La memoria e l'oltraggio,
qualcuno salvi
i luoghi del Principe Totò

Domenica 20 Dicembre 2020 di Vittorio Del Tufo
La memoria e l'oltraggio, qualcuno salvi i luoghi del Principe Totò

«Tu qua' Natale... Pasca e Ppifania!!!»

(Totò, A livella)
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LA signora Nunzia sfornella nell'androne buio, ogni tanto lancia uno sguardo al vicolo e sospira. Di turisti, per ovvi motivi, se ne vedono pochi, ma la strada è tutt'altro che inanimata. Sfidando la legge dell'incompenetrabilità dei corpi, la signora Nunzia ha trasformato il suo basso in una trattoria lillipuziana (solo asporto, per ora) e l'ha chiamata A taverna d'o Principe.

O Principe era Totò, e questa era la sua casa natale.

Via Santa Maria Antesaecula è un luogo della memoria, ma la casa dove visse Totò rischia di diventare un monumento al nulla, alla memoria tradita. Oggi è completamente spoglia, non ci sono finestre né infissi, il proprietario dove aver atteso invano un segnale da parte delle istituzioni ha deciso di ristrutturarla di sua iniziativa, per poi riportarla all'atmosfera dei primi anni del 900. Anche il Museo di Totò, che dovrebbe nascere nel Palazzo dello Spagnuolo, in via Vergini, è all'anno zero. Destino di una città dove ogni strada è in salita, ogni percorso è ad ostacoli, ogni progetto è una zuffa.

«Casa Totò? Quando c'era il professore - dice la signora Nunzia alzando gli occhi al piano di sopra - almeno ogni tanto ci portava i turisti in visita. Mo che o prufessore è morto, stiamo di nuovo punto e a capo».

'O prufessore era Francesco Ruotolo, consigliere alla memoria della terza Municipalità e storico militante comunista della Sanità, stroncato un mese fa dal Covid. Ai tempi di via Chiatamone, Francesco veniva spesso in redazione. Si piazzava davanti alla scrivania, si tormentava la barba folta e pretendeva di essere ascoltato. Era un delizioso rompiballe. La sua mente vagava da un progetto all'altro. È morto prima che vedesse la luce quello a cui teneva di più: trasformare l'appartamento di via Antesaecula 109, dove visse fino a 23 anni il Principe della Risata, in un luogo di attrazione, un volàno anche turistico in un quartiere che sta vivendo un'intensa stagione di riscatto. Ma finora tutti i progetti sono naufragati in un mare di chiacchiere.

Il proprietario di Casa Totò è un insegnante, Giuseppe De Chiara. A distanza di vent'anni dall'acquisto - all'asta giudiziaria, dopo 11 battute andate a vuoto, per 18mila euro - ha deciso di muoversi per conto suo, senza più aspettare: «Non chiederò più nulla alle istituzioni - dichiara - che finora se ne sono sempre lavate le mani adducendo il fatto che la casa fosse di un privato. In un'altra città del mondo Casa Totò avrebbe avuto un destino diverso». Quando i lavori saranno ultimati, l'appartamento, di un'ottantina di metri quadri, dovrebbe diventare in tutto e del tutto simile a quello dove viveva il grande attore. Stesso arredamento, stesso pavimento, stessi marmi.
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Totò, in realtà, era nato al terzo piano del civico 107, ma poco dopo il parto la madre Anna si trasferì assieme al neonato a pochi metri di distanza, al primo piano del 109. All'anagrafe fu registrato come «Antonio Clemente, figlio di Anna Clemente e di N.N.». Il padre - Giuseppe, figlio del marchese De Curtis - era un nobile decaduto, e decise di riconoscere il figlio solo quando il suo burbero genitore, un vecchio marchese irascibile e arteriosclerotico, rese l'anima al padreterno. «Mi ha cresciuto la nonna materna. Povera vecchia, non sapeva neppure parlare l'italiano. Totò, sciusciate o moccio al naso, mormorava. Mangia, bene mio. Al contrario mamma, quando c'era, sosteneva che mazza e panella fanno e figli belle, e così bastava un niente e volavano ceffoni. Era molto nervosa, un perenne squilibrio tra dolcezza e severità. La nonna, invece, mi prendeva sulle ginocchia e diceva: adesso prima fai o murbillo, a tosse convursa, o tifo, eppoi cresci e capisci» (Franca Faldini e Goffredo Fofi, Totò: l'uomo e la maschera).
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Davanti al portone di via Santa Maria Antesaecula 109 una targa ricorda il Principe della Risata, a testimonianza del legame indissolubile che lega la città al grande attore, morto nel 1967. Ma nell'appartamento al primo piano, con accesso dal cortile interno, non c'è alcun segno di vita. Due camere da letto, una di Totò e l'altra dove dormivano la madre e la nonna, un bagno e un tinello. Ecco il balcone dal quale si affacciava il piccolo Antonio, con vista sul degrado di via Santa Maria Antesaecula, strada che meriterebbe una sorte migliore e un briciolo di attenzione da parte delle istituzioni, che pure, con la memoria di Totò, si sciacquano la bocca da anni. I nuovi proprietari hanno dovuto attendere la risoluzione di una lunga causa di sfratto per avviare i lavori. Per ora c'è solo tanta desolazione, per il futuro si vedrà.

Anche il progetto del Museo Totò, nel Palazzo dello Spagnuolo, è fermo da tempo, inghiottito dalle sabbie mobili delle competenze, dei veti e delle autorizzazioni incrociate. Ci sono voluti otto anni, incredibile ma vero, solo per sbloccare la realizzazione di un ascensore per disabili, ma finora si sono solo sprecate dichiarazioni d'intenti e promesse. Sono passati vent'anni da quando la Regione, proprietaria dell'immobile, lo ha affidato in comodato d'uso al Comune per realizzare il Museo. Le istituzioni, troppo impegnate a litigare, non hanno trovato finora il tempo per passare dalle parole ai fatti. Al terzo e al quarto piano del Palazzo dello Spagnuolo, le porte restano sbarrate, nonostante vi siano già le teche, un piccolo auditorium-teatro e una sala della poesia.

Chi non smette di credere al Museo di Totò è Ivo Poggiani, presidente della terza municipalità. «Ma bisogna coinvolgere gli artisti, i collezionisti, i teatranti. Serve un'idea, un progetto. E, perché no, una fondazione sul modello di quella nata per raccogliere l'eredità del grande Eduardo. E attorno a questo progetto bisogna coinvolgere l'intera città, a cominciare dagli uomini di cultura e di spettacolo che hanno sempre dichiarato di volersi mobilitare per custodire la memoria di Totò. A ogni modo, entro il 2021 dovrebbero iniziare i lavori grazie a un finanziamento di circa 800mila euro da parte della città metropolitana».
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Nell'androne del palazzo di via Santa Maria Antesaecula, da ragazzino, Totò si divertiva a fingersi prete. Subito dopo la messa, quella vera, Antonio correva nel suo vicolo per celebrarne un'altra, davanti a un altarino che aveva fatto allestire nel cortile interno. Quella di fingersi prete era una sua grande passione; il piccolo Totò officiava improbabili riti inventando sul momento filastrocche strampalate, ma poi impartiva i sacramenti agli amici e ai parenti con tanto trasporto che la madre pensò a una vocazione autentica, e per un breve periodo la assecondò.

Da questa casa, oggi vuota e spettrale, il piccolo Antonio usciva spesso per nascondersi tra le ombre delle catacombe di San Gaudioso. Lì, guardando un affresco di Giovanni Balducci, il piccolo chierichetto Antonio, il futuro Principe della Risata, capì in pochi istanti tutto quello che c'è da capire sulla vita e sulla morte. Quell'affresco raffigurava lo scheletro di un uomo ai cui piedi campeggiavano alcuni oggetti che evidentemente, per l'uomo ridotto a scheletro, avevano smesso di risultare importanti. Un libro, una corona, uno scettro, una clessidra semivuota. Quando sei morto non sai più cosa fartene dello scettro e dalla corona - pensò il piccolo Antonio - e la clessidra smette di riversare la sabbia, perché il tempo non scivola più. Fu ripensando a quell'immagine che parecchi anni più tardi - nel 1964 - l'ex chierichetto compose un testo strepitoso, che sotto forma di dialogo tra lo spirito di un marchese e quello di un netturbino indaga sulla natura effimera degli orpelli sociali - le pagliacciate del mondo dei vivi - e sulla morte che tutto appiana. E, come una livella, fa piazza pulita delle distinzioni di classe e della tronfia arroganza delle élite nobiliari.

A morte o ssaje ched''e?... è una livella.
Nu rre, nu maggistrato, nu grand'ommo,
trasenno stu canciello ha fatt'o punto
c'ha perzo tutto, a vita e pure o nomme:
tu nu t'hè fatto ancora chistu cunto?

La memoria è tenace, la città non dimentica. Ma non può aspettare in eterno che il Museo di Totò diventi realtà, e nemmeno che prenda forma uno straccio di progetto attorno alla casa dove il piccolo Antonio de Curtis mosse i primi passi. È inammissibile, dichiarò il governatore De Luca nell'aprile del 2015, che a distanza di oltre cinquanta anni dalla scomparsa di Totò il Museo ancora non esiste. Ha ragione, caro governatore. Inammissibile e vergognoso. Le istituzioni - incapaci di fare rete, finanche di sedersi attorno allo stesso tavolo - si passino una mano sulla coscienza.

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