«Andrà tutto bene»,
lo strano caso
di via Costantinopoli

Domenica 5 Aprile 2020
Vittorio Del Tufo
«Salve, o Colonna di fuoco
che mostri la via
a chi è nelle tenebre...»

(dall'inno Acàtisto di Romano il Melode)
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Tutto cominciò con il sogno: il sogno di una vecchierella. Narra la leggenda che nel 1527 la Vergine di Costantinopoli apparve in sogno ad un'anziana donna, chiedendole di erigere un tempio lì dove fosse stata trovata una sua immagine dipinta su un muro. Tempo dopo l'immagine della Madonna fu effettivamente trovata - presso l'abitazione di un mercante - e in quel preciso luogo venne edificata una chiesa. Il luogo di culto sorse con l'obiettivo di chiedere l'intercessione della Madonna di Costantinopoli per fermare l'avanzata dell'epidemia di peste che da oltre un anno stava mietendo vittime in città.

Luogo ricco di storia e di memorie, via Costantinopoli - oggi la strada degli antiquari, dei mobilieri e della Movida - deve il toponimo, dunque, alla chiesa dedicata in origine alla Madonna di Costantinopoli e a una lontana epidemia di cui non è rimasta traccia se non negli scaffali impolverati dei nostri (meravigliosi) archivi. Ma cosa accadde, esattamente, a Napoli nel 1527?
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Surclassata, per così dire, dalla più celebre Peste del 1656, l'epidemia del 1526-1529 viene lungamente citata nel quarto volume della Historia della città e del regno di Napoli di Giovanni Antonio Summonte, pubblicata nel 1601. Scrive Summonte: «(...) Nello stesso anno (1526) la peste cominciò in Napoli il suo lavoro, e talmente continuò tutto l'anno 1527, che non vi fu casa che non ne sentisse travaglio. E quando del tutto parve estinta allora pigliò maggior forza, perciocché l'anno 1528 e 1529 fé grandissimo danno, onde vi morirono dintorno a sessantacinquemila persone; e cosi contagioso morbo si intese la prima volta in Napoli, in una casa appresso la chiesa di S. Maria della Scala, nel mese di agosto del predetto anno 1526; qual casa appestata fu subito, per ordine degli Eletti della città, sbarrata, per levarsi il commercio, che perciò questa strada, al presente, vien denominata de le Barre».

Dunque la peste aveva già colpito duramente la città quando quest'ultima fu messa definitivamente in ginocchio dal terribile Assedio del 1528. Si era nel pieno delle guerre italiane tra Carlo V, re di Spagna e imperatore del Sacro Romano Impero, e il re di Francia Francesco I. Erano i mesi del famigerato comandante francese Odet de Foix, conte di Lautrec. Il quale, nell'aprile del 1528, strinse d'assedio Napoli installando l'accampamento francese nella zona attualmente occupata dal Cimitero delle 366 Fosse, a Poggioreale (per questo motivo la collina di Poggioreale era un tempo chiamata monte di Leutrecco o, popolarmente, Lotrecco). Nell'estate del 1528, per vincere le resistenze degli assediati, il comandante francese distrusse le condutture dell'Acquedotto della Bolla, le cui acque si sparsero nei terreni vicini (la zona delle paludi corrispondente all'attuale Centro Direzionale - Rione Luzzatti). La pestilenza a quel punto non ebbe più argini e, grazie al caldo, si diffuse facendo strage di cittadini e uccidendo lo stesso Lautrec, il 15 agosto 1528. (Quattro anni più tardi Carlo V, sovrano di un «impero sul quale non tramontava mai il sole», decise di inviare a Napoli un viceré dal pugno di ferro, il mitico don Pedro de Toledo, vecchia conoscenza dell'Uovo di Virgilio e artefice della trasformazione urbanistica della capitale del Regno).

Uscito di scena Lautrec, l'armata francese si arrese l'8 settembre 1528, giorno della Natività di Maria. Il popolo si era liberato dei francesi, ma doveva continuare a combattere contro un nemico molto più subdolo e pericoloso. La peste, infatti, non cessava di seminare morte e lutti. Libera nos a morbo, pregavano i vecchi. Libera nos a morbo, pregavano i giovani. In molte chiese le campane non suonavano più, la gente si riuniva in preghiera, chi poteva permetterselo fuggiva in campagna. Nelle stanze di molte case ardeva un fuoco perenne, per purificare l'aria infetta, così da resistere alle esalazioni.
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Si diffuse in quei giorni, grazie al sogno premonitore della vecchierella, il culto della Madonna di Costantinopoli. Alla quale veniva attribuito un miracoloso potere di protezione contro le epidemie. La Vergine era apparsa in sogno alla donna con queste parole: «Rallegrati, o figlia, perché si è placata l'ira del mio Divin Figlio; porta questa buona nuova ai tuoi afflitti concittadini. Dirai loro, da parte mia, che in rendimento di grazie scavino la terra qui vicino, ove troveranno dipinta sopra un muro la mia immagine nascosta sotto le rovine di un'antica cappella. Qui voglio che sia edificata una chiesa, dove onorandomi mi farò conoscere loro pietosa avvocata».

La città, allo stremo, credette al racconto della vecchierella. Sulla spinta di quel favorevole auspicio, si formò una confraternita votata alla Madonna di Costantinopoli, che avviò le ricerche. Gli scavi condussero al rinvenimento, presso quella che un tempo era stata l'abitazione di un mercante, di un'immagine in tutto e per tutto simile a quella descritta nel sogno. Una sorta di murale, o di ex voto, che l'uomo, originario di Costantinopoli e vissuto nel 400, aveva commissionato a un manierista dell'epoca (rimasto ignoto) sul muro esterno della propria abitazione, su una tavola di marmo tufaceo, probabilmente in ricordo della terra lontana. L'affresco ritraeva Costantinopoli in fiamme, e la Madonna che manda gli angeli a spegnerle. Dove un tempo sorgeva la casa del mercante, fu costruita una piccola cappella. Su quella cappella venne poi edificato il primo nucleo della chiesa di Santa Maria di Costantinopoli.

Va ricordato che Napoli non ha mai interrotto le sue relazioni con la civiltà bizantina; lo testimoniano per i secoli del Medioevo l'esistenza di monasteri greci, il santorale e talune costumanze liturgiche. Un filo sottile continua a unire il nostro e il loro universo mistico.
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Via Costantinopoli, dunque, questa strada elegante e dal nome orientaleggiante, conserva nelle pietre e nell'anima la memoria di quei lontani avvenimenti: la peste, l'assedio, la leggenda della Madonna di Costantinopoli apparsa in sogno all'anziana donna, l'affresco miracoloso, tuttora visibile all'interno del luogo di culto.

La costruzione della chiesa, alla quale fu annesso un monastero femminile, fu graduale: la confraternita completò i lavori solo nel 1586. Tra le mani illustri che si affollarono nel cantiere ci furono quelle dell'architetto domenicano Giuseppe Nuvolo, detto fra' Nuvolo, autore di opere straordinarie, come la chiesa di Santa Maria della Sanità con la sua elegante cupola rivestita in maioliche. L'altare maggiore, che occupa il coro in tutta la sua grandezza, fu progettato invece da un altro genio, Cosimo Fanzago, mentre la volta lunettata dell'abside fu affrescata da Belisario Corenzio. Il greco era giunto in Italia intorno al 1570 ed era di sicuro a Napoli nel 1590, dove fu tra i grandi protagonisti della pittura ad affresco tra la fine del secolo ed il 1630.

Sullo sfondo, una delle strade più austere ed eleganti della città. Fu il vicerè Pedro de Toledo a volerne la costruzione, nel quadro dell'ampliamento urbanistico che, alla metà del 500, avrebbe cambiato il volto della città. Dove oggi sorgono sontuose e storiche dimore (da palazzo Apicella a Palazzo Firrao, da Palazzo Spinelli di Fuscaldo a Palazzo Sgueglia della Marra, fino al meravigioso palazzo Conca, che ospitò Giovan Battista Marino e Torquato Tasso) si affacciavano secoli fa ben quattro conventi: Santa Maria di Costantinopoli, Sant'Antonio a Port'Alba, Santa Maria della Sapienza e San Giovanni Battista. Secoli di storie, pietre e memorie nella strada nata dal sogno di una vecchierella.  © RIPRODUZIONE RISERVATA