Il mago, l'intagliatore
e cinquanta uomini vestiti di nero

Domenica 17 Ottobre 2021 di Vittorio Del Tufo
Il mago, l'intagliatore e cinquanta uomini vestiti di nero

«Con le fiabe ci si apriva il mondo della poesia, con le leggende quello della storia»

(Benedetto Croce, Storie e leggende napoletane)

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Narra un'antica leggenda che il grande poeta Virgilio - genius loci e protettore laico della città prima che San Gennaro gli usurpasse il trono - fece posizionare da un lato e dall'altro dell'attuale Porta Nolana due teste di marmo da lui appositamente commissionate. La prima ritraeva un volto di uomo allegro, la seconda il volto di una donna triste. Chi, passando lì sotto, si fosse trovato a guardare casualmente in alto, avrebbe potuto trarre auspici positivi o negativi per i suoi affari, i suoi amori, i suoi desideri.

Ci sono favole scolpite come il marmo nella memoria della città. Quelle favole - quei miti - sono il collante che fa da cemento all'identità collettiva di un popolo, di un territorio. E poco importa se, ai tempi di Virgilio, Porta Nolana come la conosciamo adesso non esisteva affatto. Il mito deforma il tempo, adattandolo alle sue esigenze. Soprattutto quando si parla di Virgilio, al quale la tradizione popolare associa da sempre ogni genere di prodigio. Così l'ombra del Mago, che a Napoli è in ogni luogo, si staglia - minacciosa o rassicurante, decidete voi - anche sulle due torri circolari in piperno oggi affogate in un chiassoso mercato, al centro di un'area tristemente degradata.

E la leggenda resiste, tenace.

Chi fosse passato sul lato destro del monumento, dov'era la statua di donna, avrebbe visto sfumare ogni suo desiderio. Chi, viceversa, avesse posato gli occhi sulla statua dall'espressione ridente, sarebbe stato al riparo, almeno per un po' di tempo, da ogni genere di fallimento.

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Un tempo Porta Nolana si trovava ai limiti della città antica e medievale. Fu eretta nel XV secolo da Giuliano da Maiano per sostituire quella di Forcella, che era chiamata Porta del Cannavaro ed era stata edificata in epoca precedente nelle vicinanze della Basilica dell'Annunziata. Giuliano da Maiano - che considerava il Brunelleschi una specie di Dio sceso in terra e fu notevolmente influenzato dalle sue opere - lavorò a lungo, a Napoli, con i sovrani aragonesi.

Al pari di Virgilio, anche Maiano era considerato un mago, ma dell'intarsio. Fu l'ispiratore delle celebri «delizie alfonsine», le ville da favola di Alfonso II d'Aragona che hanno dato il nome a molti luoghi della città, come il Poggio Reale e la Duchesca. Luoghi della memoria e monumenti di pietra eretti per un sovrano che tuttavia, a differenza di Alfonso I, di magnanimo, aveva ben poco, e le cui notti furono affollate di incubi.

Nella capitale del Regno il grande architetto-intagliatore toscano (Giuliano era nato a Maiano, vicino Fiesole) realizzò sia Porta Capuana che Porta Nolana, ispirandosi ai modelli degli archi di trionfo della tradizione romana. Si racconta che quando Giuliano morì, nel 1490, re Alfonso II - sovrano assai cupo e superstizioso - mandò cinquanta uomini vestiti di nero per assistere alle esequie.

Dunque questo geniaccio toscano realizzò a Napoli, nel 400, la famosa porta inglobata tra due torri di piperno dette Torre della Fede (o Cara Fè) e Torre della Speranza. Sul portale del monumento un bassorilievo in marmo mostra Ferdinando I d'Aragona (re Ferrante) a cavallo. Con un coltello nella mano destra e la città ai suoi piedi.

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Chi ne consola ahimé! poiché ci lassa
Di se privi il Majan, quello architetto
Il cui bello operar, il cuo concetto
Vitruvio aggiugne, e di gran lunga il passa?

(Giorgio Vasari, Epitaffio in memoria di Giuliano da Majano)

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La porta fu detta Nolana perché da essa partiva una via che conduceva a Nola, la città che diede i natali a Giordano Bruno. Crocevia delle strade che dall'antico Lavinaio conducevano al Campo del Moricino (l'attuale piazza Mercato), Porta Nolana sostituì una murazione molto più antica, la Porta Ferrea, famosa a sua volta per un'altra leggenda associata a Virgilio. Si narra che in quel luogo il Poeta, dopo aver catturato una serpe enorme e velenosissima, l'avrebbe uccisa e imprigionata sotto due metri di terra: come per intanto, da quel momento i rettili smisero di terrorizzare i napoletani. Con l'affermarsi del Cristianesimo sorse un problema: poteva mai tollerare, la nuova religione, che il ricordo di Virgilio e dei suoi incantesimi facesse concorrenza al culto di Santa Romana Chiesa? Ovviamente no: per questo motivo la storia, da quel momento, venne raccontata in tutt'altro modo. A liberare la città dai serpenti fu la Madonna, e nel luogo del prodigio fu costruita una chiesa, che venne dedicata a Santa Maria ad Agnone. D'altra parte, paganesimo e Cristianesimo si sono variamente sovrapposti e intrecciati nel corso della storia, pertanto non deve stupire che la nuova religione, per accreditarsi e guadagnare consensi, si impadronisse dei miti e delle leggende altrui. Sia come sia, l'antico edificio che affaccia sullo slargo di vico della Serpe (una traversa di via Oronzio Corsa) è tutto ciò che resta di quel luogo di culto e di quella controversa favola metropolitana.

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C'è stato un tempo in cui Napoli contava ben oltre 25 porte d'accesso. Porta Nolana, una delle superstiti (con Porta Capuana, Port'Alba e Porta San Gennaro) faceva parte dell'ampio sistema difensivo delle mura aragonesi ed era collegata a Porta Capuana. Un tempo, sulla sua sommità, vi era un affresco di Mattia Preti raffigurante San Gennaro, in compagnia di san Francesco e santa Rosalia, mentre riceve l'apparizione dell'Immacolata con il Bambino Gesù in braccio. L'affresco oggi non è più visibile: secondo quanto riportato dal De Dominici nel suo Le vite de' pittori, scultori e architetti napoletani, rappresentava una Madonna col Bambino e alcuni santi che intercedevano per la popolazione colpita dalla peste.

La storia di Porta Nolana ci riporta così alla vita avventurosa, leggendaria, di Mattia Preti, grande pittore vissuto nel 600, tra i principali esponenti della stagione matura del barocco italiano e, più in particolare, del caravaggismo e della pittura napoletana del Seicento. Pittore che ai suoi tempi ebbe anche fama di assassino. Correva l'anno 1656, erano i mesi del Grande Flagello: la peste di Napoli. Spavaldo, vendicativo, temerario, in fuga da Roma dove aveva ferito con la spada un critico d'arte reo di aver criticato i suoi affreschi di Sant'Andrea della Valle, Mattia Preti raggiunse la città devastata dalla pestilenza e venne subito bloccato a un varco d'ingresso da una guardia armata. Supplicò la sentinella di lasciarlo passare, ma la guardia gli puntò l'alabarda sul petto e gli intimò di tornare indietro. A quel punto Preti afferrò un pugnale e uccise la sentinella, forse memore dei suoi trascorsi nella Compagnia della Morte, una misteriosa setta di pittori-spadaccini. Oltrepassato il posto di blocco venne arrestato e condannato alla pena capitale, ma il Tribunale della Vicaria decise di commutargli la pena obbligandolo a dipingere quadri votivi su tutte le porte della città, come ex voto.

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Cosa ne è stato, invece delle «teste della buona e della cattiva sorte»? Ogni leggenda ha un fondo di verità: soprattutto a Napoli, terra di miti, incantesimi e superstizioni. Ebbene, pare che nel 400 due sculture di marmo, probabilmente di epoca romana, in quella zona ci fossero per davvero. Sarebbero state portate via dai sovrani aragonesi per abbellire la strepitosa dimora di Poggio Reale, oggi scomparsa. 

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