Dal pozzo dell'Archivio
riemerge il capolavoro
del pittore maledetto

Domenica 29 Dicembre 2019 di Vittorio Del Tufo
Dal pozzo dell'Archivio riemerge il capolavoro del pittore maledetto

«Nella grande saggezza c'è grande dolore, e chi incrementa il proprio sapere incrementa il proprio dolore» (Umberto Eco, Il nome della rosa).
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Un tesoro di inestimabile valore sta riemergendo dalla polvere del tempo e della storia, e l'Uovo di Virgilio è in grado di mostrarlo. Nei locali dove oggi ha sede l'Archivio di Stato, che un tempo ospitava il grande complesso monastico dei benedettini, i lavori di restauro nell'antica Sala del Capitolo stanno lentamente riportando alla luce gli affreschi perduti di Belisario Corenzio, genio della pittura napoletana del 600. Si tratta di capolavori fortemente danneggiati e oggi interamente coperti dalle scaffalature apposte nel 1845, quando vennero ritoccati gli affreschi della volta (tuttora visibili) mentre quelli alle pareti laterali, altrettanto preziosi, vennero sacrificati per raccogliere i documenti che raccontano la storia del catasto onciario, ovvero il sistema di tassazione della proprietà e dell'industria nato sotto il regno di Carlo III di Borbone nel 1741. Ecco perché l'antica e mistica Sala del Capitolo, i cui silenzi richiamavano le atmosfere de Il nome della rosa di Umberto Eco, è denominata Sala Catasti. Siamo nel ventre magico dell'Archivio di Stato, il più ricco scrigno di documenti dell'Italia meridionale. Un luogo caro a Bartolommeo Capasso, a Benedetto Croce e a tutti coloro che considerano la memoria un bene prezioso, da coltivare e da salvaguardare.

Basta entrare nella meravigliosa Sala del Capitolo per sfogliare in un attimo secoli di storia. Originariamente le scene qui dipinte erano visibili solo ai monaci, e avevano un contenuto pedagogico, di ispirazione e insegnamento durante la meditazione della Regola. A Belisario Corenzio, nei primi anni del 600, secolo d'oro della pittura napoletana, i monaci benedettini affidarono la decorazione delle volte della navata, del transetto e del coro della chiesa dei Santi Severino e Sossio, opere in larga parte perdute in seguito ai terremoti del 1688 e 1731. Più o meno in quello stesso periodo l'artista si dedicò agli affreschi del Capitolo, nell'area del chiostro principale del monastero, oggi denominato Atrio dei Marmi. In questa stessa zona soggiornò Torquato Tasso, attratto dalla pace e dal silenzio che vi regnavano.

Gli affreschi ora visibili - quelli sulla volta del Capitolo - raffigurano scene relative a miracoli evangelici di Gesù. Dunque ecco il paralitico, l'adultera, i ciechi, il Buon Samaritano: tutti inquadrati tra cornici, stucchi e fasce dorate alternati alla raffigurazione allegorica di virtù. Gli affreschi coperti e invisibili - quelli non compromessi dalle scaffalature lignee dei due lati lunghi del Capitolo - stanno tornando invece alla luce grazie al lavoro dei restauratori.

A guidare l'Uovo di Virgilio in questo meraviglioso labirinto di ombre e di volti che riemergono dal buio è la direttrice dell'Archivio di Stato, Candida Carrino. Il passato ci parla attraverso brevi ed enigmatici frammenti. È ipotizzabile la presenza di altre scene evangeliche a completare il ciclo già dipinto da Belisario: nella parete di fondo, grazie al personaggio riverso in basso a destra, forse è riconoscibile una Cacciata dei mercanti dal Tempio e dunque un ammonimento al ritorno all'antica purezza della religione.

Più problematica, per adesso, è la ricostruzione della scena sulla parete d'ingresso. Un personaggio di rango probabilmente reale con copricapo orientale (scettro in mano e mantello di ermellino) ascolta la perorazione del personaggio inginocchiato ai suoi piedi e forse l'accoglie (visto il gesto della mano destra). Altri personaggi con copricapi all'orientale fanno da sfondo. In primo piano un notabile tiene aperto un libro e forse lo legge, visto lo scranno laterale cui se ne appoggiano altri e di uno scrittoio. Il libro contiene una frase purtroppo incomprensibile, in cui si riconosce attualmente solo la parola ergo. È in questa frase la chiave per decifrare l'affresco, che al momento resta un enigma.
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Un tempo il complesso monumentale dei Santi Severino e Sossio era uno dei più importanti centri della spiritualità benedettina nel Mezzogiorno. Si sviluppava sul lato orientale della chiesa, a ridosso della cinta muraria del nucleo antico della città, quindi sotto il decumano inferiore. Temendo le continue incursioni dei Saraceni, i monaci Benedettini decisero di abbandonare la precedente sede sulla collina di Pizzofalcone, così portarono nel nuovo edificio - nel X secolo - non solo le reliquie dei santi Severino e Sossio, ma anche alcuni libri della loro biblioteca, tra i quali quelli che trattavano della sapienza magico-iniziatica del mondo antico.

Nel 1799 il monastero venne soppresso e trasformato in deposito per le truppe del cardinale Ruffo. L'Archivio di Stato nacque nel periodo napoleonico, il 22 dicembre 1808, per concentrare in un unico luogo gli antichi archivi del regno (Archivio Generale del Regno). Con la restaurazione, l'istituzione mutò il nome in Grande Archivio del Regno. L'Archivio di Stato come lo conosciamo noi, con i suoi tesori ed i suoi ricordi, è figlio di questa lunga storia.
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Belisario Corenzio, nato ad Acaia, in Grecia, nel 1558, arrivò a Napoli intorno al 1570. Godette, sin dai primi anni napoletani, di pessima fama. Fu vittima di maldicenze, calunnie, leggende nere. Bernardo De Dominici, autore del famoso Vite de' pittori, scultori, ed architetti napoletani, gli attribuì ogni genere di nefandezza, addirittura quella di aver fatto ammazzare un suo discepolo, della cui bravura il vecchio maestro sarebbe stato geloso. Certo Belisario era famoso per i suoi metodi piuttosto brutali, soprattutto quando si trattava di sbaragliare la concorrenza e aggiudicarsi le commissioni più prestigiose. Quando i nobili dei Sedili decisero di realizzare la Cappella del Tesoro di San Gennaro, per i dipinti e gli affreschi si rivolsero ad artisti non napoletani. Corenzio non la prese bene, e attraverso la sua cricca cercò in tutti i modi di convincere i pittori rivali a levare le tende. Guido Reni lasciò Napoli dopo l'accoltellamento di un suo aiutante. L'aggressore, arrestato, indicò come mandante dell'agguato proprio il greco napoletano, che però fu prosciolto dall'accusa per insufficienza di prove. A quel punto fu contattato Domenico Zampieri, detto il Dominichino. Che, dopo molti tentennamenti, accettò. Si stabilì a Napoli con la famiglia, trattato con ogni riguardo. Ricominciarono le minacce e le pressioni per convincerlo ad abbandonare l'incarico. Ma il Dominichino, a differenza di Reni, tenne duro e completò gli affreschi.

Secondo una leggenda Belisario Corenzio morì nel 1643 a Napoli, precipitando da un ponteggio proprio nella chiesa dei santi Severino e Sossio dove era tornato per correggere alcuni affreschi da lui eseguiti e criticati dai suoi detrattori che avevano notato degli errori. A raccontare questa storia è il solito De Dominici, il quale però, come sanno bene gli storici dell'arte, nella sua vita e nei suoi libri raccontò pure un mucchio di frottole. Secondo altri studiosi il pittore morì nell'odierna Esperia, un paese del Frusinate, dove si era ritirato, ormai molto anziano, nel 1646. Fatto sta che la tomba del geniale, prepotente, insopportabile Belisario si trova proprio in una delle cappelle laterali della chiesa di largo San Marcellino, sotto il pavimento della navata, dove il greco napoletano precipitò mentre cercava di dimostrare ai suoi detrattori di essere ancora il più grande di tutti.

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