«Bagnoli deve morire»,
l'ultima danza davanti al Moloch

Domenica 7 Novembre 2021 di Vittorio Del Tufo
«Bagnoli deve morire», l'ultima danza davanti al Moloch

«Eppure la parola, quando fu detta
parve al di là di ogni sapere: incomprensibile
Deve morire Admeto. Quando? Adesso».

(Rainer Maria Rilker, Alcesti)

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Prima che l'Italsider finisse all'inferno, la sirena dettava i tempi della vita: il fischio delle sei e trenta svegliava tutta Bagnoli, il fischio delle ventidue e quarantacinque segnava la ritirata per i figli degli operai, che al suono della sirena dovevano precipitarsi a casa. La sirena dell'Italsider oggi è un reperto di archeologia industriale: realizzata dalla società che fabbricava le sirene d'allarme durante la Seconda guerra mondiale, è custodita presso il circolo Ilva, assieme ad altri frammenti di un mondo scomparso. Al circolo è conservato anche il presepe siderurgico, realizzato dal saldatore Stefano Cantile (che già aveva collaborato con l'artista Giancarlo Neri) con alcuni rottami dell'Officina Meccanica: rondelle metalliche, pezzi di lamiera, corone di ingranaggi, marmitte di automobili e camion.

La sera gli abitanti della città rossa e nera - Ferropoli - si vedevano al Sandomingo, dove c'era sempre qualcuno che raccontava aneddoti straordinari e tutti gli altri disposti a fare le ore piccole per ascoltarlo. Il bar Sandomingo sorgeva, e sorge, in viale Campi Flegrei, nei pressi del sottopasso della Cumana. Oggi è frequentato soprattutto dai figli degli operai, quelli che ancora vivono nel quartiere.

Adesso che le ciminiere sono spente, la sede del circolo Ilva è un teatro della memoria viva. «Qui c'è la storia dei nostri nonni e dei nostri genitori, ma anche della nostra generazione, fatta di uomini e donne che si sono formati ed educati nel grande contenitore chiamato fabbrica, Italsider o semplicemente o cantiere», dicono Vittorio Attanasio e Guglielmo Santoro, rispettivamente presidente ed ex presidente del sodalizio di via Coroglio. Questo contenitore ha permeato di sé non solo il quartiere di Bagnoli ma l'intera città, trasformando in patrimonio collettivo le conquiste dei lavoratori, per tanti anni impegnati in un ambiente certamente non confortevole, anzi per molti versi pericoloso.

Il moloch dava da vivere a migliaia di persone ma vomitava a mare, ogni ora, venti milioni di litri di veleni, e altrettanti ne spediva in cielo sotto forma di gas e polvere. Eppure l'acciaieria era un luogo a suo modo mitico. Esisteva una mistica dell'altoforno: nel libro di Ermanno Rea, La dismissione, Vincenzo Buonocore Buonavolontà racconta di operai coraggiosi fino all'insensatezza che rifiutando l'uso di indumenti protettivi, a torso nudo, con la lancia ossidrica manovrata a mano, bucavano il tappo di copertura del foro di colata in maniera da lasciare la ghisa libera di sgorgare dal ventre dell'altoforno. «L'altoforno, ma forse tutta l'acciaieria, è un universo popolato da persone convinte di essere venute al mondo per mostrare quanto spirito eroico risieda, per tradizione, dentro di loro».

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Attorno all'altoforno si svolgeva una specie di danza rituale: nessuno può agire separato, il movimento di ogni operaio è sincronizzato con il movimento di tutti gli altri, dal momento in cui viene riempita la benna di carico fino al momento dello spillaggio, quando la materia zampilla come magma dalle viscere del vulcano «incamminandosi viscida, rossa e solenne - come scrisse Rea - lungo un solco che subito si divarica obbligando il magma a dividersi: la ghisa da un lato, la loppa dall'altro».

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Via Diomede Carafa 21, otto scale, 105 famiglie. Tutte case dell'Ilva, case operaie. Qui abitava Carlo Bennato, padre dei tre fratelli Edoardo, Eugenio e Giorgio. Bagnoli è rimasta nel sangue e nella pelle dei fratelli Bennato. Carlo entrò come operaio, poi passò all'ufficio prodotti, dove aveva rapporti con gli spedizionieri. A casa parlava poco del suo lavoro, ma con i soldi della fabbrica finanziò le prime lezioni di chitarra (Edoardo), fisarmonica (Eugenio) e benjo (Giorgio) dei tre figli.

Altre generazioni, stessa passione operaia. L'ingegnere Giovanni Capasso, assunto nel maggio 1986 all'Italsider di Bagnoli assieme a un'altra ventina di giovani laureati - di fatto, uno degli ultimi caschi gialli - durante la dismissione ha scelto di andare controcorrente. Mentre tutti lavoravano allo smantellamento delle strutture, lui raccoglieva e portava a casa pezzi di archeologia industriale che, altrimenti, sarebbero andati persi o distrutti.

Recentemente Giovanni ha ricordato in un libro (pubblicato per Martin Eden, a cura di Giuseppe Pesce) la sua esperienza alla guida dell'archivio storico di Bagnoli. Tra gli aneddoti recuperati dalle nebbie del passato, che ama raccontare, v'è quello legato alla cosiddetta «mazza a tre», uno strumento infernale che veniva utilizzato, tanti anni fa, per frantumare la ghisa: un lavoro talmente duro che agli inizi del Novecento era destinato ai carcerati di Nisida. Un giorno - ricorda - parlai con alcuni colleghi delle foto che avevo trovato in archivio. Un collega, Pietro Nannola, mi chiese se per caso avessi recuperato qualche vecchia immagine degli operai che usavano la mazza a tre. Mi ricordai di alcune foto che avevo visto e gliele mostrai. Appena le vide riconobbe il padre (che non c'era più) e scoppiò a piangere come un bambino. Adesso capisco, disse, perché stava sempre stanco ed incazzato».

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Fu Capasso, il giorno della demolizione (con esplosivo) della torre piezometrica (il 25 febbraio 1998) ad accompagnare nella grande fabbrica che collassava il musicista Daniele Sepe, il quale cercò di tradurre in note, dal terrazzo del laminatoio, il suono del gigante abbattuto; il suono di un mondo che scompariva.

Compagni, avanti il gran partito
noi siamo dei lavoratori
Rosso in petto un fiore c'è fiorito
e una fede c'è nata in cuor
(Quel giorno Daniele Sepe, dalla balaustra del terrazzo del laminatoio, imbracciò un sassofono e fece piovere sulla folla in attesa del crollo le note rabbiose, disperate, dell'Internazionale).

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Era la fine degli anni 80. Bagnoli doveva essere chiusa, a ogni costo. E poco importava se erano stati spesi oltre mille miliardi per ristrutturarla. Il nuovo, modernissimo treno di laminazione era rimasto in funzione solo cinque anni. A nulla valsero i sacrifici a cui erano stati chiamati i caschi gialli, a nulla servirono le parole dei politici di ogni colore che si affollavano al capezzale dello stabilimento. Bagnoli doveva essere chiusa perché il suo bilancio continuava a essere in rosso a causa soprattutto degli interessi passivi dovuti ai prestiti bancari ricevuti per finanziare la ristrutturazione. Doveva scomparire dalla faccia della terra perché, fu detto (e mai questione fu più controversa), le previsioni sull'andamento del mercato dei laminati sottili (i cosiddetti coil) erano di segno totalmente negativo.

La chiusura della fabbrica, lo smantellamento, l'horror vacui del futuro. Un insopportabile conto alla rovescia. La consapevolezza che dopo nulla sarebbe stato più come prima. Gli uomini e le donne di Bagnoli hanno vissuto come una lenta agonia la dismissione della loro città di fumo e di ferro, di sangue e di acciaio, che è stata parte integrante della loro (e della nostra) vita. Fino all'ultimo giorno, fino all'ultima colata. Era l'ottobre del 1990 e, come raccontò Vincenzo Buonocore a Ermanno Rea, «quando anche l'ultima goccia di metallo si era trasferita in basso, l'uomo addetto alla lingotteria aveva strozzato il tubo scaricatore mentre il tecnico di esercizio dava il segnale di ultima colata. Non so chi scrisse che tra i presenti c'era stato qualcuno che si era coperto il volto con le mani. Giuro che non fui io a compiere quel gesto: non c'era emozione nel mio cuore. Soltanto un grande gelo».

(2/ fine

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