Il segreto di Isabella,
la nobile mummia
che “stregò” Leonardo

Domenica 24 Aprile 2022 di Vittorio Del Tufo
Il segreto di Isabella, la nobile mummia che “stregò” Leonardo

«La pittura è una poesia muta, e la poesia è una pittura cieca»

(Leonardo da Vinci)

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Che la chiesa di San Domenico Maggiore sia uno scrigno di meraviglie lo sanno bene tutti coloro che vi sono entrati almeno una volta nella vita. Che vi si trovino i corpi, mummificati, dei re aragonesi e della loro nobile stirpe è notizia anch'essa piuttosto nota, anche se a un pubblico più ristretto. Qui è sepolta l'intera dinastia che, tra il 1442 e il 1503, fece la storia di Napoli. Dopo i sovrani di Casa d'Aragona, e per oltre due secoli, la città scomparve dal concerto delle grandi potenze e diventò, come scrisse Antonio Ghirelli, «una provincia periferica costretta a cercare spazio nell'immenso contesto dell'impero spagnolo» (Storia di Napoli). Pochi sanno, invece, che le celebri Arche del Passetto dei Morti - il ballatoio della sacrestia con i 42 sarcofagi funerari che accolgono i corpi di dieci re e principi aragonesi deceduti tra la seconda metà del Quattrocento e l'intero Cinquecento - siano in qualche modo legate a uno dei gialli più famosi della storia dell'arte, il mistero del volto nascosto dietro il dipinto più celebre al mondo: la Gioconda di Leonardo da Vinci.

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Gli Aragonesi, che mummie. Gli splendidi bauli che occhieggiano dal sottile ballatoio posto a 4 metri di altezza dal pavimento della sacrestia della chiesa, rivestiti di velluti in seta di diverse trame e bullonati secondo il costume del primo Rinascimento, custodiscono i cadaveri imbalsamati di uomini, donne e bambini. Fu Filippo II di Spagna a disporre, nel 1594, che i singolari feretri, prima sparsi nella chiesa, venissero radunati in questo Pantheon aereo. Un tempo, tra i corpi imbalsamati, c'era anche quello di Alfonso d'Aragona, il re Magnanimo, morto di malaria nel 1458. Ora invece la sua cassa è vuota: le spoglie del sovrano - che entrò vittoriosamente a Napoli nel 1442 ponendo fine all'interminabile guerra con gli Angioini - furono traslate nel 1668 in Spagna. Era stato lo stesso re aragonese a esprimere, nel testamento, il desiderio di essere portato nel luogo dove erano sepolti i suoi antenati. Tra le salme v'è invece quella di Isabella d'Aragona, figlia di Alfonso II d'Aragona e di Ippolita Maria Sforza.

Ma chi era Isabella? E qual era il suo legame con Leonardo? La figlia di Alfonso II è stata certamente una delle figure più affascinanti del Rinascimento italiano. Nel 1489 sposò il cugino, il Duca di Milano Gian Galeazzo Sforza: fu un matrimonio combinato, dettato dalla necessità di rafforzare i rapporti tra i due stati. Quanto a festeggiamenti, i sovrani non badarono a spese. Nel Castello Sforzesco di Milano vennero organizzati spettacoli con fontane di luce e acqua, giochi meccanici ed eventi teatrali. E a sovrintendere alla macchina scenica fu il grande Leonardo da Vinci, che in quegli anni viveva alla corte di Ludovico il Moro. Grazie a Leonardo, le nozze tra Isabella e Gian Galeazzo passarono alla storia come la Festa del Paradiso. Così, giusto per volare basso.

Il povero Duca di Milano morì ad appena 25 anni, probabilmente fatto avvelenare dallo zio, Ludovico il Moro, che dopo la morte del nipote prese il suo posto; i rapporti tra il Ducato di Milano e il Regno di Napoli si guastarono irrimediabilmente e Isabella cadde in disgrazia. Nel 1497 venne trasferita con le sue figlie a Milano, mentre il piccolo figlio Francesco, erede legittimo del ducato e per questo soprannominato il Duchetto, le fu sottratto. Terribile destino, quello del figlio di Isabella d'Aragona: non tornò mai più a Milano e morì nel 1512 in seguito ad una caduta da cavallo. Alla madre, che pagò un prezzo molto alto agli equilibri della Storia, venne concesso invece il feudo di Bari.

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Negli anni lombardi Isabella, mecenate e umanista, aveva stretto un legame molto solido con Leonardo. L'artista avrebbe riempito il vuoto e la solitudine della vedova di Gian Galeazzo proprio nel momento più drammatico della sua esistenza. La tragica scomparsa del marito, le pretese dello zio usurpatore e la vittoriosa avanzata dell'esercito di Carlo VIII di Francia contro il Regno paterno avevano gettato la figlia di Alfonso II in uno stato di profonda prostrazione e l'artista tanto ammirato sarebbe passato in poco tempo dal ruolo di confidente a quello di amante. Tesi, quest'ultima, accreditata con forza soprattutto dalla storica tedesca Maike Vogt-Luerssen, studiosa del Rinascimento italiano, secondo la quale Isabella d'Aragona avrebbe addirittura avuto dal Maestro cinque figli, due dei quali riposerebbero accanto alle spoglie della madre nella sagrestia del Convento di San Domenico Maggiore a Napoli. Ipotesi affascinanti ma destinate a rimanere prive di riscontro, a meno di non riesumare i cadaveri procedendo a nuovi esami del Dna.

Ma le ipotesi affascinanti non finiscono qui. L'esistenza di un legame sentimentale tra il maestro toscano e la napoletana Isabella D'Aragona autorizza a pensare l'impensabile: potrebbe appartenere proprio a Isabella, e non a Lisa Gherardini, sposa del mercante fiorentino Francesco del Giocondo, l'enigmatico volto ritratto da Leonardo nel più celebre e discusso dipinto di tutti i tempi. E questo spiegherebbe il motivo per il quale Leonardo abbia gelosamente tenuto con sé il capolavoro tutta la sua vita, prima di donarlo al re di Francia Francesco I. A sostegno di questa tesi si cita la stupefacente somiglianza tra il ritratto di Monna Lisa (L'Isa-bella d'Aragona?) e quello di Isabella d'Aragona realizzato da Raffaello, esposto presso il Palazzo Doria di Roma. Altri indizi: i riferimenti al casato d'Aragona-Sforza impressi in alcuni ricami del vestito della Gioconda e il suo stesso abito, che richiamerebbe il vestito da lutto in uso tra le donne della famiglia Sforza. Tra il 1489 e il 1494 Isabella indossò effettivamente il lutto per la perdita della madre Ippolita. Tutto vero? Tutto falso? Quel che è certo, tra tanti misteri, è che l'eterna disputa sul volto della Gioconda passa anche per San Domenico Maggiore, che con i suoi ottocento anni di vita si conferma un luogo di meraviglie d'arte, oltre che di passioni religiose.

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E a San Domenico Maggiore un'altra traccia, di straordinaria bellezza, porta a Leonardo Da Vinci e al suo genio: il Salvador Mundi di scuola leonardesca, appunto, conservato nella Sala degli Arredi Sacri. Il Cristo Benedicente raffigurato nella tavola è tratto da un dipinto recentemente attribuito a Leonardo e venduto all'asta da Christie's per 450 milioni di dollari: l'opera più costosa mai acquistata da un privato.

Il Salvador Mundi napoletano ha avuto il suo grande momento di notorietà nel gennaio 2021, quando venne ritrovato in una camera di un appartamento di via Strada Provinciale delle Brecce a Napoli, dopo essere stato trafugato dal museo della basilica. Il piccolo, prezioso dipinto proviene dall'antica cappella della famiglia Muscettola nella basilica napoletana. Fu probabilmente acquistato da Giovan Antonio Muscettola, esponente dell'omonima famiglia consigliere di Carlo V e suo ambasciatore alla corte papale, durante una delle sue missioni diplomatiche svolte al Nord, forse proprio a Milano.

Del furto del Salvador Mundi di San Domenico Maggiore nessuno si era accorto, complice il lockdown. L'armadio nel quale era custodito si poteva aprire solo con una chiave antica, custodita in una cassaforte, e questo ha spinto gli inquirenti a seguire la pista del complice interno. Pista che ad oggi non ha trovato però alcun riscontro. Un mistero in più nascosto tra le ombre del centro antico. 

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