fabbrica elargendo un grano (monetina di rame) ogni mese per oltre due anni.
La cappella Capece Minutolo, originariamente addossata sul sacello dedicato a Pietro, l'apostolo preferito da Gesù e considerato dalla Chiesa il primo Papa, è in questi mesi al centro di uno straordinario intervento di restauro, promosso dalla stessa casata (che ha finanziato il progetto) e realizzato dall'associazione Friends of Naples, già protagonista del restauro dell'affresco di Mattia Preti sulla Porta San Gennaro, sotto l'alta sorveglianza della Soprintendenza.

* * *

Quanta storia, e quante leggende, in questo piccolo gioiello gotico incastonato nel cuore della cattedrale, e considerato ancora oggi uno dei monumenti più importanti della città. Filippo Minutolo venne sepolto nella cappella di famiglia, sulla parete destra, tra figure affrescate di cavalieri, lapidazioni e martìri. Filippo godeva di grosso credito presso Casa d'Angiò, e nel 1294 si recò in processione con il clero e i fedeli della città verso Castel Nuovo, dove soggiornava Celestino V, il Papa che fece per viltade il gran rifiuto, per convincerlo a non abdicare.

 

Da morto questo potente arcivescovo non trovò pace: dopo la sua augusta dipartita i ladri aprirono il sepolcro, asportando dal cadavere i ricchi ornamenti, tra cui preziosi monili. Questo episodio dovette impressionare moltissimo non solo i napoletani ma anche Giovanni Boccaccio, che al furto sacrilego avvenuto nel Duomo, di notte, si ispirò nel descrivere le avventure notturne dello sfigatissimo Andreuccio da Perugia: nella cappella Capece Minutolo è infatti ambientata la parte finale della quinta novella della seconda giornata del Decameron, durante la quale la salma del vescovo viene spogliata di tutti i suoi beni.

* * *

«Egli tentò più volte e col capo e con le spalle se alzare potesse il coperchio, ma invano si faticava: per che da grave dolor vinto, venendo meno cadde sopra il morto corpo dell'arcivescovo; e chi allora veduti gli avesse malagevolmente avrebbe conosciuto chi più si fosse morto, o l'arcivescovo o egli. Ma poi che in sé fu ritornato, dirottissimamente cominciò a piagnere, veggendosi quivi senza dubbio all'un de' due fini dover pervenire: o in quella arca, non venendovi alcuni più a aprirla, di fame e di puzzo tra' vermini del morto corpo convenirlo morire, o vegnendovi alcuni e trovandovi lui dentro, sì come ladro dovere essere appiccato». (Giovanni Boccaccio, Decameron - Seconda Giornata, Quinta Novella).

* * *

Sulla parete sinistra il sarcofago di Orso Minutolo, arcivescovo di Salerno; sull'altare della cappella il sepolcro di un altro arcivescovo, Errico Minutolo, che guidò la chiesa napoletana in un anno particolarmente turbolento della nostra storia, il 1389, trovandosi al centro di intrighi e lotte per il potere.

Molte cose, e tutte di una certa importanza, accaddero a Napoli nel lontano 1389. Quell'anno (il 17 agosto) venne descritto e documentato per la prima volta il fenomeno della liquefazione del sangue di San Gennaro, il prodigioso evento che da allora continua a ripetersi, tre volte all'anno, tranne i (rari) casi in cui il santo patrono decide di entrare in sciopero, e allora niente scioglimento dei sacri grumi, niente liquefazione, niente miracolo. Sempre quell'anno, più precisamente nel settembre 1389, fu nominato arcivescovo di Napoli Enrico Minutolo, che ricoprì questo incarico fino al 1400.

Erano mesi convulsi per la capitale del Regno, divisa tra l'obbedienza agli Angioini e quella ai Durazzeschi, sullo sfondo del grande Scisma d'Occidente. La città era nel caos, lacerata da una guerra civile che avrebbe lasciato sulle strade centinaia e centinaia di morti: da una parte gli Angioini di Francia, rappresentati dal potente e temutissimo Tommaso Sanseverino, un uomo brutale che non si faceva scrupolo di assassinare i suoi avversari politici; dall'altra il partito dei Durazzeschi, altrettanto assetato di potere. Dopo la morte di Carlo di Durazzo, la reggente Margherita, madre del piccolo Ladislao, l'erede al trono di appena dodici anni, era scappata a Gaeta per proteggere il figlio e sfuggire agli intrighi e ai veleni di corte. Così gli Angioini ebbero campo libero, anche grazie all'appoggio del re di Francia, Carlo VI, e dell'Antipapa di Avignone. Il miracolo di San Gennaro, che fu documentato per la prima volta nell'agosto 1389, fece risplendere di sovrannaturale la causa degli Avignonesi. Luigi II, che aveva dodici anni come il rivale Ladislao, ereditò i possedimenti detenuti dal padre e venne incoronato re. Ma nella tumultuosa Napoli di quegli anni il potere - quello vero - era esercitato soprattutto dagli uomini dei Sedili, i nobili dei grandi casati patrizi, con i loro uomini dislocati nei settori-chiave degli apparati politici, religiosi e amministrativi del Regno. Fu in questo clima - Ladislao di Durazzo sarebbe riuscito a conquistare Napoli solo nel 1399, a 22 anni, stroncando le velleità dei filo-francesi - che il Papa romano (Urbano VI) impose la nomina, come arcivescovo di Napoli, di Enrico Capece Minutolo.

* * *

Il pavimento a mosaico, le tre campate con volte a crociera. Un'icona di legno dorato con la Crocifissione e quattro Santi del senese Paolo di Giovanni Fei. Un ciclo di dipinti murali con figure di apostoli e profeti, scene del Nuovo Testamento, storie di martiri e santi. E i monumentali sepolcri di Orso, Filippo ed Enrico Capece Minutolo tra i volti degli altri componenti del celebre casato. Tesori d'arte che tornano a splendere grazie all'iniziativa e all'impegno della famiglia, alla passione dell'associazione Friends of Naples e al tenace lavoro dei restauratori (Francesco Esposito, Diego Ferrara e Francesca Bertagnin). Resa celebre dal Boccaccio, questa preziosa cappella «rappresenta il simbolo della rinascita in età angioina della città di Napoli e della sua eredità e vitalità civile, sia laica che spirituale», come sottolinea Giuseppe Capece Minutolo di San Valentino, presidente del Patronato Gentilizio della Cappella. Ancora oggi la famiglia Capece Minutolo (con i due rami di San Valentino e di Canosa) è proprietaria del monumento, come ricorda la scritta marmorea gotico-latina sul pavimento che ne anticipa l'ingresso, delimitando dunque lo spazio privato della cappella rispetto al resto dell'edificio religioso appartenente alla curia arcivescovile. Ieri, in età angioina, un simbolo di orgoglio e di rinascita, oggi un simbolo della città che guarda al futuro senza dimenticare il suo glorioso passato.

Ultimo aggiornamento: 25 Gennaio, 20:44 © RIPRODUZIONE RISERVATA