Quando sulle colline la città non c'era: i giorni di Miradois

di Vittorio Del Tufo

«Sta scendendo per le Centoscale, gli occhi puntati a terra. Ci sono le chiocciole incollate alla muraglia e una colonna di nuvole basse sopra la sua testa»
(Wanda Marasco, La compagnia delle anime finte).

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C'e stato un tempo in cui, sulle colline, la città non c'era.
Le antiche cartografie raccontano, di Napoli, un'altra storia. Ci parlano di un tempo in cui lingue di terra spettacolari e verdi si insinuavano da Capodimonte fin quasi all'attuale via Foria, stregando i nobili, che scelsero di costruirvi le loro case, e i visitatori che amavano passeggiare fuori le mura.
Ci parlano di frutteti, stalle, alberi, masserie, vigneti, gelsi per l'allevamento del baco da seta. E di tornanti che si aprivano all'improvviso in squarci da togliere il fiato.
Ci parlano di una storia che ci appartiene, di un paesaggio remoto come un reperto archeologico.
Ci parlano, in definitiva, della nostra memoria.
La memoria di Miradois.

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È un territorio nobile quello che dai Miracoli si inerpica sulla collina di Capodimonte. Deve il suo nome a una famiglia di aristocratici e giuristi napoletani, i Minadois (o Miradois), molto vicini alla corte vicereale spagnola. Il marchese spagnolo Giulio Minadois era arrivato a Napoli come presidente della Sommaria, un organismo giuridico del regno di Napoli, al seguito di Filippo V. Il nobile scelse di costruire la villa in piena campagna, in una zona isolata e completamente immersa nella natura. Dopo alcuni passaggi di proprietà, la dimora fu acquistata dal principe di Capua della Riccia, da cui deriva l'attuale denominazione Villa della Riccia, con salita della Riccia, unica via di accesso diretto alla proprietà. La dimora principale dei Miradois, dentro le mura, era rappresentata invece dal palazzo Miradois, che esiste ancora e si trova in via Duomo, al civico 152. Mentre l'ex Villa Miradois fuori le mura, posta in un dei luoghi più panoramici della città, a poca distanza dalla splendida Torre Palasciano, è diventata sede dell'Osservatorio Astronomico (o meglio, di alcune sue pertinenze).

Non è un caso. L'intero territorio che si estende da via Foria verso Capodimonte ha rappresentato il polo scientifico della Napoli del primo 800. Lo spiega bene Mirko Petitto, cartografo esperto di «foreste urbane», che al sistema segreto di aree verdi che da Capodimonte si insinua fino ai Miracoli ha dedicato uno studio singolare e denso di informazioni, un viaggio appassionante dentro la collina di Miradois e nella nostra stessa memoria. Sulla cima del colle di Miradois, dunque, è collocato l'osservatorio astronomico di Capodimonte. Per indagare la vita delle stelle i pionieri scelsero proprio l'altura del reggente della Gran corte; i lavori, iniziati con Giacchino Murat, terminarono nel 1819, quando sul trono di Napoli era ritornato Ferdinando I di Borbone, sotto la supervisione dell'astronomo Giuseppe Piazzi e dell'architetto Pietro Bianchi. Nello spazio di alcune centinaia di metri in linea d'aria furono collocati anche la facoltà di Medicina Veterinaria e il Real Giardino delle piante. E fu proprio con l'istituzione dell'attuale Orto Botanico, nel 1807, che si diede inizio a ricerche sistematiche sull'acclimatazione e sulla riproduzione di nuove specie botaniche.

Intanto l'area del Paradisiello fin verso Sant'Eframo Vecchio diventava un laboratorio per la sperimentazione di nuove pratiche zootecniche, sotto l'impulso della facoltà di Medicina Veterinaria. Mentre nel 1806, raccogliendo l'eredità della Reale Accademia delle Scienze (1780-1787) nasceva il Real Istituto di incoraggiamento alle scienze naturali (1806), da cui deriveranno, sulla scorta degli indirizzi culturali e didattici formulati da Vincenzo Cuoco, il primo istituto tecnico (oggi Giovanbattista Della Porta) e il primo liceo scientifico (Vincenzo Cuoco) della città. «Inoltre - spiega Petitto - ai piedi del colle Miradois, già nel 1682 si trovava il cosiddetto orto della Montagnola, fondato dal cardinale Filomarino, un giardino dedito alla coltivazione e allo studio delle piante medicinali. Se ne contavano più di settecento varietà, con produzioni erboristiche medicamentose destinate ai malati degli ospedali dell'Annunziata, della Pacella ai Miracoli e degli Incurabili».

Quanta storia - e quanta ricchezza - in un fazzoletto di terra. Dal palazzo del marchese Miradois, ornato di meravigliose statue, si godeva una vista spettacolare sulla città. Vista che faceva impazzire non solo i nobili, ma anche i visitatori che si addentravano fuori le mura.

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«La principale veduta è di osservar Napoli in alto mare, donde l'intera città vi si presenta come un immenso anfiteatro. La seconda è di guardarla da San Martino, dove si vede sotto gli occhi minutamente quasi tutta la città ed il delizioso contorno del golfo. La terza è di veder Napoli dalla reale Specola, o dal palazzo della Riccia: questo luogo per estensione della sua veduta è detto con nome spagnolo Miratodos» (Galanti, 1829).

(Un tempo si pensava, erroneamente, che la denominazione della villa, e dell'intera zona, derivasse dall'espressione spagnola mira-todos, riconducibile a una visuale panoramica a tutto tondo. In realtà la collina, come si è detto, prende il nome dalla villa fatta innalzare dal marchese Giulio Minadois, il cui nome fu poi corretto in Miradois).

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Cosa resta, oggi, di quell'incanto? Frammenti di un paesaggio rurale unico al mondo. Che convive con un contesto urbano ancora caratterizzato dalla presenza di ville da favola. Per tutta l'età borbonica e fino alla seconda guerra mondiale il territorio di Miradois ha conservato il suo carattere rurale, poi ha dovuto arrendersi alle trasformazioni urbanistiche e alla sempre maggiore marginalità delle rendite terriere. Eppure a Miradois il tempo sembra essersi fermato. La collina che si inerpica verso Capodimonte ha resistito, a differenza di altre zone della città caratterizzate dalla medesima vocazione agricola, agli assalti della modernità. «Qui ogni casa, anche quella più umile, diventa una specola», racconta all'Uovo di Virgilio la scrittrice Wanda Marasco, che ha scelto di viverci. «Allo sguardo viene data la possibilità di osservare dall'alto una Napoli idealizzata: le colline, il mare, il vulcano, l'assenza di rumore... Una città che sembra lontana e offre, a chi abita quissù in collina, quasi un'utopia dell'esilio».

La collina di Miradois è un teatro della memoria viva, ma anche della natura dimenticata. La manutenzione della memoria è oggi affidata ai proprietari dei terreni agricoli e delle splendide ville che si inerpicano fino all'antica salita Moiariello (da moio, moggio napoletano, un terzo di ettaro) e ai volontari dell'associazione Miradois Onlus, fondata dal medico Antonello Pisanti (promotore tenace di decine di iniziative, tra cui il premio Miradois) e impegnata da anni nel recupero e nella tutela del patrimonio storico-paesaggistico di uno dei luoghi più magici della città. Ieri come oggi. E speriamo per sempre.
Domenica 21 Ottobre 2018, 20:00
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