Di sangue e di pennello,
complotto a Napoli
all'ombra di San Gennaro

Domenica 10 Gennaio 2021 di Vittorio Del Tufo

«Domani nella battaglia pensa a me, dispera e muori»

(William Shakespeare, Riccardo III) 
* * *
Dialogo tra due visitatori, un anziano e un ragazzo, all'interno della Cappella del Tesoro di San Gennaro:
«Vedi quella testa mozzata? È di Sossio, il diacono di Miseno incarcerato dal giudice Draconzio mentre infuriava la persecuzione di Diocleziano. San Gennaro ha pagato con la vita la sua amicizia per Sossio. Si recò a fargli visita in carcere e fu riconosciuto come cristiano. Furono decapitati entrambi, prima l'uno poi l'altro, nei pressi della Solfatara di Pozzuoli».

Il più giovane non riesce a distogliere lo sguardo dalla testa mozzata di Sossio. La bocca semichiusa nello stupore della morte, lo sguardo di San Gennaro in attesa del supplizio.
«Chi è l'autore?», chiede.

«Il Domenichino», risponde l'altro, che in materia d'arte è indubbiamente il più esperto dei due. «Domenico Zampieri detto Domenichino. Gran personaggio, morì avvelenato».

«Avvelenato?» domanda il ragazzo. È ancora molto scosso per un altro dipinto, ammirato pochi minuti prima, un olio su rame di Giuseppe de Ribera, detto lo Spagnoletto. San Gennaro, a piedi nudi e legato con una corda, esce illeso da una fornace ardente, mentre lingue di fuoco ricadono addosso ai suoi torturatori.

«Così si dice. Così pare. Non è certo. È certo però che se la filò da Napoli, a gambe levate».

«E perché?».

«Aveva pestato i piedi agli artisti napoletani. Non era ben visto, soprattutto dalla cricca di Belisario Corenzio».

«Perché? Cosa accadde?».

«Quando i nobili dei Sedili decisero di realizzare questa cappella, per i dipinti e gli affreschi si rivolsero ad artisti non napoletani. Questo scatenò gelosie, come puoi immaginare. Corenzio e gli altri non la presero bene».

«E cosa fecero?».

«Decisero di rendere la vita impossibile ai loro rivali. E non esitarono a usare le maniere forti. È una lunga storia, vuoi che te la racconti?».
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Tirava una brutta aria, a Napoli, nel 1527. La lunga guerra tra Spagna e Francia, la peste, le continue eruzioni del Vesuvio. Al popolo napoletano, quasi senza speranza, non restava che affidarsi a un santo. Il suo santo.

Così, il 13 gennaio 1527, attraverso gli Eletti dei Sedili, fu stipulato un vero e proprio contratto notarile con San Gennaro. Un contratto a regola d'arte, stipulato davanti a ben cinque notai napoletani, in rappresentanza del religioso martire, il quale, essendo morto da più di 1200 anni, poteva essere presente solo in spirito. Il popolo napoletano chiedeva a San Gennaro la protezione della città e la salvezza dalle sciagure. Lo nominava, a tutti gli effetti, defensor civitatis. Come era stato Virgilio prima di lui, e la sirena Partenope prima di Virgilio.

In cambio, in onore del santo, si sarebbe realizzata una nuova cappella all'interno del Duomo dove custodire le reliquie e il Tesoro. Cominciava un'avventura straordinaria. Una storia intrisa di passione, di devozione, di sangue e di morte.
* * *
«I lavori iniziarono nel 1608. Vedi quel cancello in bronzo dorato? È di Cosimo Fanzago, e delimita il confine tra la città di Napoli e la Curia. Nelle intenzioni del viceré e degli Eletti della Città - i rappresentanti dei cinque Sedili nobili e di quello del Popolo - la nuova cappella doveva distinguersi per magnificenza e diventare un vanto della città, un capolavoro dell'arte di tutti i tempi. Arrivarono dalla Spagna quarantasei colonne di marmo, altrettanti pezzi di broccatello. I problemi ebbero inizio quando si trattò di scegliere gli artisti che avrebbero dovuto occuparsi degli affreschi. Nel 1620 la Deputazione decise di rivolgersi al pittore bolognese Guido Reni. E cominciarono i guai».

«Perché? Chi era Reni?».

«Un grande pittore del 600. Faceva parte dell'Accademia degli Incamminati di Bologna, la prestigiosa scuola di pittura fondata dai fratelli Carracci nel 1582. Accettò di buon grado la commessa, che era prestigiosa, ma cominciò subito ad avvertire attorno a lui un'atmosfera pesante».

«Non era amato?».

«Devi considerare che i lavori nella Cappella del Tesoro erano i più importanti in quel periodo a Napoli. In città lavoravano, e dipingevano come forsennati, artisti del calibro di Luca Giordano, Massimo Stanzione, Battistello Caracciolo, Andrea Vaccaro. Perché estrometterli? Perché umiliarli? La scelta della Deputazione di affidare gli affreschi e le decorazioni a pittori forestieri mandò su tutte le furie gli artisti napoletani, che consideravano Reni un usurpatore. Il maestro venuto da Bologna fece appena in tempo ad abbozzare un affresco quando gli arrivò il primo messaggio, piuttosto eloquente. Si vide piombare nella bottega, sanguinante, un suo fedele collaboratore, che aveva ricevuto una sonora bastonata!».

«Chi gli tese l'agguato?».

«Sappiamo chi organizzò la spedizione. Un gruppo che sarebbe passato alla storia come la Cabala di Napoli».

«La Cabala?»

«Si racconta che della cricca, composta da pittori locali, facessero parte Belisario Corenzio, Battistello Caracciolo e Jusepe de Ribera, detto lo Spagnoletto. Tutti maestri del pennello che vedevano nella cappella del Tesoro di San Gennaro un'occasione di immenso prestigio nonché un modo per guadagnare potere e denaro. Furono loro a prodigarsi, con minacce e attentati, per impedire che la realizzazione degli affreschi all'interno della Cappella venisse affidata a pittori forestieri. Una pagina ancora oscura, misteriosa, della storia della città».

«E poi? Cosa accadde?».

«Reni, che non era esattamente un cuor di leone, fuggì da Napoli a gambe levate, lasciando soltanto una lettera di scuse. Saluti e baci, voi a chi volete far venire un infarto?».
* * *
«Uscito di scena Reni, per le decorazioni e gli affreschi la Deputazione si rivolse a un altro artista emiliano, Francesco Gessi. Stesso copione: insulti, pedinamenti, minacce e lettere orbe, cioè anonime, che costrinsero il pittore a lasciare la città, soprattutto dopo il rapimento dei suoi due aiutanti, Giovan Battista Ruggieri e Lorenzo Menini».

«Cosa accadde?»

«La Deputazione confermò la scelta di non affidarsi a pittori locali e si rivolse a Domenico Zampieri, più noto come il Domenichino, anch'egli emiliano e proveniente dalla Scuola degli Incamminati».

«Una fissazione».

«Proprio così. Anche il viceré spagnolo spingeva per questa soluzione. Nella primavera del 1630, nonostante la moglie, terrorizzata, avesse cercato di dissuaderlo, Zampieri partì per Napoli e cominciò a lavorare agli affreschi sulla Vita di San Gennaro, nei quattro pennacchi della cupola. La Decollazione di San Gennaro, che prima ti ha tanto sconvolto, porta la sua firma».

«Cosa accadde al Domenichino?».

«La Cabala non esitò a far giungere anche a lui lettere orbe e minacce. Zampieri ne rimase sconvolto. La campagna denigratoria e le intimidazioni furono tali da indurlo ad abbandonare tutto, da un giorno all'altro, e fuggire a Roma senza neanche avvertire la famiglia. Moglie e figli rimasero a Napoli. E il viceré, offesissimo per la fuga del Domenichino, le fece imprigionare per costringere l'artista a fare ritorno in città e completare l'opera che aveva iniziato».

«Povere donne! Come andò a finire?».

«Furono messe in liberà dopo un anno. E solo dopo che il pittore decise di riprendere gli affreschi che aveva abbandonato. Ma la serenità durò poco. I pittori napoletani ricominciarono a mettergli i bastoni tra le ruote, a rendergli la vita impossibile. Ricominciò lo stillicidio. Arrivarono al punto da manomettere, di notte, i lavori che il bolognese effettuava di giorno. Il poveretto cominciò a dare segni di stanchezza, cadde in depressione, rifiutò il cibo e si ammalò. Morì una notte di aprile, nel 1641. Probabilmente avvelenato da quella stessa cricca che aveva cercato, fino alla fine, di mandarlo via da Napoli».
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Solo cinque anni dopo la morte del Domenichino, il 6 giugno del 1646, la Deputazione decise, per la prima volta dall'inizio dei lavori, di affidare a un pittore napoletano, Massimo Stanzione, la realizzazione di un'opera. Si trattava del ramo raffigurante il Miracolo dell'Ossessa, che fino al secolo scorso ha sostituto sul primo pilastro a destra la versione non ultimata del Domenichino. In quello stesso anno Jusepe de Ribera, uno dei componenti della Cabala, eseguì la pala olio su rame dell'altare di destra raffigurante San Gennaro che esce illeso dalla fornace, considerata dagli esperti una delle più belle opere del pittore e della stessa Cappella dove sono custodite le ampolle con il sangue prodigioso di San Gennaro. Cappella dei miracoli e degli intrighi, testimone di una delle pagine più emozionanti, e oscure, della nostra storia.

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