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Raimondo di Sangro
e quel padre dissoluto
diventato opera d'arte

Domenica 1 Maggio 2022 di Vittorio Del Tufo
Raimondo di Sangro e quel padre dissoluto diventato opera d'arte

Tu vedi un blocco,
pensa all'immagine:
l'immagine è dentro
basta soltanto spogliarla.

(Michelangelo Buonarroti)

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Qui non vident videant. Coloro che non vedono vedano. Cosa ci fa la parabola di «Gesù che dona la vista a un cieco» a Cappella Sansevero, e più esattamente nel bassorilievo su cui è posata la celebre statua del Disinganno, realizzata da Francesco Queirolo intorno alla metà del Settecento? Da oltre due secoli e mezzo la frase scolpita sul basamento del Disinganno interroga ed appassiona i visitatori della Cappella e soprattutto quanti ritengono che il tempio della famiglia di Sangro non raduni soltanto capolavori ma anche simboli, messaggi, significati occulti. Un luogo che occulta più di quanto non mostri, che cela più di quanto non riveli. Un luogo magico della città, dove si parla il linguaggio dell'arte ma anche e forse soprattutto, quello dell'esoterismo e della massoneria.

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Se si ha la fortuna di ammirare lo scrigno dei Sansevero senza dover attraversare la folla roboante dei turisti provenienti da ogni angolo del pianeta, la visita al tempio di Raimondo di Sangro può diventare davvero un percorso a tappe in un labirinto iniziatico, dal pavimento alle statue, tra angeli-guida, obelischi e colombe (in alchimia, la colomba bianca rappresenta la materia prima da cui avrà origine la pietra filosofale). D'altra parte, il luogo in cui sorge la Cappella Sansevero non è esattamente come tutti gli altri. Le pietre del Tempio sono state innalzate in un terreno che la tradizione «misterica» napoletana considera «magico» perché bagnato dalle acque sacre del fiume Taglina, che scorreva proprio sotto l'attuale piazza San Domenico Maggiore: il «luogo di forze» dei sacerdoti alessandrini, che di Raimondo di Sangro furono, per certi versi, gli antenati. Il principe massone era ossessionato dall'idea di collegare, attraverso una rete di cunicoli, i sotterranei del mausoleo di famiglia a quel «centro cosmico», l'Omphalos della tradizione iniziatico-templare. In origine, l'Appartamento della Fenice, oggi noto come cripta ovale, poggiava su terra battuta - non pavimentata, dunque - proprio per assorbire le vibrazioni provenienti dall'antico Tempio di Iside.

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Lo scultore genovese Francesco Queirolo arriva a Napoli nel settembre 1752, chiamato da Raimondo di Sangro. Viene nominato soprintendente e architetto dei lavori per la Cappella Sansevero, succedendo ad Antonio Corradini. Incarico prestigioso, per il quale riceve un compenso di 100 ducati al mese, nonché vitto e alloggio nel palazzo dei Sansevero, in piazza San Domenico Maggiore. Queirolo si impegna a lavorare esclusivamente per il tempio dei di Sangro per circa sette anni. È l'autore del mausoleo della Sincerità, in onore di Carlotta Gaetani, moglie (e cugina) di Raimondo; dei sei medaglioni posti al di sopra delle cappelle laterali, raffiguranti cardinali di casa di Sangro; dei mausolei in onore di Sant'Odorisio e Santa Rosalia, santi della famiglia Sansevero; del gruppo della Liberalità, dedicato a Giulia Gaetani d'Aragona, moglie di Paolo di Sangro, quarto principe di Sansevero. E della statua del Disinganno, dedicata alla memoria di Antonio, padre di Raimondo.

Con il Cristo Velato di Sanmartino e la Pudicizia di Antonio Corradini (dedicata a Cecilia Gaetani, madre di Raimondo) il Disinganno una delle tre opere più stupefacenti della cappella, riportate nelle guide artistiche già negli anni immediatamente seguenti la loro realizzazione. Raffigura un uomo avvolto in una rete dalla quale cerca di liberarsi con l'aiuto di un genietto alato. Sul capo del genietto alato c'è una fiammella, a indicare l'intelletto che vince sulle passioni umane. Di quali passioni voleva parlarci l'artista? E perché quel bassorilievo sul basamento raffigurante Cristo che ridà la vista al cielo?

L'uomo che si libera dalla rete è Antonio di Sangro, Duca di Torremaggiore e padre di Raimondo. Un padre piuttosto distratto, che dopo la morte prematura della moglie, Cecilia Gaetani, viaggiò in tutta Europa conducendo una vita «di avventure e vizi» dalla quale si liberò solo in vecchiaia, quando si pentì per i peccati commessi scegliendo la vita monastica. L'affrancamento dai piaceri terreni, dunque la redenzione, richiede un enorme sforzo. Per liberarsi dalla rete, simboleggiante il vizio, la lussuria, il peccato, l'uomo deve ricorrere all'intelletto (il genio alato) ma anche agli insegnamenti della Bibbia. Ed è infatti una Bibbia aperta quella appoggiata al globo adagiato ai piedi del putto. Come biblico è il riferimento alla parabola scolpita sul basamento. Fede, intelletto e forza morale, dunque, per vincere le tenebre e liberarsi dall'asservimento alle giovanili brame, come è scritto sulla lapide.

Fin qui il significato simbolico-religioso dell'opera commissionata da Raimondo di Sangro a Queirolo. Ma con il principe di Sansevero, si sa, le cose non sono mai semplici. E così il Disinganno può essere (ed è stato) interpretato anche in chiave esoterica. Anche perché, se la mano che realizza il capolavoro è quella dell'artista genovese, la mente che concepisce la scena è quella di don Raimondo: principe di Sansevero, tra i massimi scienziati napoletani del Settecento, chimico, inventore, esoterista e Gran Maestro della massoneria napoletana.

Con il Cristo che dona la vista al cielo, Sansevero ha voluto rappresentare l'iniziazione massonica, che avviene, inizialmente, con la bendatura dell'adepto. Il quale viene poi liberato per essere ammesso nella Fratellanza. Solo allora ha il permesso di aprire gli occhi e vedere la luce (la verità). Insomma l'opera è intrisa di riferimenti esoterici, così come tutte le altre che fanno della Pietatella un labirinto iniziatico disseminato di simboli. Ed il soggetto rappresentato nel Disinganno altri non sarebbe che il principe stesso. Inganni e Disinganni, dunque, che lasciano sbalorditi i visitatori della Cappella e tutti gli appassionati d'arte. In realtà l'intricata rappresentazione dell'uomo che si libera dalla rete stupisce soprattutto per lo straordinario virtuosismo dello scultore. La rete che avvolge il peccatore ha qualcosa di incredibile, appare prodigiosa quasi come il velo-sudario che ricopre il Cristo disteso sul letto di morte nel capolavoro di Giuseppe Sanmartino, il Cristo Velato. Si tramanda che Queirolo dovette personalmente passare a pomice la scultura poiché gli artigiani dell'epoca, specializzati proprio nella fase di finitura, si rifiutarono di toccare la delicatissima rete per paura di vedersela frantumare sotto le mani.

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I rapporti tra Raimondo di Sangro e lo scultore genovese si guasteranno negli anni successivi. Accusato di gravi inadempienze contrattuali, Queirolo viene licenziato dal principe di Sansevero nel 1759, cinque anni dopo aver realizzato il suo capolavoro, il Disinganno. Lo scultore ricorrerà al tribunale, ottenendo il riconoscimento delle spettanze che gli erano dovute. Morirà nel 1762, legando per sempre il proprio nome all'opera allegorica che, con il Cristo Velato e la Pudicizia, ha reso celebre la Cappella Sansevero nel mondo. E in particolare alla rete che lasciò a bocca aperta intere generazioni di scultori, a cominciare da Antonio Canova, e considerata ancora oggi una delle opere più virtuose di tutta la storia dell'arte. 

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