L'uomo che sfrattò Zeus
da salita Pontecorvo:
storia di Napoli tradita

Domenica 27 Settembre 2020 di Vittorio Del Tufo
«Sto core mio se fosse di diamante
Sarrìa spezzato per tanto dolore
Quanto ne provo e sento a tutte l'ore».

(Orlando Di Lasso, Sto core mio, 1550)
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Questa è la storia di un uomo che osò cancellare il nome di un Dio, particolarmente noto per i suoi scatti d'ira, da una strada della città, attribuendogli il suo. Quel Dio era Giove e l'autore della temeraria impresa si chiamava Fabrizio Pontecorvo. È grazie a lui se l'antica salita delle Cappuccinelle, che un tempo si chiamava Limpiano (o Olimpiano) per la presenza di un tempio dedicato a Giove Olimpio, oggi su chiama salita Pontecorvo. Nobilissima strada, e antico percorso mulattiero, che in passato era conosciuto anche come imbrecciata di Gesù e Maria perché conduceva all'omonimo monastero.

Con il termine Limpiano era chiamata l'intera zona, situata al di fuori dalle mura, che andava dal largo del Mercatello, l'attuale piazza Dante, fino al casale di Antignano sulla collina del Vomero. Questa è anche una storia di bellezza sfiorita, tradita, mortificata dal degrado. Ed è la storia di un uomo, Fabrizio Pontecorvo, che giunse a Napoli, in epoca vicereale, al seguito di don Pedro de Toledo. Un tipo tosto, testardo, ambizioso come pochi. E soprattutto, amico dei poteri forti dell'epoca.

A partire dal 1560, dunque, comincia la costruzione dei sontuosi palazzi nella strada che a un certo punto cambia nome, con grande scuorno di Zeus, e viene chiamata appunto Pontecorvo; accanto alle costruzioni di don Fabrizio si affiancano quelle di altre famiglie che nel frattempo ottennero dei terreni. Tra queste i Turboli, i Coppola, i Giglio ma soprattutto gli Spinelli che poi si stabiliranno a partire dagli anni 70 del 500 nel palazzo accanto a quello dei Pontecorvo nella parte più bassa della strada, per trasferirsi poi di fronte, in quello che sarà il palazzo Spinelli di Tarsia.

In realtà la zona continuerà a essere chiamata anche Limpiano, o Imbrecciata, termine con cui si fa riferimento a una strada caratterizzata da una pavimentazione a breccia: la ritroviamo di solito associata alle salite, cioè quindi a tutte quelle strade che conducono verso una parte alta, o lontana, a partire da un punto della murazione della città che appunto è considerato punto di partenza. Nella pianta del Duca di Noja il palazzo Pontecorvo è ben visibile. Vi si può notare il giardino con belvedere che termina a ridosso della chiesa dell'Avvocata, formando un semicerchio che consentiva al padrone di casa di avere un affaccio contemporaneamente sia sulla città che sul mare. Benefici da ricchi.

La famiglia Pontecorvo era originaria del Lazio. Pontecorvo è infatti il nome di una piccola città che si trova sulla valle del fiume Liri attraversato da un ponte curvo che dà il nome alla cittadina e di qui alla famiglia. Fabrizio ebbe tre figli tra cui Giulio Cesare Pontecorvo che sposò Isabella di Sangro. Nella chiesa del Gesù e Maria vi era fino a poco tempo fa una lapide sepolcrale che faceva riferimento proprio ai due coniugi, datata 1625.
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Non è una favola a lieto fine. La famiglia Pontecorvo fu letteralmente spazzata via dall'epidemia di peste del 1656. A partire dalla prima metà del 600 la zona venne pian piano acquisita da una serie di monasteri interessati - a causa delle rigide norme della Controriforma - al silenzio e alla riservatezza. Assistiamo così a una metamorfosi di salita Pontecorvo, con lo smembramento degli splendidi palazzi nobiliari - la cui memoria sopravvive oggi attraverso scorci di straordinaria bellezza - e la realizzazione di conventi e luoghi di meditazione.

Nel 1585 nasce un «conservatorio di fanciulle» ispirato alla regola francescana. A fondarlo, nella loro abitazione di salita Pontecorvo, i coniugi Luca Giglio e Eleonora Scarpato, che accolgono giovani donne desiderose di abbracciare una vita santa e povera (andavano scalze e vestivano di rude panno). Dopo la morte del marito, Eleonora si fa monaca cambiando nome in suor Diana e fondando un monastero di clausura. Nasce così il convento delle Cappuccinelle a Pontecorvo; successivamente, dopo la soppressione murattiana, diventerà un reclusorio per minori a rischio. Agli inizi del Novecento l'istituto Filangieri, per molti ragazzi dei quartieri popolari di Napoli, era noto ancora con questo nome: Cappuccinelle. Ti porto alle Cappuccinelle. Finirai alle Cappuccinelle. Un nome che faceva paura solo a pronunciarlo.

Miseria e nobiltà, a salita Pontecorvo, formano un impasto a volte crudele. Si fa fatica ad apprezzare, tra tanto degrado, quei gioielli del barocco napoletano che furono, e sono, il vanto della nostra architettura. «Ci vuole un non comune senso di immaginazione - come sottolinea lo studioso Antonio La Gala - per cogliere la suggestione storica, il fascino, la bellezza di questa strada, per vedere le sue bellezze attraverso i pochi segni che si riescono appena ad intravedere, al di là degli stravolgimenti causati da abusi piccoli e grandi, dall'incuria».
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Nel 1607 le suore carmelitane acquistarono il palazzo di Giuseppe Vespasiano Spinelli e vi costruirono una piccola chiesa con ipogeo: nasce così la storia del complesso religioso di San Giuseppe delle Scalze. Questa chiesa porta l'impronta del grande Cosimo Fanzago e delle sue ardite innovazioni architettoniche. Il terremoto del 1980 fece crollare il tetto a capriate trascinando con sé il controsoffitto affrescato. Risalendo verso Gesù e Maria, ecco la casa di Santa Maria delle Periclitanti, fondata nel 1674, per iniziativa del missionario Carlo De Mari, allo scopo di accogliere, letteralmente, le donzelle che erano vieppiù da lupi insidiate. «Ovvero - come spiegano le storiche dell'arte Pamela Palomba e Nina Cuomo dell'associazione Locus Iste - le donne in pericolo di corruzione perché indigenti. Qui potevano ritirarsi le fanciulle a rischio per poter abbracciare una vita più santa in attesa di compiere la maggiore età e dunque poi scegliere se proseguire la propria vita con il matrimonio oppure con la reclusione in convento». Dopo la dominazione francese il convento divenne proprietà dei reali collegi per le Figlie del popolo, poi, dell'albergo dei Poveri e poi dei collegi riuniti Principe di Napoli. Questi ultimi, in seguito ai bombardamenti dell'ultima guerra, hanno venduto alle suore francescane il convento e il giardino e hanno donato la chiesa e i locali annessi alla curia vescovile di Napoli.

Bellezza e degrado, splendore e abbandono. A contendere il nome della strada alla famiglia Pontecorvo fu a lungo la grande chiesa di Gesù e Maria. C'è stato un tempo in cui l'area dove sarebbe poi sorta la chiesa, intorno al 1580, era un luogo di caccia. Qui venivano a divertirsi i nobili, le famiglie Coppola, Cioffi, Turboli, mentre re Alfonso II d'Aragona preferiva l'area della Conigliera, di cui sopravvive qualche traccia in via Luperano, al Cavone. I nobili avevano l'abitudine di recitare il Rosario tra una battuta di caccia e l'altra e fu così che decisero di finanziare la costruzione di una cappella dedicata alla Madonna del Rosario, primo nucleo del futuro complesso religioso. Il progetto fu affidato a Domenico Fontana che decise di conferire alla chiesa una facciata con due campanili, soluzione già adottata a Roma, dove il grande architetto aveva appena lavorato. «Oggi questo monumentale complesso è quasi completamente spoglio ed irriconoscibile rispetto al passato, non solo per le trasformazioni che nel frattempo sono intervenute, ma per le spoliazioni di cui è stato tragicamente vittima, e rischia di diventare un guscio vuoto», denuncia l'associazione Locus Iste che da anni si batte per il recupero di questa zona, con i suoi tesori d'arte oggi abbandonati e le sue straordinarie memorie da recuperare.Ultimo aggiornamento: 28 Settembre, 13:00 © RIPRODUZIONE RISERVATA