Non c'è giustizia per chi precipita nelle viscere della città

di Vittorio Del Tufo

«La città fu costretta allora ad abbassare gli occhi, e gli occhi si guardarono le mani ferme in grembo, ferme e malate come per malattia e malattia non era» (Nicola Pugliese, Malacqua).
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L'alba è grigiastra, «per certi versi violacea», funerea e cupa. È l'alba del primo giorno, è l'alba di Malacqua. Il centralinista di servizio al 113, Annunziata Osvaldo, raccoglie la prima segnalazione. All'altro capo del filo una voce concitata: è crollata, è crollata la strada, sprofondata del tutto, c'era gente dentro, sono state inghiottite le auto. La strada sprofondata è via Aniello Falcone, ultimo tratto, all'altezza dell'incrocio con via Tasso. È lì che si dirige la squadra dei vigili del fuoco proveniente dalla caserma di via del Sole nelle prime - affollate, frenetiche, congestionate - pagine di Malacqua, il romanzo-gioiello di Nicola Pugliese pubblicato nel 1977 da Einaudi, dopo il parere entusiasta di Italo Calvino, e circolato per anni in forma semiclandestina, con le pochissime copie disponibili che passavano di mano in mano, in fotocopia - roba per bibliofili tenaci - prima che Tullio Pironti, onore a lui, decidesse di ristamparlo nel 2017, restituendoci gli umori sanguigni di una scrittura esemplare. Cupi presagi e neri ammonimenti sullo sfondo di «quattro giorni di pioggia nella città di Napoli», tra voci misteriose ed enigmatiche bambole che emettono urla strazianti, monetine da cinque lire che suonano e il mare di via Caracciolo che insegue gli scugnizzi fin dentro i «bassi». In attesa che si verifichi un Accadimento Straordinario.

I «quattro giorni di pioggia» descritti nel libro sono quelli che vanno dal 23 al 26 ottobre: di un anno imprecisato. I luoghi di Malacqua sono invece luoghi precisi, facilmente mappabili nella toponomastica cittadina. Sono luoghi della memoria. Le prime pagine producono subito un corto circuito tra letteratura e realtà, tra cronaca e finzione. Quattro giorni di pioggia e voragini che si aprono nel terreno ingoiando automobili, case, persone. Due donne risucchiate nelle viscere della città e due strade-simbolo di una città di pietra: distesa, ieri come oggi, sulle camere d'aria di un immenso alveare di tufo. Via Aniello Falcone, via Tasso. Luoghi tutt'altro che metaforici al servizio di una narrazione metaforica e visionaria.
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Scrive Pugliese: «Era davvero un torrente infuriato quello che adesso giungeva, mentre di sopra, all'altezza del cinema Italnapoli, via Tasso stringeva i denti». Strinsero davvero i denti, non solo gli abitanti di via Tasso e via Aniello Falcone, ma tutti i napoletani la mattina del 20 settembre 1969, quando la strada si aprì sotto i piedi di un insegnante, Alfredo Cerrato, che abitava con la sua famiglia in una palazzina di due piani a valle di via Aniello Falcone, sulla collina del Vomero. Per il povero insegnante, quel giorno, fu realmente «malacqua»: la palazzina dove viveva era stata costruita su un terrazzamento della collina, a poca distanza dal muraglione di sostegno della strada. Ci troviamo lungo il percorso della Collettrice Montella, dal nome dell'ingegnere (e dell'impresa) che costruì la rete fognaria che attraversa la zona, allungandosi sotto via Falcone e via Tasso prima di sfociare nel grande collettore di Cuma.

Non c'è mai stata giustizia per quelli che sono precipitati nelle viscere della città, quando la terra si è aperta e ha ingoiato le loro vite. In un piccolo libro che andrebbe letto tra i banchi di scuola, Catastrofi innaturali, Eleonora Puntillo svela ogni dettaglio di quella e di altre tragedie provocate da una scellerata gestione del sottosuolo, dalla voragine di via Aniello Falcone, appunto - che ritroviamo nella trasfigurazione letteraria di Nicola Pugliese - al disastro di Secondigliano costato la vita, il 23 gennaio 1996, a undici persone ingoiate dalla terra, dall'acqua e dal fuoco.

La tragedia nella quale morì Alfredo Cerrato era stata annunciata da una lunga serie di segnali premonitori. Il 16 giugno 1967 un'enorme frana aveva cancellato un pezzo di via Tasso; il 26 luglio un nuovo dissesto aveva fatto scoprire una cavità di undici metri in via Aniello Falcone, nella curva a valle del ristorante D'Angelo. Sono i luoghi di Malacqua, realmente sprofondati dieci anni prima della pubblicazione del libro di Pugliese.
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È l'alba del 25 ottobre - in Malacqua - quando da via Foria parte il corteo funebre per le vittime dei crolli. Una delle vittime è De Filippis Rosaria, ragazza. Il padre, Luigi, segue il feretro portandosi di tanto in tanto la mano sinistra al taschino interno della giacca per toccare gli occhiali della figlia morta. «Come si fa a chiudere una ragazza di 17 anni? E chi glielo racconterà questo cielo fiorito e questo sole che forse ritorna? Chi le farà la corte e chi le manderà i fiori se adesso voi la chiudete?». Un altro padre, anni dopo, avrebbe accompagnato in silenzio un feretro vuoto. Morirono in undici, il 23 gennaio del 1996, quando un'esplosione di gas squarciò il quadrivio di Secondigliano. Il corpo di Bellone Stefania, ragazza, non venne mai ritrovato. Prima di arrendersi, per molti anni, Vincenzo Bellone si recò ogni mattina sul luogo della voragine con un mazzo di fiori nella speranza che quel buco gli restituisse il corpo di sua figlia. E invece ciò che resta di quel corpo è ancora lì, impastato alla terra della città madre e matrigna.

Chi le farà la corte e chi le manderà i fiori se adesso voi la chiudete?
Per Bellone Vincenzo, padre, solo una bara vuota e mille ricordi.
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La città madre e matrigna. La città che tutto ingoia, digerisce e vomita: uomini, macchine, cose, palazzi interi, umiliazioni. La «Città Corpo obesa, inafferrabile, con un cuore sfibrato nel buco nero della non storia. Il sinistro inganno di sole mare canzoni mentre la notte cala inesorabile ed il futuro è un muro su cui sbattere la testa», come scrive Francesco de Core (che conobbe bene Pugliese, raccogliendo spesso le sue confidenze) nel libro Un pallido sole che scotta. A un altro scrittore, Marco Ciriello, l'autore di Malacqua concesse, quando era già in esilio volontario ad Avella, in provincia di Avellino, un'intervista rimasta memorabile. «Di tutti gli scrittori - raccontò Pugliese - solo Compagnone mi disse quanto gli era piaciuto Malacqua. Non so quanto abbia pesato il fatto che lavorassi per un giornale di destra e di Achille Lauro, credo che l'invidia abbia fatto di più dell'ideologia».

Però Malacqua ha superato l'invidia, ha superato pure il tempo e i disastri. Se le città, come diceva Calvino, restano invisibili agli occhi di chi non sa guardarle, Napoli resta invisibile agli occhi di chi non sa calarsi nel suo mistero, e si accontenta di restare in superficie, senza cercarne il respiro profondo, che come il battito dei vulcani batte nel suo sottosuolo. «Occorre scendere fin dentro e sprofondare - scrive Pugliese - se davvero si vuole risalire».

(1/continua)
Domenica 28 Ottobre 2018, 20:00
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