«Sei un giornalista?
Morirai di fame»,
e fu un capolavoro

Domenica 14 Novembre 2021 di Vittorio Del Tufo
«Sei un giornalista? Morirai di fame», e fu un capolavoro

«Quando trovo in questo mio silenzio una parola
scavata è nella mia vita come un abisso»

(Giuseppe Ungaretti)

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Si sta voce te sceta int''a nuttata, mentre t'astrigne o sposo tujo vicino Statte scetata, si vuó stá scetata, ma fa' vedé ca duorme a suonno chino

A poco più di vent'anni Edoardo Nicolardi decise che gli studi di giurisprudenza non facevano per lui. Era l'alba del nuovo secolo - il Novecento - e il «signorino Edoardo» aveva un'autostrada davanti a sé: il giornalismo. Suo padre, infatti, era l'amministratore unico de Il Mattino e grazie a solidi agganci il ragazzo non ebbe difficoltà a entrare, come redattore, in un quotidiano molto popolare a quei tempi, il Don Marzio.

Quando non era al lavoro don Edoardo se la spassava. Scapolo impenitente, compose in quegli anni con Ernesto Murolo un autentico inno al celibato: «Cu cche core uno se' nzora/ quanno tene chi stu mare». La gente del vicinato, nel rione Stella, ammirava i suoi baffi a torciglione e sospirava: «Si vede proprio che è nu poeta!».

Ma nel 1903, a venticinque anni, il poeta scuitato si redime. Arrivano i tormenti del cuore. Perde la testa per una ragazza di diciott'anni che abita nei pressi della sua abitazione, si chiama Anna ed è la figlia di un commendatore. I due giovani cominciano a scambiarsi furtivi bigliettini, si concedono brevi passeggiate. Poi il signorino prende coraggio, e dopo essersi accertato che i suoi sentimenti sono corrisposti, decide di affrontare, con l'inseparabile cappello di paglia e il bastone di bambù, i genitori di lei, che abitano in via Stella. Quell'appuntamento, dove tutto andrà storto, sarà all'origine della nascita di una delle più belle canzoni d'amore di tutti i tempi.

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Nun ghí vicino ê llastre pe' fá a spia, pecché nun puó sbagliá sta voce è a mia... È a stessa voce e quanno tutt'e duje, scurnuse, nce parlávamo cu o vvuje.

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Il commendatore Gennaro Rossi, padre di Anna, facoltoso e burbero commerciante di cavalli da corsa, accoglie Edoardo in un salotto pieno di mobili dorati. Lo squadra dalla testa ai piedi standosene seduto sulla sua poltrona a forma di trono. Poi sibila: «Allora giovanotto: desiderate acquistare un mangiachilometri, un puledro, un destriero? Ne ho di tutte le razze, ditemi».

Molti anni dopo - in un ristorante specchiato sul mare, sulle note strazianti di un posteggiatore ambulante, durante una cena di famiglia per l'anniversario di nozze - sarà lo stesso Nicolardi, autore di alcune canzoni fra le più note del repertorio popolare napoletano del 900, a raccontare al figlio Ottavio cosa accadde quel pomeriggio a casa del commendator Rossi. E Ottavio, cancelliere presso la corte d'appello, scrittore a sua volta e genero di E.A. Mario, autore della Leggenda del Piave, riferirà quel racconto a Vittorio Paliotti, giornalista e scrittore, storico della canzone napoletana. Paliotti ha dedicato alla storia di Edoardo e Anna uno dei capitoli più belli del suo ultimo libro, «Napoli grandi amori, dal 1300 a oggi», pubblicato dalle Edizioni del Delfino. Uno splendido affresco di amori non sempre a lieto fine: storie di passioni felici o infelici di re e regine, poetesse e cortigiane, guerrieri, artisti e fannulloni. Una lunga cavalcata che comincia nel Trecento (Boccaccio e Fiammetta) e continua con Giovanna II, la regina di cuori; con il madrigalista Gesualdo da Venosa e la sua folle gelosia per la moglie Maria d'Avalos; con re Alfonso d'Aragona e donna Lucrezia d'Alagno; con le loro maestà Ferdinando e Carolina e tanti, tantissimi altri.

Ma tuffiamoci nelle atmosfere della Napoli del 1903 e vediamo come andarono le cose quel pomeriggio in via Stella.
«Allora, giovanotto. Proprio in questi giorni un cavallo proveniente dalla mia scuderia ha vinto una corsa a ostacoli all'ippodromo di Londra, volete vedere le foto?».
«Veramente, commendatore, sono qui per tutt'altri motivi. Io sono invaghito della signorina vostra figlia, e mi onoro di chiedervene la mano».
«Voi?».
«Si commendatore. Se non mi inganno la signorina vostra figlia non è insensibile ai miei sentimenti».
«Che professione fate?».
«Il giornalista e scrivo anche poesie».
«Quali beni di fortuna avete?».
«Sono un lavoratore. All'occorrenza faccio anche i turni di notte, al giornale, per guadagnare qualcosa in più».
A quel punto, secondo il racconto di Ottavio Nicolardi, il commendatore si lascia andare a un'intemerata che incenerisce il povero Edoardo.
«Ma come osate? Ma lo sapete mia figlia quanto porta di dote? Lo sapete? Un poeta! Un giornalista! I giornalisti, caro voi, muoiono tutti di fame. E i poeti per lo più si suicidano!».

Così, mazziolato per bene e messo alla porta, il cuore a pezzi, il signorinoprende la via di casa. Non tarderà a scoprire che per maritare la figlia il burbero commendatore ha già puntato gli occhi su un suo cliente, tale Pompeo Corbera, che possiede mezza Ischia, è in trattative per comprare un albergo ed è proprietario di case coloniche, terme e terreni. E pazienza se don Pompeo ha più del doppio degli anni di Anna: l'aspirante suocero bada solo ai suoi affari, che vengono prima della felicità di sua figlia.

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Si sta voce te canta dint''o core, chello ca nun te cerco e nun te dico; tutt''o turmiento e nu luntano ammore, tutto ll'ammore e nu turmiento antico

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Quando don Gennaro riferisce le sue intenzioni alla figlia, Anna prova a combattere con tutte le sue forze. Piange, si dispera, si rifiuta di mangiare. Ma alla fine, pur innamorata di Edoardo, è costretta a cedere alla volontà paterna. Sposa don Pompeo e si trasferisce con lui in una casa di via Santa Teresa. Una casa dalle grandi finestre che si affacciano sulla strada. Edoardo, che non riesce a rassegnarsi, passa e ripassa davanti a quelle finestre, anche di notte. Immagina la donna amata alzarsi e spiare la strada per scorgere l'ombra del suo spasimante. Una notte gli sembra di vederla, vicino e llastre pe' fá a spia. Il giorno dopo, seduto a un tavolino del Gambrinus, preso da un'ispirazione febbrile scrive di getto il testo di una poesia, Voce e notte, nella quale riversa la sua ossessione, i suoi rimpianti, il suo dramma d'amore.

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Qualche giorno dopo un altro cliente abituale del Gambrinus, Ernesto De Curtis, legge le strofe dell'amico e lo trascina quasi di peso nel negozio di strumenti musicali Napolitano in piazza Carità. «In due giorni la melodia di Voce e notte nasce dal pianoforte esposto nella vetrina su piazza Carità. Fuori si forma una piccola folla, e per prodigio la Voce subito si diffonde» (Pietro Gargano e Gianni Cesarini, La canzone napoletana).

Il cielo è clemente con i poeti innamorati. O, quanto meno, quella volta lo fu. La storia di Edoardo e Anna ebbe un lieto fine. Qualche mese dopo il matrimonio don Pompeo ebbe un colpo al cuore e passò all'altro mondo, lasciando la vedova, nel frattempo diventata maggiorenne, libera di sposare l'uomo che amava. Quella voce nella notte continua a parlarci dal passato, per ricordarci che nessun amore è impossibile.

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Dille accussí: «Chi canta int'a sta via, o sarrá pazzo o more e gelusia! Starrá chiagnenno quacche nfamitá Canta isso sulo Ma che canta a fá?!» 

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