Bùvero sacro e profano,
il segreto dei templari
nel borgo a luci rosse

Domenica 19 Settembre 2021 di Vittorio Del Tufo
Bùvero sacro e profano, il segreto dei templari nel borgo a luci rosse

«Sant'Antonio dalla barba bianca, se non nevica poco ci manca»

(proverbio popolare)

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C'è un angolo di città che ha conservato pressoché inalterata, dal 400 ad oggi, la propria fisionomia, la struttura urbanistica del passato. Il Borgo Sant'Antonio Abate, o Bùvero e Sant'Antuono, è un luogo della memoria, carne viva impastata al cemento, «malfamato quartiere di facili amori» al quale l'antropologo Abele De Blasio dedicò una ricerca - impressionante per la mole di notizie raccolte - confluita nel libro I segreti dell'Imbrecciata, ancora oggi uno degli studi più approfonditi sulla Napoli della prostituzione e dei «femminielli» tra il 400 e l'800. Un luogo lontano dagli itinerari turistici, saldamente incastrato tra Porta Capuana e piazza Carlo III, spezzato in due dal piccone del Risanamento (grazie ai quali fu realizzato il corso Garibaldi) e famoso per il mercato che vi si svolge ogni giorno. Eppure non v'è abitudine o usanza popolare, a cominciare dalla tradizione dei cippi, che nelle stradine del Bùvero non rimandi al passato, un passato mitico e leggendario sul quale anche Benedetto Croce, detective della memoria, decise di far luce nei primi anni del 900 (prima di allora se ne sapeva poco) inviando sul posto un giovane cronista per raccogliere informazioni poi riportate nella rivista Napoli nobilissima.

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All'origine del Borgo, una chiesa: la chiesa che diede il nome alla strada e all'intero quartiere. Venne fondata intorno al 1370 dalla regina Giovanna d'Angiò, nel quadro di un vasto programma di edilizia religiosa e assistenziale che aveva l'obiettivo di valorizzare tutta la zona a ridosso di Porta Capuana, all'epoca la principale via d'accesso alla città. Ai tempi di Giovanna - e prima ancora, quando il signore del Regno era Roberto d'Angiò - in questo luogo già venivano curate le persone colpite dal morbo del fuoco sacro, detto anche Fuoco di Sant'Antonio, con un prodotto ricavato dal sangue di maiale. Nel cuore di questo antico villaggio, nei luoghi dell'attuale chiesa, sorgeva un convento gestito dai monaci Antoniani, affiancato da un lazzaretto e da un piccolo ospedale. Erano i monaci a preparare la sacra tintura che veniva usata per curare l'herpes zoster: così si diffuse, tra i cittadini del Borgo, l'abitudine di allevare maialini per donarli al m«onastero. Narra la leggenda che a svelare ai monaci i segreti del miracoloso unguento - i poteri terapeutici del sangue di maiale - furono i Templari di ritorno dalla Terra Santa. La leggenda ha un fondamento storico: è accertato infatti che molti pellegrini di rientro dall'Oriente venissero curati proprio nel nosocomio annesso alla chiesa.

Antonio Abate, detto anche Antonio del Deserto, eremita di origini egiziane, visse completamente isolato per oltre vent'anni per resistere alle tentazioni del male. Nelle immagini sacre è raffigurato con un bastone e un maialino ai piedi, ed è il bastone a custodire la scintilla purificatrice del fuoco. Lo stesso fuoco con il quale il 17 gennaio, in alcuni quartieri popolari di Napoli, tra i quali il Bùvero, si bruciano vecchi oggetti e si benedicono gli animali. Un culto caro agli Angioni e proprio per questo proibito dagli Aragonesi, i quali ritenevano che la tradizione fosse troppo legata alla precedente dominazione. Fu proprio durante il regno degli Aragonesi che la zona si arricchì di ville e giardini, orti e taverne, divenendo per molti cittadini luogo di caccia o di villeggiatura. Una macchia verde soffocata troppo presto dall'urbanizzazione di luoghi sempre più estesi della città.

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Nascosta dal vasto edificio delle prigioni di San Francesco, l'Imbrecciata - la vasta area compresa tra Porta Capuana e via Martiri d'Otranto - ha custodito per secoli i segreti più peccaminosi della città. Sin dal 500 la maggior parte dei bordelli e delle case di appuntamento era concentrata in questi vicoli il cui manto era lastricato da ciottoli, la cosiddetta breccia. «Ricettacolo delle donne di mondo», definì queste strade, nel 600, il canonico Carlo Celano, primo grande esploratore della città.

Nei vicoli del Bùvero si aggirava, nel 1648, anche «una povera donna, che i soldati spagnuoli frequentavano più per deriderla che per goderla. E quando ella, costretta e paurosa, si conduceva allo loro voglie, i soldati le negavano ogni compenso e la percuotevano» (De Blasio). Era Bernardina Pisa, moglie di Masaniello: dopo la morte del marito si era trasferita nel Borgo per prostituirsi; solo pochi anni prima, vestita di seta e coperta di gioielli, era stata portata in trionfo dal popolo e davanti a lei s'era inginocchiata, tremante, la superba viceregina Duchessa d'Arcos: «Sea vostra Illustrissima my blen venita!».

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Nel 1745 sui muri del Borgo Sant'Antonio Abate comparve il seguente editto:
«Per esecuzione del Sovrano comandamento, col presente ordiniamo che non ardiscano le meretrici passeggiare, e fermarsi per la città fuori dai quartieri loro assegnati sotto pena dell'esilio perpetuo dal Regno». L'immenso lupanare fu chiuso da un cancello di ferro e Cancello divenne il nome del quadrilatero di strade dove le Sacerdotesse di Venere di Porta Capuana, come venivano chiamate, potevano continuare a svolgere la propria attività. Ogni tanto qualcuna provava a fuggire dal ghetto, ed erano mazzate. «Il quartiere di Borgo Sant'Antonio - ricorda De Blasio - divenne il più ignobile della città, fomite di delitti di ogni specie e di malanni. Gli uomini onesti che vi abitavano dovevano rincasare prima di annottare, per tema di non essere depredati ed uccisi dai camorristi, e le donne dabbene, per non essere confuse colle meretrici, si privavano di uscire o di esporsi alle finestre».

Le prostitute - che abitavano prevalentemente nella zona oggi compresa tra vico Martiri d'Otranto e via Santa Maria della Fede - pur non pagando alcuna tassa al governo erano tenute a recarsi ogni giorno al vicino sifilicomio per essere sottoposte ad osservazione.

In realtà la visita sanitaria vera e propria veniva effettuata dal ricottaro e avveniva mediante l'utilizzo di uno specolo unto d'olio. Gli affari del Borgo erano affari di camorra, e tali rimasero anche nel periodo borbonico; i ricottari erano gli spietati componenti della Società Rifurmata che qui reclutava le sue leve lucrando i proventi del traffico di corpi. Circolano varie ipotesi sull'origine del termine ricottaro, riconducibile al gergo camorristico. Secondo l'opinione prevalente, la parola deriva dallo scarto della lavorazione del latte: dunque un prodotto che si ottiene senza sforzo. Ricottaro è chi sfrutta il lavoro della prostituta, senza fare alcuna fatica. Secondo altri, il termine deriverebbe da recòveta: la raccolta di denaro che si faceva periodicamente nei vicoli di Napoli per aiutare le famiglie di chi era finito in galera (De Blasio, invece, sostiene nel suo libro che il termine derivi, sì, dalla ricotta ma che quest'ultima sia, nel gergo camorristico, sinonimo di sperma).

Disquisizioni lessicali che non appassionavano certo più di tanto le vittime del giro d'affari, ovvero le prostitute e in particolare le Sacerdotesse di Venere del Borgo Sant'Antonio, che avevano una fitta e composita clientela, di ogni strato sociale. 

(1-continua)

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