Il dottor Burbero
e l'occhio clinico
che non falliva mai

Domenica 1 Novembre 2020 di Vittorio Del Tufo

«Gli altri clinici dicono quello che hanno letto, mentre lui dice quello che ha visto»

(Augusto Murri).
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«Ridete voi, ridete pure: voglio vedere se tra una settimana riderete ancora».
Quando Antonio Cardarelli era ancora giovane, alcuni suoi colleghi vollero fargli uno scherzo. Gli mandarono un loro complice che, fingendosi gravemente malato, chiese un consulto al medico. Cardarelli lo visitò ed emise la sua sentenza: «Nefrite cronica. Deve curarsi subito o rischia di morire». Prescrisse al paziente anche una terapia raccomandandogli di osservarla scrupolosamente. Quando i colleghi gli fecero notare, ridendo a crepapelle, che era tutta una burla, don Antonio non si scompose. «Io l'ho avvisato...». Dopo meno di una settimana l'uomo schiattò: il paziente era falso, ma la nefrite era vera. L'occhio clinico di Cardarelli non falliva mai.

Prima di morire - all'età di 96 anni, nella sua casa di via Costantinopoli - don Antonio Cardarelli ebbe il privilegio di finire, con il soprannome di Antonio Amati, in un racconto di Matilde Serao,

Il paese di cuccagna. «Tutta la gente lo chiamava, l'invocava, gli tendeva le mani, chiedendo aiuto, assediando il portone, le scale, la sua porta, la sua anticamera, cercandolo nell'ospedale, cercandolo nell'università, andando ad aspettarlo alla porta degli ammalati, con la pazienza e la rassegnazione di chi aspetta un salvatore». La fondatrice del Mattino non aveva inventato nulla. Negli ultimi decenni dell'Ottocento, a Napoli, il nome di Antonio Cardarelli correva davvero di bocca in bocca e il grande esponente della scuola medica napoletana veniva considerato un autentico taumaturgo, invocato dal popolo alla stregua di un santo. Ricorda Vittorio Paliotti, che ha raccolto a lungo le testimonianze dei nipoti, che la domenica, nella sua casa di via Costantinopoli, visitava gratuitamente «e talvolta dovevano accorrere le guardie per mettere ordine tra la folla».

L'uomo che ha dato il nome all'ospedale oggi in prima linea nella lotta al Covid era nato il 29 marzo 1831 a Civitanova del Sannio, in Molise. Ebbe come maestri Vincenzo Lanza, Antonio Villanova e Pietro Ramaglia e a ventidue anni era già laureato in medicina e chirurgia a Napoli, città di cui il giovane Antonio scoprì presto non solo la prestigiosa tradizione medica ma anche i fermenti politici legati al Risorgimento. Cardarelli, che non amava stare alla finestra, partecipò ai moti garibaldini e mazziniani e, finito nel mirino della polizia borbonica, rischiò di vedere i suoi progetti andare in fumo prima ancora di iniziare la carriera. Subito dopo la laurea conobbe la futura moglie, Nunziatina Giannuzzi, e volle partecipare a un concorso bandito dall'ospedale degli Incurabili, ma dimenticò di inoltrare i documenti. Non si perse d'animo e, con notevole faccia tosta e sprezzo del pericolo, si presentò sotto il nome di un concorrente che all'ultimo momento si era assentato. Così suo nipote, Lorenzo Sanguigno, raccontò l'episodio a Paliotti: «Zio Antonio svolse, con argomentazioni per quei tempi rivoluzionarie, un tema sulla scabbia, risultando primo in classifica. Subito dopo, però, alcuni altri concorrenti, che erano stati esclusi, protestarono presso il ministero della pubblica istruzione. Ma il presidente della commissione si impuntò:

O entra Cardarelli o andiamo via tutti noi, disse. Fu aumentato il numero dei posti, per non far torto a nessuno, e zio Antonio venne assunto agli Incurabili. In poco tempo diventò direttore di sala e poi consulente». (Vittorio Paliotti, Napoletani si nasceva).

Ordinario di patologia e poi di clinica medica, scienziato, deputato per tre legislature (dal 1880) e senatore del Regno (dal 1886) Cardarelli restò professore universitario fino a 91 anni per decreto reale, sempre rincorso dalla sua leggenda. Leggenda che - come quella di Domenico Cotugno, Mariano Semmola, Antonio Palasciano, Domenico Cirillo, Leonardo Bianchi, Giuseppe Moscati e tanti altri - ha fatto grande la scuola medica napoletana.
Don Antò, fate luce, gli chiedevano i colleghi più giovani. E lui, con uno sguardo, faceva luce. Il suo sguardo sugli ammalati divenne talmente celebre che quello di Cardarelli è ancora oggi considerato «l'occhio clinico» per eccellenza. Il suo occhio non ammetteva repliche. Dietro il suo formidabile intuito si nascondeva, in realtà, una approfondita conoscenza della semeiotica, ovvero di quella branca della medicina che addestra a scoprire le malattie dai segni nonché dalla storia clinica dell'ammalato. Don Antonio, virtuoso della semeiotica, sapeva riconoscere tutti i segni, anche quelli minimi, che le malattie imprimono sul fisico di chi ne viene colpito.
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Nel 1927, sull'amena (allora) e salubre (allora) spianata a monte dei Colli Aminei, fu avviata, su progetto del giovane architetto Alessandro Rimini, la costruzione del Nuovo Ospedale Moderno di Napoli. In pieno regime fascista al nuovo nosocomio - che sostituì, come ospedale pilota della città, il mitico complesso degli Incurabili sulla collina di Caponapoli - fu dato il nome «23 marzo», per ricordare la data di fondazione dei fasci di combattimento. Fu solo nel 1943, quando cominciò la sua attività, che il complesso fu intitolato ad Antonio Cardarelli. Giusto tributo al genio della diagnostica che fu il medico di fiducia, tra gli altri, di Giuseppe Garibaldi e di due re, Vittorio Emanuele II e Umberto I.

Come il Dr. House della famosa serie tv - il medico sgorbutico che ha conquistato il mondo - Antonio Cardarelli aveva un carattere brusco e a volte appariva impietoso, non usava mai mezzi termini nel comunicare le sue diagnosi e non amava essere contraddetto. Aveva l'abitudine di farsi offrire una tazza di brodo di pollo dai familiari degli ammalati benestanti che si recava a visitare. «Una volta - raccontò il nipote - giunto a casa di un paziente, andò direttamente nel salotto a sorbire il brodo, anziché nella camera da letto. Come, non volete visitare prima l'infermo?, gli fu chiesto. È inutile, fra pochi minuti sarà morto, disse. Ed effettivamente il poveretto spirò meno di un quarto d'ora dopo». Un'altra volta diagnosticò la tubercolosi a un artista, mentre era seduto tra il pubblico al teatro San Carlo.

Con la famosa cantante Elvira Donnarumma, invece, sbagliò. A vent'anni, malaticcia e sofferente, la Donnarumma gli chiese un consulto. «Letto e poltrona, poltrona e letto», gli rispose Cardarelli. Lei non gli diede retta e la sua carrierà prese il volo. Anni dopo si incontrarono in un teatro e lei, sorridente, lo affrontò.«Prufessò, vi ricordate quello che mi diceste?».
«Figlia mia, cosa ci volete fare? Noi medici siamo tanti somari!».

Chiedevano di essere visitati da lui anche Giuseppe Verdi e il filosofo Benedetto Croce. Quest'ultimo lodò i responsi medici Cardarelli scrivendo: «Fin da quando ero giovane, le mie diagnosi e prognosi letterarie erano diventate così famose per la loro esattezza e sicurezza tra i letterati di Napoli, che mi chiamavano il don Antonio Cardarelli della letteratura».

Nel 1923, quando fu costretto, dalla nuova legge, a ritirarsi dall'insegnamento, un corteo affollatissimo di giovani allievi della facoltà di Medicina, proveniente dalla sede centrale dell'Università al Rettifilo, sfilò in via Santa Maria di Costantinopoli, trainando a mano una carrozza senza i cavalli. «Il corteo era seguito da una folla di professori universitari, medici e gente del popolo, ed era accompagnato da lancio di fiori e da scroscianti applausi dei passanti. In quella carrozza sedeva un vecchio signore, piccolo ed elegante, che sorrideva dietro i suoi candidi baffi bianchi: era Antonio Cardarelli, il grande clinico» (Andrea Jelardi, Giuseppe Moscati e la scuola medica beneventana).

Quando il Cardarelli venne inaugurato, nel 1934, don Antonio era morto da sette anni. Era il 7 gennaio 1927 e il medico taumaturgo sapeva perfettamente che quello sarebbe stato il suo ultimo giorno. Riunì attorno a sé gli amici e i parenti più stretti e rimproverò, stavolta dolcemente, i suoi colleghi medici che cercavano di rincuorarlo, dicendogli che sarebbe sopravvissuto. Ai suoi funerali parteciparono più di duecentomila persone. 

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