Trinità delle Monache,
il gigante che dorme
tra i fantasmi del passato

Domenica 21 Giugno 2020 di Vittorio Del Tufo
«Scale mobili sotto la luna
diagonali e passaggi segreti
un cammino che esiste da sempre
il tesoro della città antica»

(Eduardo Bennato, La città obliqua).
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C'è un gigante addormentato nel cuore della città. Oggi è ridotto a rudere, a luogo di spettri. Questi spettri sembrano guardarci dalle arcate vuote del complesso della Santissima Trinità delle Monache, più conosciuto come ex Ospedale Militare. Orbite cieche che ci raccontano di un passato oggi irriconoscibile, sepolto com'è da strati di povere, abbandono e degrado. Eppure c'è stato un tempo in cui Trinità delle Monache era uno dei monasteri più grandi d'Europa, degno d'un romanzo di Umberto Eco, con le sue atmosfere un po' magiche dov'è bello perdersi. C'è stato un tempo in cui l'edificio era circondato da vasti giardini, che piacevano tanto alle famiglie aristocratiche della Napoli del Seicento e del Settecento. Di quel giardino oggi è rimasto uno splendido belvedere e una vasta area verde oggi conosciuta come Parco dei Quartieri Spagnoli. Un luogo meraviglioso dove però i lavori di recupero, come la Fabbrica di San Pietro, non finiscono mai. E che merita di essere riqualificato e sfruttato come si deve, certamente meglio di quanto non sia stato fatto finora.
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C'era una volta una nobildonna del Seggio di Capuana, Vittoria de Silvia, che a cavallo tra il 500 e il 600 riuscì a ottenere dal Papa, Clemente VII, il permesso per fondare una grande struttura religiosa che dominasse, dall'alto, il quartiere voluto da don Pedro de Toledo (che fu viceré dal 1532 al 1553) per accogliere le guarnigioni militari spagnole destinate alla repressione di eventuali rivolte della popolazione napoletana, o come dimora temporanea per i soldati che passavano da Napoli in direzione di altri luoghi di conflitto.

Tutto cominciò con un gesto di ribellione. Donna Vittoria era stata promessa in sposa a un conte, un certo Emilio Caracciolo di Biscari, ma quando tutto era pronto per le nozze piantò in asso l'aspirante marito per seguire la sua vocazione, prendendo i veli con il nome di suor Eufrosina. Dapprima si ritirò, con altre monache, nella zona di via Costantinopoli, poi individuò una vasta area agricola con boschi, uliveti e vigne a ridosso della collina, sotto il Castel Sant'Elmo, per realizzarvi il complesso monastico. Così, sulla sommità dei Quartieri, nel 1607, cominciò la costruzione del complesso su progetto dell'architetto Francesco Grimaldi. Si parla spesso, qualche volta a sproposito, di capolavori dell'architettura. Il complesso della Santissima Trinità delle Monache capolavoro lo fu per davvero, anche per merito del genio di Cosimo Fanzago, il quale, a partire dal 1623, realizzò i nuovi esterni e la scala; inoltre vennero costruiti il vestibolo e il portale d'ingresso incassato nell'arco a tutto sesto, mentre nel 1629 fu completata anche la cupola della chiesa. Nel complesso di Trinità delle Monache sono conservate opere di Battistello Caracciolo (Immacolata con i Santi Francesco e Antonio), dello Spagnoletto, di Giovanni Luigi Rodrigo e Fabrizio Santafede, mentre altre opere sono state portate in altri musei o complessi cittadini. Come per esempio la Sacra famiglia e Santi (1623-1625) del Ribera, oggi presso il Palazzo Reale di Napoli.

Provate a consultare, su Google, l'antica pianta della città di Napoli di Alessandro Baratta (1628). Vedrete il complesso monastico che svetta sul dedalo dei Quartieri sullo sfondo di una grandiosa scenografia urbana. Siamo tutti figli degli architetti, e degli urbanisti, che hanno dato lustro alla città nel corso dei secoli. Quello che un tempo era uno dei più vasti complessi monastici d'Europa si sviluppa su una superficie complessiva di 25mila metri quadri, di cui circa 16mila occupati da giardini, corti interne e altri spazi aperti. Un'autentica cittadella: un gigante, oggi dormiente, tra il centro storico e la collina di San Martino.

Il vento della Rivoluzione Francese spazzò via molti complessi monastici, lasciando, al loro posto, macerie e fantasmi. Il complesso della Santissima Trinità delle Monache - che si estende tra Vico del Paradiso e via Santa Lucia al Monte, a ridosso del Corso Vittorio Emanuele - venne soppresso nel 1808, negli anni della dominazione francese, per volere di Giuseppe Bonaparte. Nacque così l'Ospedale Militare, funzione che l'edificio ha mantenuto fino al 1992. Da allora il convento è abbandonato, se si escludono alcuni sporadici eventi culturali - rassegne musicali e cinematografiche all'aperto e installazioni artistiche - e le attività promosse dal Comune assieme ai comitati del quartiere.
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«Veramente magnifico doveva essere quel monastero situato in un posto così ridente, addossato alla collina tutta cosparsa di fiori, con tanta cura coltivati, dalle suore, nel giardino detto della montagna; circondato da orti pensili, di dove si poteva godere il meraviglioso spettacolo dell'incantevole Golfo di Napoli; con fontane di marmo stupende; con un laghetto artificiale in cui si poteva navigare con ricche gondole; con una peschiera dove, di tanto in tanto, si facevano delle pesche deliziose; con giuochi d'acqua svariatissimi; altalene, agrumeti stupendi, boschetti vaghissimi, e la più bella raccolta di piante rare. Certo, era di quei monasteri che facevano venir la voglia di farsi monache». (Alfonso Fiordelisi, Napoli Nobilissima, 1899)
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La memoria, certo. Ma non solo. Uno dei motivi per i quali questo luogo così denso di storia può e deve rivivere è legato alla sua collocazione urbanisticamente strategica rispetto al potenziale collegamento verticale (oggi interrotto) tra il centro antico, i rioni storici e popolari di Montesanto, Olivella e Quartieri Spagnoli, il corso Vittorio Emanuele e la collina di San Martino, attraverso lo storico percorso pedonale della Pedamentina che porta al piazzale pedonale, al Castel Sant'Elmo e alla Certosa. Ci troviamo esattamente al centro, insomma, di uno spazio urbano di grande respiro, i cui piccoli e grandi polmoni verdi meriterebbe di essere valorizzati, messi in rete, e non soffocati.

Il bene, demaniale, è affidato al Comune che dovrebbe valorizzarlo e rigenerarlo, sfruttando al meglio le sue aree verdi. Tra il dicembre 2016 e il marzo 2018 - con il progetto Urbact 2nd chance che vede il Comune di Napoli capofila di una rete di 11 città europee tra cui Liverpool e Dubrovnik per il riuso di grandi edifici dismessi - un'ampia rete di cittadini, associazioni, professionisti e imprenditori ha elaborato, con lo stesso Comune e il dipartimento di Architettura, un corposo programma integrato di interventi per il recupero e il riuso dell'ex Ospedale Militare. Tra gli interventi previsti, quello di trasformare il complesso e il parco - che oggi vivacchia grazie alla dedizione di uno sparuto manipolo di custodi, ma molto al di sotto delle sue potenzialità - in un vero e proprio villaggio «da destinare ai bambini e ai ragazzi dei quartieri circostanti, ma anche ai cultori del design nelle arti e nei mestieri, nonché agli appassionati della natura (cura del verde, orti, erbe medicinali)». Grazie alla moltiplicazione delle vie di accesso, inoltre (oggi vi è una sola entrata da via Trinità delle Monache), cittadini e turisti potranno sostare per godersi il panorama del golfo e raggiungere, attraverso il Parco dei Quartieri, la collina di San Martino con i suoi terrazzamenti occupati da giardini e aree verdi.

Insomma non solo un polmone verde da sfruttare ma anche uno straordinario canale di comunicazione tra il centro e la collina, in una logica di valorizzazione di quella città verticale che fa parte della nostra storia e della nostra cultura. Ci sforziamo ostinatamente di essere ottimisti, anche se va ricordato che la maggior parte degli edifici del complesso sono abbandonati dal lontano 1992: quasi trent'anni ormai. Ma lo sforzo del Comune, e dei cittadini attivi, merita di essere incoraggiato. Per riportare agli antichi splendori uno dei luoghi della memoria che hanno contribuito a fare della nostra città un fiore all'occhiello della civiltà occidentale. Tra passi falsi e battute d'arresto, abbiamo ancora tanto da raccontare al mondo.  © RIPRODUZIONE RISERVATA