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Garcilaso, re dei salotti:
quando Napoli impazzì
per il poeta guerriero

Domenica 15 Maggio 2022 di Vittorio Del Tufo
Garcilaso, re dei salotti: quando Napoli impazzì per il poeta guerriero

«Il tuo gesto è scritto nella mia anima»

(Garcilaso de la Vega)

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Un raffinato cortigiano si aggirava a Napoli all'inizio degli anni Trenta del 500, all'ombra del mitico e monumentale don Pedro de Toledo. Era il celebre poeta spagnolo Garcilaso de la Vega, grande animatore dei circoli cittadini e membro dell'Accademia Pontaniana. Faceva figo, in quegli anni, invitare Garcilaso alle cene, ai dibattiti letterari, ai dotti raduni ai quali partecipava il fior fiore della vita intellettuale della città. Raduni che si svolgevano prevalentemente in alcune importanti dimore napoletane: quella del giurista e poeta Scipione Capece, che ospitava le riunioni dei pontaniani, la villa Leucopetra di Bernardino Martirano, segretario del Regno, e quella di Juan de Valdés, il riformatore spagnolo che finì nel mirino dello stesso don Pedro, il quale, com'è noto, sentiva puzza di zolfo ovunque.

Tra le élites culturali del viceregno Garcilaso era considerato una specie di divo. Tra i massimi poeti della letteratura spagnola, de la Vega fu anche un valoroso soldato, un audace combattente. E infatti sono numerose le battaglie che lo videro eroicamente impegnato fin dall'inizio della sua precocissima carriera militare, sempre al fianco dell'imperatore Carlo V. Uomo di spada e penna: proprio nei giorni scorsi, durante un convegno all'Università Suor Orsola Benincasa, è stato annunciato il ritrovamento di due odi latine inedite scritte da Garcilaso nel suo periodo napoletano. Un ritrovamento di grande importanza per gli studiosi e gli appassionati di letteratura spagnola: le odi sono copiate a mano (ci troviamo dunque in presenza di un manoscritto inedito) nelle ultime carte di un'antologia di poeti italiani del Cinquecento conservata presso una biblioteca della Repubblica Ceca.

Gli infiniti labirinti della storia, dell'arte, della letteratura: che stavolta conducono a Napoli, e più esattamente ai cenacoli culturali e artistici che don Pedro, il viceré di ferro, a volte tollerava e a volte no. Come il famoso circolo alla Rivera di Chiaia di Juan de Valdés, il teologo e umanista spagnolo che fu certamente in contatto con Garcilaso del la Vega. Meravigliosi (e pericolosi) intrecci all'ombra del viceregno spagnolo.

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Napoli, è il 1532. Nella memoria dei cittadini è ancora vivo il ricordo del terribile assedio del 1528 da parte dei francesi guidati dal conte di Loutrec. Giunto in Italia al seguito di don Pedro, Garcilaso è subito nominato luogotenente della guardia personale del viceré, con uno stipendio di 100.000 maravedís. Diventa così l'uomo-ombra di Pedro, il quale era stato spedito a Napoli dall'imperatore con un compito preciso: calare il pugno di ferro sulla città e ridurre a più miti consigli le riottose oligarchie nobiliari cittadine. Il viceré - artefice del rinnovamento urbanistico di Napoli, inventore dei Quartieri Spagnoli e innamorato di Pozzuoli, dove costruì la sua residenza - gli affida incarichi di estrema fiducia, non molto diversi da quelli che aveva svolto, in precedenza, per l'imperatore. Il poeta è un misto di cortigiano fedele, efficace ambasciatore, rapido messaggero (non sempre di pace). Ma è anche, e soprattutto, un poeta. E a Napoli, dove ancora si celebrano i fasti dell'umanesimo aragonese, troverà un gran fermento culturale e gli stimoli intellettuali adatti per coltivare la sua grande passione per la poesia.

«Se don Pedro de Toledo non avesse insistito con Carlo V per portare con sé Garcilaso a Napoli - spiega all'Uovo di Virgilio Maria D'Agostino, docente di Letteratura spagnola al Suor Orsola Benincasa - la sua poesia sarebbe molto diversa da quella che è, e altro sarebbe stato forse il destino della lirica spagnola». Sarà il soggiorno napoletano a stimolare il genio assoluto del poeta di Toledo inducendolo a rinnovare definitivamente il linguaggio poetico spagnolo, un linguaggio in cui «l'esempio costituito dalla lirica di Petrarca e quello dei grandi poeti della classicità finirono per assumere un valore equivalente».

Il poeta spagnolo è affascinato dall'Arcadia di Jacopo Sannazzaro, che considera una fonte inesauribile di spunti: se ne abbevera in continuazione. La sua posizione alla corte di don Pedro, la sua personalità, la sua curiosità intellettuale gli aprono rapidamente le porte dei circoli intellettuali della città. Il principe della poesia spagnola si forgia al calore di Partenope e canta l'amore: «Io non son nato se non per amarvi / l'anima vi ha tagliato a sua misura / come abito dell'anima io vi amo». Partecipa assiduamente alle riunioni dell'Accademia Pontaniana che, dopo la morte di Sannazzaro, si tengono presso la villa di Scipione Capece. Frequenta personalità come Girolamo Seripando, Antonio Tilesio, Paolo Giovio, Bernardo Tasso (padre di Torquato), Antonio Sebastiano Minturno, Luigi Tansillo. Tutti intellettuali che, insieme a Vittoria Colonna e a Juan de Valdés, formano l'avanguardia del rinnovamento culturale partenopeo. Garcilaso stabilisce con alcuni di loro, come Tansillo, Minturno e Bernardo Tasso, veri e propri sodalizi poetici. È molto legato a Girolamo Seripando, il futuro cardinale. Infatti, tra i luoghi legati alla memoria di Garcilaso (e ai circoli di intellettuali e artistici di quegli anni) è il convento agostiniano di San Giovanni a Carbonara, con i giardini di Re Ladislao, dove quei dotti accademici discutono di poeti classici, in particolare di Orazio, che tutti adorano. Ispirato anche da quegli incontri e da quelle discussioni con il fior fiore della cultura napoletana del 500 Garcilaso scrive le sue odi in latino. In una di esse - dedicata ad Antonio Telesio, umanista e poeta coinvolto nel sacco di Roma del 1527 - il poeta spagnolo menziona gli «amici carissimi» con cui divide il piacere della libera conversazione o dell'ascolto assorto: Capece, Seripando, Mario Galeota - per il quale scriverà in spagnolo una celebre Ode ad florem Cnidi e Placido di Sangro. L'atmosfera della capitale del Regno e l'intensità delle relazioni culturali e umane lo spingono ad affermare che non si sente più «oppresso dalla nostalgia» per le mura di Toledo, che oramai è assolutamente appagato dalla vita che conduce nella «patria delle sirene» dove può sedersi accanto alle ceneri di Virgilio.

Nel 1534 si trova a Ischia, presso Vittoria Colonna, per mediare fra gli interessi dell'imperatore Carlo (e del viceré) e quelli di Alfonso d'Ávalos, in principio contrario alla politica di sottomissione della aristocrazia napoletana praticata da don Pedro. «La fama di Garcilaso - spiega la professoressa D'Agostino - supera i limiti del Regno; nel 1535 è parte integrante del Parnaso della poesia italiana della prima metà del Cinquecento, tanto da essere additato da Pietro Bembo, destinatario di una delle sue odi latine, recentemente ritrovata, come un modello con il quale dovrebbero misurarsi gli stessi poeti italiani».

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E forse, con l'amico Mario Galeota, Garcilaso frequentava a Napoli Juan de Valdés. La casa del grande teologo e riformatore spagnolo alla Riviera di Chiaia - la stessa strada dove avrebbe abitato don Garcia de Toledo, figlio prediletto di don Pedro - diventerà un circolo letterario e religioso frequentato dalle menti più eccelse della città. È rimasto famoso il rapporto che legò Valdés alla nobildonna Giulia Gonzaga, che frequentò il circolo di Valdés e fu nominata, alla sua morte, erede di tutti i suoi scritti. Le discussioni teologiche in quel periodo erano talmente accese da rappresentare un pericolo per le autorità ecclesiastiche. Fu in quel clima che Chiesa e governo spagnolo decisero di allearsi «per falciare l'erba sotto i piedi dei temibili sovversivi». E al temutissimo viceré fu chiesto di esercitare tutto il suo potere per reprimere sul nascere ogni manifestazione che puzzasse anche lontanamente di eresia. La vita del circolo napoletano di Valdés si esaurì con la sua morte, avvenuta a Napoli nel 1541.

E Garcilaso? Il principe della poesia spagnola lo aveva anticipato di cinque anni, morendo in battaglia, a soli quarant'anni, colpito da una pietra che gli piovve in testa mentre assediava la Fortezza di Le Muy, in Provenza, per conto di Carlo V. Non aveva esitato a impugnare nuovamente le armi per conto del suo imperatore, rinunciando ai fasti, agli onori e alla gioiosa e stimolante atmosfera dei circoli napoletani che lo avevano accolto come un divo e ai quali avrebbe certo voluto fare ritorno. 

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