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Il cardinale avvelenato
nel giardino del viceré:
altro che Belledonne!

Domenica 29 Maggio 2022 di Vittorio Del Tufo
Il cardinale avvelenato nel giardino del viceré: altro che Belledonne!

«Le città di mare
che son fatte apposta per non far capire
se la storia più bella deve ancora venire
o se si allontana sera per sera»

(Eugenio Bennato, Le città di mare)

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C'è un mondo, tra via dei Mille e il mare. Un mondo che i nostri occhi non vedono, disseminato di tracce che facciamo fatica a scorgere. Eppure un tempo questo fazzoletto di strade, tra via dei Mille e il mare, era popolato di storie, intrighi, misteri e leggende che ancora sopravvivono nella toponomastica, nella memoria collettiva.

La villa di Alfonso II d'Aragona, prima, e di Pedro da Toledo, poi; l'antica caserma della Cavallerizza, a Chiaia, e il reggimento degli ussari; la leggenda del cardinale (poi viceré) avvelenato da un fico. E poi, le fanciulle ansiose di partecipare al gran ballo delle debuttanti sotto la direzione del maestro di danza Eduardo Fazio, la cui scuola sorgeva nell'odierna via Fiorelli. E le Belledonne - di cui è rimasto il toponimo - che allietavano i giorni e le notti dei soldati acquartierati nelle caserme della zona.

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Napoli Nobilissima ha conosciuto qui, tra via dei Mille e il mare, l'incanto dei suoi giorni migliori. Qui, di fronte all'attuale palazzo Torella, sorgeva la villa di Alfonso II d'Aragona, poi passata al cardinale Pompeo Colonna, esponente della storica famiglia romana, che fu viceré di Napoli dal 1530 al 1532. Singolare e un po' inquietante figura di religioso condottiero, questo vescovo amava cavalcare armato tra i castelli di famiglia sotto Giulio II. Antesignano di quanti vollero battersi contro il potere temporale dei Pontefici, Colonna passò alla storia per aver partecipato attivamente al sacco di Roma del 1527; fu luogotenente del Regno e viceré di Napoli, famigerato per il suo spillar denaro a tutti, poveri e ricchi. Fieramente detestato dal popolo, morì misteriosamente dopo aver mangiato un fico appena colto in quel suo giardino di cui tanto andava fiero, e che non si stancava di mostrare ai suoi ospiti. Ad avvelenare il frutto, secondo la leggenda, fu un servo francese pagato da alcuni nobili che odiavano, ricambiati, il viceré; un'altra versione insinua che mandante del delitto fosse invece la dama che abitava nel vicino palazzo d'Avalos - Vittoria Colonna marchesa di Pescara - decisa a liberarsi di un corteggiatore poco gradito e troppo insistente.

Fantasmi dal passato, voci, storie: sembra essercene una dietro a ogni toponimo. Quello della piazza non deriva da re Ferrandino (al secolo Ferdinando Trastámara d'Aragona, figlio di Alfonso II e Ippolita Maria Sforza) ma da un altro proprietario della villa appartenuta a re Alfonso II: don Garcia de Toledo, duca di Ferrandina (in Basilicata) e figlio del celebre don Pedro de Toledo che a sua volta aveva ereditato la splendida dimora proprio dal sovrano. Meravigliosi intrecci da cui nascono i nomi delle nostre strade.

Fu lo stesso don Pedro, che amava fare le cose in grande, a trasformare l'antica villa in un sontuoso palazzo, mentre a suo figlio, don Garcia, si deve il restyling del parco; il periodo di splendore, tuttavia, durò poco. Alla fine del Seicento la villa, già in parte demolita, fu occupata dalla caserma di cavalleria di San Pasquale, e il tratto di strada che conduceva alla caserma fu denominato via della Cavallerizza. Sorse il quartiere militare, con i suoi acquartieramenti di svizzeri e ussari, e Chiaia si riempì di postazioni militari: il primo nucleo dell'attuale piazza San Pasquale fu adibito, nel XVIII secolo, a spazio di manovra per lo squadronar di cavalli della vicina caserma; via Pace (oggi via Morelli) fu realizzata per favorire i collegamenti delle antiche caserme di cavalleria con il Palazzo Reale, per mezzo della strada sotterranea attraverso Monte Echia, oggi Galleria della Vittoria; e il toponimo Alabardieri deriva dalla presenza, in zona, di una caserma di questo corpo speciale di scorta ai sovrani, poi soppresso nel 1784.

Sarebbe tuttavia un errore pensare a quest'area esclusivamente come a un presidio militare; le grandi famiglie aristocratiche, che avevano quattrini da spendere, scelsero proprio questa zona per edificare le proprie residenze suburbane. Lo racconta bene Massimo Rosi nel bel libro Napoli entro e fuori le mura: questi «luoghi di delizia» spesso sorgevano come masserie o residenze extraurbane, e i nobili si trasferivano qui (tra la futura via dei Mille e il mare) «per sottrarsi all'atmosfera soffocante della città vecchia, all'angustia delle strade del vecchio centro greco-romano». Chiamateli fessi.

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Lo splendido palazzo che separa le parallele via Albardieri e via Cavallerizza, ad esempio, appartenne al principe Giuseppe Caracciolo di Torella, che aveva sposato una nipote di Gioacchino Murat. Fu a seguito delle peripezie politiche e dei dissesti economici patiti nel biennio 1889-1891 quale sindaco di Napoli, pare, che il principe decise di ritirarsi a vita privata in campagna. Il palazzo passò poi al barone Emanuele Calcagno che ne fece una residenza sontuosa e mondana e William Temple, il famoso storico inglese, fu tra gli ospiti più prestigiosi di palazzo Torella. Ricordato per i suoi studi su Omero, Temple si occupò anche di politica e fu fiero oppositore dei Borbone: nelle sue Lettere sulle persecuzioni del Governo borbonico definì il loro modo di governare infame e addirittura negazione di Dio. Fu inoltre lui a introdurre all'alta società napoletana il famoso statista inglese William Gladstone, che ad appena solo venticinque anni era già ministro del Tesoro.

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Agone politico, dunque, ma soprattutto culla delle arti, Palazzo Caracciolo di Torella segnò l'esordio di due grandi protagonisti della vita musicale europea del 700: Carlo Brioschi detto Farinelli e Pietro Metastasio. Il quindicenne soprano castrato debuttò il 10 settembre 1720 nel ruolo di Tirsi nella serenata a sei voci Angelica e Medoro, su versi del ventiduenne scrittore romano. Così - scrisse il Croce - il maggior poeta teatrale del secolo e il maggior cantante del secolo nascevano insieme alla vita delle scene».

Oggi, Palazzo Caracciolo di Torella è un condominio, affacciato su quel largo Ferrandina che ospitò pure, negli anni della belle époque, la più celebre scuola di danza della città. Il maestro Eduardo Fazio fu per anni il deus ex machina del ballo delle debuttanti e l'essere ammesse nella sua scuola era - per le diciottenni delle famiglie bene di Napoli - privilegio tra i più ambiti. Le lezioni, si badi, non erano riservate solo alle signorine che preparavano l'entrata in società: maggiorenti e personalità politiche e militari si precipitavano a scuola nell'imminenza di serate danzanti o di gala - magari gravati dell'onore-onere di dover aprire le danze in coppia con dame di sangue blu o illustri ospiti straniere - e tanto pregiata clientela rese lo stabile di via Fiorelli 14 una delle cattedrali profane della città anche dopo che, scomparso don Eduardo, fu la figlia Celeste a raccoglierne il testimone.

Di quella cartolina, oggi non rimane molto: dell'antico edificio vicereale resistono le volte a crociera, i pilastri e gli archi cinquecenteschi di piperno, una delle scalinate. Il ricordo della Cavallerizza sopravvive nel monumentale ingresso della scuola Tito Livio, nel cuore congestionato e strombazzante del rione San Pasquale. Nell'altro edificio scolastico realizzato negli anni Trenta del 900 sulle preesistenze dell'antica caserma - il liceo Umberto - hanno studiato cittadini del calibro di Giorgio Napolitano, Francesco Rosi, Giuseppe Patroni Griffi, Antonio Ghirelli. 

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