Quando Canova disse:
darei dieci anni di vita
per il Cristo Velato

di Vittorio Del Tufo

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«Non ho guardato nulla del resto della galleria; ci sono ritornato in diverse riprese e l'ultima ho baciato la donna in deliquio che tende verso l'Amore le lunghe braccia di marmo. E il piede! E la testa! E il profilo! Mi si perdoni, è stato da molto tempo, il mio solo bacio sensuale; era qualcosa di più ancora, baciavo la bellezza stessa. Era al genio che dedicavo il mio ardente entusiasmo»
(Gustave Flaubert).
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Tra il 22 gennaio e il 28 febbraio 1780 Antonio Canova soggiornò a Napoli, all'albergo Reale di piazza Castello, ospite della nobildonna veneziana Contarina Barbarigo, bizzarra protagonista dei fasti che precedettero l'epoca inquieta delle rivoluzioni, esiliata dalla Serenissima per la libertà dei suoi costumi. A soli 23 anni, l'astro dello scultore già brillava da tempo. Un anno prima era diventato membro dell'Accademia Veneziana, e aveva consacrato il suo talento grazie alla realizzazione del gruppo raffigurante Dedalo e Icaro. Ma è durante il soggiorno napoletano, quando ha modo di ammirare dal vivo i tesori di Ercolano e Pompei, quando resta a bocca aperta davanti al Cristo Velato di Sanmartino e alla Pudicizia di Corradini, quando osserva - in estasi - i marmi Farnese, trasferiti a Napoli per volontà di Ferdinando IV, che Canova diventa il genio Canova, uno dei più grandi artisti di tutti i tempi, universalmente riconosciuto come l'ultimo degli antichi e il primo dei moderni. Nei giorni del grande allestimento dedicato a Canova (nelle sale espositive del Mann fino al 30 giugno 2019) torna d'attualità il legame profondissimo che legò il maestro dei marmi con la nostra terra e con il patrimonio antico di Napoli.

Un legame che si cementò e diventò quasi ossessivo quando il «moderno Fidia», nato a Possagno (Treviso) nel 1757, mise piede per la prima volta nella Cappella Sansevero, scrigno di capolavori e tempio di famiglia trasformato da Raimondo di Sangro in un labirinto iniziatico.

Gli occhi di Canova si posano su quelli del Cristo disteso sul letto di morte. Eccola, la statua del Redentore, avvolta in un sudario drappeggiato che tanto bene aderisce alle forme del viso e del corpo da mettere in evidenza, addirittura, le ferite del martirio: le mani e i piedi straziati dai chiodi, la ferita al costato. Quel Cristo disteso sul letto di morte - un capolavoro di devozione e superbia, oggi un simbolo di Napoli nel mondo - getta quasi nella disperazione il giovane scultore, che afferma: «Darei dieci anni di vita pur di realizzare un'opera di eguale bellezza!».

Canova torna a Cappella Sansevero il 2 febbraio. Quel giorno annota le sue impressioni sul diario di viaggio. Resta colpito anche dalla statua della Pudicizia, scolpita dal conterraneo Antonio Corradini. Un'opera datata 1752, dunque realizzata, dal Corradini, cinque anni prima che Canova nascesse. Fu commissionata da Raimondo di Sangro al maestro veneziano per tributare un omaggio alla madre, Cecilia Gaetani, che morì quando Raimondo non aveva ancora un anno.
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«Il Canova ha avuto il coraggio di non copiare i greci e di inventare una bellezza, come avevano fatto i greci: che dolore per i pedanti! Quel grande che a vent'anni non conosceva ancora l'ortografia, ha creato cento statue, trenta delle quali sono capolavori» (Stendhal)
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Napoli, agli occhi di Canova, era «veramente situata in una delle più amene situazioni del mondo». Così scrive lo scultore nel suo Quaderno di Viaggio. Visita la chiesa di San Domenico e annota che «molte donne cantavano fortemente il Rosario». Partecipa all'estrazione del Lotto nel quartiere Vicarìa, dove assiste anche alla discussione di una causa, notando che «tutti parlano» - avvocati, imputati, curiosi - in un girotondo affastellato e confuso. Il 14 febbraio Canova si reca a Pompei, «sito che si sta scavando presentemente», e poi a Salerno e a Paestum. È quindi la volta degli scavi di Portici e di Pozzuoli, dell'antro della Sibilla, di Baia, della Solfatara. La grande occasione per instaurare un rapporto privilegiato con Napoli gli viene offerta dall'accordo stipulato con il marchese Francesco Berio - patrizio genovese residente a Napoli - per scolpire il gruppo in marmo di Adone e Venere. Berio colloca l'opera in un tempietto del giardino del suo palazzo di via Toledo, che diventa subito meta di appassionati e curiosi.

Tra gli ammiratori del gruppo marmoreo di Adone e Venere c'è anche Onorato Gaetani dei principi d'Aragona, che nel marzo del 1795 decide di commissionare a Canova il marmo dell'Ercole e Lica. Il gruppo rappresenta una vicenda tratta dai poeti antichi. Ercole, impazzito dal dolore procuratogli dalla tunica intrisa dal sangue avvelenato del centauro Nesso, scaglia in aria il giovanissimo Lica, che, ignaro, gliel'aveva consegnata su ordine di Deianira. Con Ercole e Lica, spiega Giuseppe Pavanello, tra i massimi studiosi di Canova e curatore della mostra-evento del Mann, «lo scultore intendeva creare un equivalente moderno, anche nelle dimensioni, del colossale Ercole Farnese conservato a Napoli». Modello per l'Ercole e Lica di Canova fu anche il celebre gruppo di Atamante e Learco.

È dai marmi Farnese, trasferiti a Napoli per volontà di Ferdinando IV, che Canova trae ispirazione per realizzare i suoi capolavori. In mostra al Mann sei celebri opere provenienti dal Museo dell'Ermitage a San Pietroburgo, che possiede la più ampia collezione di marmi dell'artista veneto. L'elenco comprende la Danzatrice con le mani sui fianchi, l'Ebe, l'Amorino alato, il gruppo marmoreo di Amore e Psiche stanti, la Testa del Genio della morte e il celebre gruppo de Le Tre Grazie (1812-1816), ritraenti le tre famose dee benefiche della mitologia greca, Aglaia, Eufrosine e Talia, figlie di Zeus; opera di cui, com'è noto, esistono due versioni: la prima è conservata all'Ermitage di San Pietroburgo, mentre una sua replica è esposta al Victoria and Albert Museum di Londra.
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È a Canova che Ferdinando IV di Borbone affida la statua alta oltre 3 metri che lo raffigura e che oggi troneggia nell'atrio del Museo archeologico nazionale. Il sovrano, spiega Pavanello, «intendeva lanciare l'immagine di Napoli, città di fondazione greca, quale nuova Atene e nuova Roma, in cui convivevano l'antico - dagli scavi ercolanesi alla raccolta di marmi farnesiani - e il moderno». Un'opera dalla gestazione lunga e tormentata: commissionata nel 1800; interrotta nel 1806, con l'avvento sul trono napoletano della dinastia Bonaparte; ripresa nel 1815 al ritorno del sovrano a Napoli con il nome di Ferdinando I re delle Due Sicilie; infine terminata nel 1819 e spedita via mare a Napoli. Dove viene collocata, due anni dopo, nel luogo indicato dallo stesso Canova: una nicchia dello scalone monumentale del Museo Archeologico. Un'opera severa e grandiosa per la quale, ancora una volta, il genio di Possagno prenderà a modello l'Ercole Farnese, che stanco per le dodici fatiche riposa appoggiato alla clava da cui pende una pelle di leone, mentre la mano destra, portata dietro la schiena, regge i pomi da lui raccolti nel giardino delle Esperidi dopo aver sorretto sulle spalle il globo terrestre passatogli da Atlante.
Domenica 7 Aprile 2019, 20:00 - Ultimo aggiornamento: 8 Aprile, 12:01
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