Naso 'e cane, l'ombra dell'ultimo guappo tra Eduardo e Totò

di Vittorio Del Tufo

«Panettie', a me Fatevi i fatti vostri non me l'ha detto mai nessuno!... La confidenza che ti ho dato t'ha fatto scurda' o nomme mio. È meglio ca t' o ricuorde: io mi chiamo Antonio Barracano!» (Eduardo De Filippo, Il sindaco del rione Sanità).

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«Si chiamava Campoluongo. Era un pezzo d'uomo bruno. Teneva il quartiere in ordine. Venivano da lui a chiedere pareri su come si dovevano comporre vertenze nel rione Sanità. Una volta ebbe una lite con Martino u capraro, e questo gli mangiò il naso. Questi Campoluongo non facevano la camorra, vivevano del loro mestiere, erano mobilieri. Veniva sempre a tutte le prime in camerino. Disturbo? chiedeva. Si metteva seduto, sempre con la mano sul bastone. Volete na tazza e cafè?. Lui rispondeva Volentieri. Poi se ne andava». Così il grande Eduardo descriveva il personaggio reale - Luigi Campoluongo - che ispirò il protagonista della commedia Il sindaco del rione Sanità, inserita dall'autore nella raccolta Cantata dei giorni dispari. Una delle più belle storie di teatro mai scritte.
La storia di don Antonio Barracano, l'eduardiano sindaco del rione Sanità, è notissima al grande pubblico. Barracano si muove in un ambiente povero, popolare, intriso di sottocultura ed illegalità. Il boss diventa così un punto di riferimento per tutti i suoi concittadini, dai quali è temuto e rispettato come una vera e propria autorità. Don Antonio usa il suo potere criminale, camorristico in senso ampio, per fare «giustizia», avendo, egli, una visione estremamente pessimista della giustizia ufficiale. È un sentimento di giustizia che nasconde un profondo desiderio di rivalsa, poiché nasce da un torto subito nel passato, quando Barracano faceva il pastore. Si era addormentato e le capre erano sconfinate nella tenuta sorvegliata dal guardiano Giacchino. Questi, cogliendolo nel sonno, lo aveva massacrato di botte ferendolo gravemente. Così, da giovane, il capraio Barracano commise un omicidio «per vendicare l'ingiustizia», ammazzando il guardiano della tenuta.

Cosa sappiamo, invece, di Luigi Campoluongo, il personaggio realmente esistito a cui si ispirò Eduardo per realizzare il suo capolavoro? Che fu un famoso guappo del rione Sanità. Che apparteneva a una famiglia di fabbricanti di legname e che, assurgendo al ruolo di arbitro delle controversie del rione, divenne di fatto il «sindaco» e il «giudice» della Sanità, padrone dei destini dei cittadini del quartiere. Cittadini di cui don Luigi teneva a bada i rancori, i furori, i desideri di vendetta. La gente andava in processione nel suo basso, tra i vicoli dov'era nato Totò. Gli esponeva il problema. E Campoluongo, spesso con un cenno del capo, faceva capire loro cosa fosse giusto fare o non fare. E se don Luigi diceva ai suoi concittadini che dovevano ricacciarsi il rospo in gola, quelli se lo ricacciavano in gola.

Come il don Barracano dell'universo eduardiano, anche il vero Luigi Campoluongo metteva pace tra le persone che nutrivano nei suoi confronti sentimenti di riverenza. Camorra d'altri tempi, intrisa tuttavia degli stessi sottovalori (e disvalori) criminali che rischiano di inchiodare intere zone della città a un eterno Medioevo. Come il personaggio di Eduardo, anche Campoluongo evitava ai poveracci del quartiere di ricorrere ai tribunali - dove per la loro ignoranza non sarebbero riusciti a ottenere il riconoscimento dei loro diritti - e allo stesso tempo permetteva loro di farsi giustizia da sé, senza per questo innescare altre violenze e altri delitti. Anche nel Sindaco del rione Sanità il tema ricorrente è l'iniquità della giustizia ufficiale. Alla quale don Barracano non crede: «La legge è fatta bene, sono gli uomini che si mangiano fra di loro... ecco: è l'astuzia che si mangia l'ignoranza. Io difendo l'ignoranza».
Era possibile, ai tempi di Campoluongo (e di Barracano) che l'autorità di una figura carismatica «potesse rappresentare un punto di riferimento per la soluzione di liti e di contrasti familiari» (Elio Palombi, Eduardo il Giudice del rione Sanità). Ma il don Antonio Barracano di Eduardo si muove in un'altra era geologica, tra le quinte di un rione che ha cambiato profondamente pelle rispetto all'epoca in cui il grande drammaturgo scrisse la commedia. Un quartiere in cui, accanto alla camorra violenta e spietata dei nuovi boss, delle stese e dei morti innocenti - come Genny Cesarano, ucciso negli stessi luoghi dove il vero Luigi Campoluongo esercitava le sue «mediazioni» - si affollano nuove speranze. Basti pensare all'esperienza della cooperativa che gestisce le Catacombe, ai ragazzi e alle ragazze che hanno messo il loro retaggio esistenziale al servizio di un progetto destinato a rilanciare uno dei luoghi-simbolo della città.

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Luigi Campoluongo, il vero sindaco (e giudice) del rione Sanità, era famoso con il soprannome di Naso 'e cane. Lo chiamavano così perché da ragazzo era stato morso sul volto da un altro guappo, Michele Aria detto Martino 'o capraro, che lo sfigurò mangiandogli il naso. In politica era un grande sostenitore di Achille Lauro. Campoluongo fu uno dei traghettatori della camorra dai tempi dell'Onorata Società e del processo Cuocolo alla camorra del secondo dopoguerra. Morì nel 1969. Quando nel rione scattò una retata di guappi, Naso 'e cane - che abitava in un basso - si rifugiò nella cappella di famiglia del cimitero della Doganella e lì rimase, ombra tra le ombre, per otto mesi. «Lo sapeva solo mia madre - ci racconta la figlia di don Luigi, Luisella Campoluongo 93 anni - che gli portava da mangiare». Poi Campoluongo trascorse un lungo periodo nell'isola d'Elba, per evitare altri guai. I familiari abitano ancora nel quartiere. Il pronipote, Ferdinando Campoluongo, fa il ragioniere e sfoglia il suo personale album dei ricordi.

«Mio nonno faceva parte dell'associazione che organizzava la festa del Monacone, ovvero la cerimonia che si svolge tutti gli anni in onore di san Vincenzo Ferreri, il santo del rione Sanità, uno dei 52 patroni della città. Fu amico di numerosi attori, cantanti, personaggi dello spettacolo. Che andavano a trovarlo nel suo basso: da Vittorio De Sica a Sofia Loren, da Franco Franchi a Ciccio Ingrassia, da Eduardo a Pasquale Squitieri».

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Una foto scattata nel 1950 da Pasquale Eliodori ritrae Campoluongo presso la Casina Rossa di Torre del Greco seduto a tavola con Totò. Fu lui che decise, e ottenne, di celebrare il terzo funerale del principe Antonio de Curtis, il 22 maggio 1967 nella chiesa di San Vincenzo alla Sanità, dove Totò era nato: un mese dopo le due esequie «ufficiali» (che si erano svolte a Roma e a Napoli) il rione Sanità doveva riprendersi la scena. Fu un bagno di popolo. E pazienza se i cittadini, quel giorno, piansero davanti a una bara vuota.

Era stata una storia di femmine a favorire l'incontro tra il ventenne Totò e il boss della Sanità. Il non ancora principe de Curtis - con buona pace della madre, che avrebbe voluto fare di lui un sacerdote - aveva messo gli occhi su una ragazza di via Cristallini, che purtroppo, però, era già impegnata. Per vendicare l'affronto, partì in direzione della Sanità una spedizione punitiva. Ma, narra la leggenda, il giovane Totò se la cavò benissimo e mollò un cazzotto in pieno volto a uno dei «giustizieri». La rissa non passò inosservata e il guappo del quartiere, Naso e cane, volle conoscere il ragazzetto: «Puortàtelo a casa mia».

Il sindaco del Rione Sanità andò in scena a Roma, al Teatro Quirino, il 9 dicembre 1960. Anni dopo, quando apparve sullo schermo Il Padrino di Coppola, Eduardo respinse ogni accostamento tra il boss della mafia, don Vito Corleone, protagonista del film (e del romanzo di Mario Puzo) e il guappo giustiziere della sua commedia. Guappo che con il suo paternalismo autoritario è solo una foto sbiadita nell'album di famiglia della camorra spietata e sanguinaria di oggi.
Mercoledì 26 Dicembre 2018, 19:13
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