Un teatro tra i cortili,
il fantasma di Neapolis
che deve tornare vivo

Domenica 21 Marzo 2021 di Vittorio Del Tufo
Un teatro tra i cortili, il fantasma di Neapolis che deve tornare vivo

«Tutto quello che è interessante accade nell'ombra, davvero. Non si sa nulla della vera storia degli uomini»

(Louis-Ferdinand Céline).

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Un labirinto di volti, di voci, di storie, di memorie, di pietre e di ombre. Questa, oggi, è la zona dove anticamente sorgeva il Teatro Romano di Neapolis. La città di pietra e di lava ha una storia ultramillenaria, ma è come se sotto questa storia si muovessero tanti percorsi o tunnel segreti, nei quali è conservato molto più di quanto non viene esposto: sicuramente è conservato molto più di quello che ad un livello superiore è stato cancellato dalla storia, dal cemento o dal degrado.

Rieccoci nei luoghi del passato, a ricostruire la toponomastica della memoria. Dalla strada dell'Anticaglia si apriva la Somma Piazza dove sorgeva il Pozzo Bianco in marmo, che si diceva fosse decorato con incisioni del poeta latino Virgilio. Addentrarsi nello spazio tra il Decumano Superiore e quello Maggiore significa camminare a ritroso nel tempo. Nell'area di piazza San Gaetano, dove il Decumano Maggiore si allargava a formare l'agorà greca e poi il Foro dell'antica Neapolis, il centro della vita cittadina, vi è la più intensa concentrazione di reperti archeologici, noti ma non ancora portati alla luce.

La chiesa di San Paolo Maggiore fu costruita sul tempio pagano dedicato ai Dioscuri, Castore e Polluce, i figli di Zeus condannati a vivere e morire a giorni alterni. Sul sito di un edificio sacro del VI secolo e di un antico macellum, il mercato di epoca romana, sorge invece la chiesa di San Lorenzo Maggiore. La chiesa attuale, iniziata dopo il 1270, fu promossa da Carlo I d'Angiò: vi lavorarono architetti francesi, che idearono l'abside poligonale con il deambulatorio diviso in cappelle. In questa chiesa il sabato santo del 1334 Francesco Boccaccio, che all'epoca aveva 21 anni ed era un giovane e promettente banchiere, incontrò una delle più belle donzelle della nobiltà napoletana, invaghendosene all'istante: era Maria d'Aquino, figlia naturale di Roberto d'Angiò. Fu lei la Fiammetta che Boccaccio rese immortale nelle sue opere.

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Alle spalle del tempio dei Dioscuri, ecco il fantasma del Teatro Romano, al centro di un infinito progetto di restauro (anche se il Comune, come anticipato domenica scorsa da L'Uovo di Virgilio, sta perfezionando proprio in queste settimane le pratiche di esproprio per dare uno sprint ai lavori finanziati con i fondi del Grande Progetto Unesco). Del teatro scoperto sono stati portati già in luce una parte della cavea e alcuni elementi della scena, tagliati per consentire l'apertura, nel Cinquecento, del vico Cinquesanti e l'edificazione da parte dei Padri Teatini del loro convento.

Nel 1999, in un basso di vico Cinquesanti 13 abitato da una coppia di anziani, gli archeologi individuarono uno degli ingressi al Teatro Romano. L'accesso del terraneo conduceva ad uno spazio adibito a camera da letto, e da qui ad altri due locali di servizio. «Dalla seconda stanza, proprio sopra un lettino ancora oggi presente insieme ad altri oggetti e mobili, una botola conduce in alcuni locali utilizzati come cantine. Erano i camerini e i corridoi del Teatro Romano», come ricorda lo studioso Aurelio De Rose nel suo bel libro dedicato al Decumano superiore (L'Anticaglia, passeggiando per il Decumano cuore della Napoli antica).

L'intera «scena» del teatro scoperto è incastrata nei cortili dei palazzi tra via San Paolo, la plateia di via Anticaglia e vico Cinquesanti. Non v'è edificio che non nasconda un accesso al teatro; non v'è casa che non conduca nel cuore di questa meraviglia. Tracce dei due teatri, quello scoperto (Theatrum nudum), e quello coperto (Odéion in greco) sopravvivono in molti scantinati e locali delle abitazioni private che sorgono nell'area. L'attuale via San Paolo, in particolare, separa il teatro scoperto dall'odeioin: inglobato nelle moderne abitazioni v'è un unico complesso monumentale che si sviluppava tra l'acropoli di Sant'Aniello a Caponapoli e il mercato individuato sotto San Lorenzo Maggiore. Una cittadella delle meraviglie. Per avere un'immagine d'insieme dei teatri di Neapolis bisognerebbe sorvolare la zona dall'alto, oppure sbirciare tra i locali cantinati di via San Paolo 4 e 5b, vico Cinquesanti 3, via Anticaglia 28-32 e vico Cinquesanti 23, i cui residenti, come ricorda Maurizio Ponticelli nel libro Napoli velata, «fino alla fine degli anni Sessanta raccontavano che sotto l'edificio vi fossero caverne immense e cunicoli che portavano per via sotterranea direttamente nel cuore di Roma, probabilmente una via di fuga segreta, o di accesso per le milizie». Altri resti sono stati inglobati all'interno del complesso conventuale di San Paolo Maggiore.

I primi scavi archeologici nell'area del teatro romano risalgono alla fine dell'Ottocento, i primi progetti di recupero al Ventennio fascista. Il progetto finanziato con il Grande Progetto Centro Storico - sito Unesco (vedi L'Uovo di Virgilio del 14/03/2021) prevede il recupero di una parte del complesso monumentale. Una volta terminati i lavori, saranno rese accessibili le storiche strutture, con l'obiettivo di inglobarle in un nuovo parco archeologico urbano.

Oggi il teatro coperto è inserito nel tour delle visite della città sotterranea, e nel basso d'accesso sono stati lasciati i mobili della famiglia che l'abitava prima dell'avvento delle visite archeologiche. Anche il palazzo di vicolo Cinquesanti 23, più conosciuto come palazzo de Scorciatis, venne costruito utilizzando i materiali di spoglio degli antichi edifici romani. Nello sfarzoso portale, oggi affondato nella parete della facciata, sono ancora visibili le semicolonne con capitelli corinzi che sostengono la trabeazione. Ai tempi di re Ferrante I d'Aragona Giulio De Scorciatis era un potente giudice della Magna Curia, l'organismo che poteva decidere, in quegli anni di intrighi e congiure, chi doveva vivere e chi doveva morire. Fu lui a firmare la condanna a morte per impiccagione di Antonello Petrucci, uno degli ideatori della famosa Congiura dei Baroni. I rapporti con il sovrano aragonese erano talmente intimi che, come ricorda De Rose, «una volta il re Ferrante, recatosi a palazzo ed avendolo trovato che dormiva, non volle che lo svegliassero e quindi attese».

Ma poi la sorte mutò e, durante il breve dominio francese di Carlo VIII, de Scorciatis fu incarcerato e perse tutti i suoi beni. Liberato dietro il pagamento di un ingente somma di denaro, si rifugiò in Vaticano dove fu nominato inquisitore dove Santo Uffizio, mentre nel suo bel palazzo affacciato sulle rovine del teatro di Nerone andò a vivere il poeta Giambattista Marino. Tra il 1876 e il 1877, l'edificio ospitò temporaneamente l'Istituto Silvio Pellico dei Padri Gesuiti, che diverrà poi l'Istituto Pontano.

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Fantasmi del passato, come quelli che affiorano dal sottosuolo di piazza San Gaetano, il vero ombelico della città. Un immenso patrimonio archeologico che giace sotto i nostri piedi, spesso a nostra insaputa. Agli inizi degli anni 50, al di sotto della chiesa e del convento di San Lorenzo, furono rinvenuti importanti reperti dell'età greca, romana e altomedievale. Tra essi, come ricorda lo storico dell'architettura Renato De Fusco nel suo volume Rileggere Napoli nobilissima, il macellum, il mercato del primo secolo; un tratto, visibile per circa 60 metri, di un antico cardine, allineato con l'attuale vico Giganti; l'aerarium, dov'era custodito il tesoro cittadino; i carceres, le tabernae. Altri ritrovamenti riportano all'antico tempio pagano, poi sottoposto a quello paleocristiano, a sua volta ricoperto dalla chiesa di San Lorenzo. Testimonianze spettacolari e mute della città a strati - magica e velata - che nasconde più di quanto non mostri, che occulta più di quanto non riveli. Un tributo alla nostra memoria che è anche una scommessa per il nostro futuro. 

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