Ines e il mistero di Eros:
l’amore e l’inferno
ai tempi di Bammenella

di Vittorio Del Tufo

«La lotta mi ha reso lottatore. Dicendo lotta intendo parlare, si capisce, non di quella greco romana che fa bene ai muscoli e stimola l'appetito, ma di quella sorda, quotidiana, spietata, implacabile che ogni giorno si è costretti a sostenere. E la mia vita fu tutta una lotta: lotta per il passato, lotta per il presente, lotta per l'avvenire.
(Raffaele Viviani, Dalla vita alle scene)
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Ines affonda i tacchi nell'asfalto dei Quartieri Spagnoli, di mestiere fa la puttana. A Napoli è quasi una celebrità, anche alla Buoncostume la conoscono tutti, il brigadiere quando la vede si dimentica della divisa che indossa ed esce fuori di testa. Ines ha un fidanzato, o capo guaglione, che non se la passa bene, perché da tre mesi si è ammalato, ed è proprio Ines, prostituta di cuore, che di quell'uomo è complice, vittima, innamorata, schiava, che deve aiutarlo, proteggerlo, prendersi cura di lui, in un incredibile ribaltamento di ruoli. Ines batte nei vicoli a ridosso di via Toledo, a piazzetta Trinità degli Spagnoli, davanti alla chiesa fondata nel 500 e ceduta, poco dopo, agli spagnoli residenti nei vicoli. Non è più giovanissima ma si sente perfettamente a suo agio nell'irrequieto universo di diseredati che popola i Quartieri di notte. Il suo rapporto con il protettore-fidanzato è disperato, quasi tragico, senza vie d'uscita. Ines ne subisce il fascino e il ricatto allo stesso modo, lui la uccide di mazzate tutte le sere, calpestandone la dignità, ma le vuole un bene sfrenato - Ines se lo ripete come un mantra per rassicurare se stessa - così non appena lui, il capo guaglione, la bacia carnale, lei dimentica tutto e continua ad aprire il suo cuore di donna all'uomo che la maltratta.

Siamo tra i potenti, terribili versi di Bammenella di Raffaele Viviani, il grande poeta-scugnizzo che nei primi decenni del 900 innovò il linguaggio e i contenuti della poesia e della canzone napoletana, segnando un punto di frattura con il passato. Nato nel 1888 a Castellammare, da bambino - lo chiamavano Papiluccio - bazzicava il teatrino Masaniello, tra Castel Capuano e San Giovanni a Carbonara, fondato dal padre Vittorio. Di sera frequentava i teatrini di marionette e diventò marionetta egli stesso, quando un impresario lo vestì con l'abito di un pupo per sostituire seduta stante il comico Gennaro Trengi che si era ammalato. Da allora Viviani non si fermò più, diventò una maschera e fece della città la sua maschera. Dopo la morte del padre cominciò a lavorare per cinquanta centesimi a sera che servivano a sfamare la famiglia. Conobbe la miseria, ma studiò e lavorò sodo per affrancarsene. Fino a diventare una stella - attore teatrale, commediografo, compositore, poeta, scrittore - ma restando scugnizzo nell'anima, scugnizzo per sempre.

La storia di Bammenella comincia in Francia, nel 1909, quando si diffonde una canzone a tempo di valzer, Le valse brune, rifacimento di un motivo già esistente, con musica di George Krier e testo di Georges Villard. È uno strano valzer che narra la vita notturna nei boulevard parigini. Un testo piuttosto cupo, i protagonisti sono «cavalieri della luna infastiditi dalla luce che cercano un angolo scuro». Viviani riprende la canzone, ne riscrive il testo declinandolo al femminile, la ambienta ai Quartieri Spagnoli e la inserisce nello spettacolo «Tuledo e notte», affidandone l'esecuzione alla sorella Luisella, cantante straordinaria, capelli ricci e occhi scuri, attrice poliedrica e autrice a sua volta di testi teatrali.
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So' Bammenella e copp' e Quartiere: / pe' tutta Napule faccio parla', / quanno, annascuso, pe vicule, a sera, / ncopp' o pianino mme metto a balla'. / Vene ambulanza? Int'a niente mma squaglio! / E, si mm'afferra, mme torna a lassá! / Ncopp' a quistura, si e vvote ce saglio, / è pe' furmalita'. / Cu a bona maniera, / faccio cade' o brigatiere, / piglio e lle vengo o mestiere: / dico ca o tengo ccá. /

O zallo so mmocca, / ll'avota a capa e s'abbocca, / ma, nun appena mme tocca, / mme n'ha da manna'!
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È un destino irredimibile quello di Ines-Bammenella? Lei percepisce l'inferno in cui è precipitata la sua vita, di giorno le mazzate del suo uomo, di notte i corpi sudati dei suoi clienti, anche quelli di una certa caratura sociale, o dottore, o brigadiere, che si allummano per il suo stacco di cosce e la tirano fuori dai guai quando finisce in questura, a via Medina, o quando ci sono da pagare le cure per il fidanzato-magnaccia malato ed è lei, la puttana dei vicoli che balla sul pianino, che deve rassicurarlo: «Sta' senza paura, / pe' tte, ce stongo io ccà!». Non c'è ribellione allo sfruttamento, non c'è riscatto sociale, solo un'ambigua complicità tra carnefice e vittima, fino al prossimo giro di pianino, fino al prossimo bacio carnale. «Carnale, l'Apriti Sesamo per il cuore di una donna che di carne dovrebbe averne fin sopra i capelli. Ma la carne del suo amato è tutt'altro: è un mistero, il vero mistero di Eros, che probabilmente nessuno mai riuscirà a spiegare fino in fondo» (Chiara Santagada, cittàdelmonte.it). Il mistero di Eros nei vicoli più postribolari del mondo, Viviani li conosceva bene, come conosceva bene il sangue e la carne viva della città, soprattutto la carne di quegli scugnizzi che amava più dei signori, e ai quali dedicò una travolgente rumba nel 1931.

Chesta è a rumba d' e scugnizze
ca s'abballa a tutte pizze.
Truove e ddame, mpizze mpizze,
ca te fanno duje carizze
pe' te fá passá e verrizze.
Strette e mane, vase e frizze.
Pruove gusto e te ce avvizze,
cchiù te sfrine e cchiù t'appizze.
Comm'a tanta pire nizze,
te ne scinne a sghizze a sghizze,
fino a quanno nun scapizze.
Chest'è a rumba d' e scugnizze

Anche Ines, come i cavalieri della luna, è una figura notturna, che vive ai margini. In Bammenella la subalternità si trasforma in una scelta, la scelta di un amore malato, marcio, molesto, contorto, che non può sfuggire ai codici di comportamento della malavita locale, nella quale la prostituta Ines è pienamente immersa. Nulla doveva apparire più lontano dai rassicuranti canoni femminili dell'epoca: se altri, come Ferdinando Russo, avevano già tentato di calarsi nel popolo, Viviani, con la sua poetica tragica e realista fino allo sfinimento, fino ai conati di vomito, era già popolo, nella testa, nel cuore, nel corpo. «Di quel popolo vive istintivamente rabbie e desideri, odii e miserie, lotte e speranze. Istintivamente: cioè con colpevole innocenza» (Pietro Gargano, Gianni Cesarini, La canzone napoletana).

E tene pure o mandato e cattura:
priesto, ambulanza so vène a pigliá
Io ll'aggio ditto: Sta' senza paura,
pe' te, ce stóngo io ccá!

Nell'esecuzione di Bammenella si sono cimentate le più grandi signore del teatro napoletano, da Isa Danieli a Lina Sastri, da Marina Pagano ad Angela Luce. L'interpretazione di Angela Luce fu così potente che una sera donna Luisella, dopo averla ascoltata, le prese la mano e, stringendola tra le sue, quasi in lacrime, disse: Bammenella sei tu, perché nella voce hai tutto, piccerè, tutto: pure la malavita!
Domenica 6 Ottobre 2019, 20:00 - Ultimo aggiornamento: 7 Ottobre, 07:03
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