Gli dèi, questi fantasmi:
un Pantheon segreto
nel cuore di Chiaia

Domenica 7 Marzo 2021 di Vittorio Del Tufo
Gli dèi, questi fantasmi: un Pantheon segreto nel cuore di Chiaia

«La paura ha creato gli dèi»

(Tito Lucrezio Caro).

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Torniamo a Santa Lucia, dove tutto nacque. E dove un antico monte - l'alta rupe di monte Echia, che ospitò i primi insediamenti di Palepoli - conserva ancora nelle sue viscere le tracce di spettacolari labirinti di tufo, utilizzati come luoghi di culto (e riti propiziatori) molti secoli prima del Cristianesimo, che impose anche a Napoli i suoi miti e i suoi riti, spesso appropriandosi di quelli pagani.

Torniamo a Santa Lucia sulle tracce di un mitico dio barbuto, come Zeus e Ade, seduto sul trono con un moggio di grano in testa, con uno scettro in mano e l'altra impegnata ad accarezzare Cerbero, il cane a tre teste, uno dei mostri cari ai guardiani degli inferi. Quel dio si chiamava Serapis e a Napoli, nella via che oggi porta il nome di Serapide, o forse dall'altra parte del monte, a Cappella Vecchia, sorgeva un tempio a lui dedicato. Un luogo di culto e di tenebre, uno dei tanti segreti nascosti in quest'angolo di città dominato dai fianchi scoscesi del Monte Echia.

Secoli di storia seppelliti dal cemento, dalla civilizzazione e dall'incuria. Templi pagani che sorgevano nelle grotte ciclopiche dove i napoletani rendevano onore agli dei, offrendo sacrifici e chiedendo loro protezione. Nell'area di Cappella Vecchia, in una delle cavità realizzate sotto Monte Echia, furono ritrovati i resti di un mitreo, luogo dove si celebrava il culto iniziatico di Mithra, divinità indo-iranica. Quell'imponente spelonca, che oggi è un garage privato, è citata anche dal canonico Carlo Celano alla fine del Seicento.

E Serapide? È suggestivo pensare che il sacello dedicato a questo dio greco-egizio, il cui culto fu introdotto in Egitto intorno al 300 a.C, sorgesse lì dove oggi esiste una strada a lui dedicata. A due passi dal mare, come voleva la tradizione. E più precisamente tra via Serapide e via Grotta Santa Lucia, dove al culto pagano si è poi sovrapposto il culto della Madonna del Rosario, come testimonia la presenza di un altarino protetto da un'inferriata: una vera e propria cappellina adornata da fiori, pizzi e merletti. Via Grotta Santa Lucia è un vicoletto oggi chiuso dal cancello di un grande deposito in disuso. Sorgeva qui il serapeo? I luciani lo sostengono da sempre, ma non v'è alcuna evidenza archeologica a sostegno di questa tesi. Un'altra pista, invece, porta proprio a Cappella Vecchia. E qui dobbiamo affidarci alle ricerche del dotto Carlo Celano, il nostro primo grande esploratore urbano, il quale nella sua opera monumento scrive:

«L'antica chiesa di Santa Maria a Cappella prima era un tempio dedicato a Serapide o ad Apis (...) quel dio che era dagli egittii venerato come loro principal tutelare; e questa veneratione non solo gli fu data da questa natione, ma anco da' greci, et in consequenza da' napoletani gentili che da' greci trahevano l'origine, e de' greci imitavano i costumi».

(Celano, Notizie del bello, dell'antico e del curioso della città di Napoli).

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E allora non ci resta che immaginare Cappella Vecchia prima di Cappella Vecchia. E seguire le tracce del passato, che conducono «al detto tempio», il cui accesso era a destra della chiesa (oggi palestra), e portano dietro quello che un tempo era il giardino della chiesa, «dove si vede - scriveva Celano nel Seicento - un'incavatura nel monte a forma d'una gran nicchia». Un antro fuori dalla città, ai piedi del monte. A poca distanza dal luogo dove si celebrava Mithra.

Sulle rovine del tempio dedicato, con ogni probabilità, a Serapide («I sacrifici che gli facevano eran di fumo d'incenso e d'altri aromi») fu edificata, nel V secolo, una cappella dedicata alla Vergine Maria. Fu quella cappella, successivamente trasformata in abbazia, a dare il nome a tutta la zona di Cappella Vecchia. È stata la casa dei monaci basiliani, prima, e dei benedettini dopo. Poi il monastero fu soppresso per far posto al palazzo Sessa. E proprio dall'antico sagrato della chiesa si accede oggi al palazzo. Della chiesa, che è stata trasformata in palestra, sopravvivono invece alcune vestigia e numerosi stucchi. A poca distanza dalla chiesa di Santa Maria a Cappella Vecchia venne costruita la chiesa di Santa Maria a Cappella Nuova, demolita durante il periodo francese perché pericolante. Anche Gino Doria, nella sua straordinaria opera dedicata alle strade di Napoli, ci ricorda che «presso le grotte del Chiatamone, nel più alto Medioevo, un'edicola alla Vergine venne a sostituire, e a purificare, quelli che erano stati il tempio di Serapide e l'antro dedicato al culto del dio Mithra» (Gino Doria, Le strade di Napoli).

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Serapide, divinità greco-egizia, combinava elementi degli antichi dei egizi Osiride e Api. Il più importante Tempio di Serapide, com'è noto, sorge a Pozzuoli e deve il suo nome al rinvenimento di una statua di Serapis, attualmente esposta al Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Il tempio in realtà è un macellum, un mercato alimentare coperto annesso all'area portuale della Puteoli romana. La fortuna di Serapide è legata alle sue caratteristiche tenebrose e solari nello stesso tempo, caratteristiche che si sposano bene con una città come Napoli, che è a sua volta, dalla notte dei tempi, un rebus di luce e tenebre; città i cui abitanti hanno sempre mostrato una diffusa propensione al compromesso con il mistero, con le ragioni del mito. Così Serapide fu identificato di volta in volta con molti dèi greci, quali Zeus, in quanto Signore dell'Universo, ma anche Osiride-Api, divinità degli Inferi. Un fenomeno tipico del sincretismo religioso; nel variegato e multietnico ambiente napoletano Serapide, divinità nella quale si fondono elementi della cultura e della religione greca ed egizia, non poteva che trovarsi a suo agio. L'immagine di Serapide presentava il dio come un maestoso uomo barbuto e dalla lunga chioma riccioluta: fisionomia chiaramente ispirata all'iconografia di Zeus, mentre il moggio posto sul suo capo «allude al suo ruolo di propiziatore della fertilità della terra» (Sigfrido Hobel, Il dio del silenzio).

In passato l'immagine di Serapide si sovrappose addirittura a quella di Cristo, tanto che i primi cristiani non fecero alcuna distinzione tra Gesù e la divinità sincretica alessandrina, adorando spesso entrambi. Così l'imperatore Adriano, in una lettera a suo cognato, il console Urso Serviano, descrive il culto di Serapide: «Tutti coloro che qui, adorano Serapide, sono cristiani, e persino quelli che vengono chiamati vescovi sono legati al culto di Serapide. Non v'è capo rabbino, samaritano, sacerdote dei cristiani, matematico, indovino, bagnino, che non adori Serapide. Lo stesso patriarca degli ebrei adora indifferentemente Serapide e il Cristo. Questa gente non ha altro dio che Serapide: è il dio dei cristiani, degli ebrei e di tutti i popoli».

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Nelle grotte platamoniche - dalla voce greca platamòn, che indica una roccia marina scavata da grotte - i licenziosi riti dedicati a Priapo - figlio di Dioniso e Afrodite, simbolo di lussuria, cacciato dall'Olimpo perché tentò, ubriaco, di abusare di Estia - proseguirono ben oltre l'avvento del Cristianesimo; di certo andarono avanti fino alla metà del 500, quando don Pedro de Toledo, l'uomo di Carlo V, pose fine allo «scandalo delle orge» facendo murare le gallerie ai piedi del Monte Echia. Di quei riti è rimasta traccia nella toponomastica (Chiatamone è l'adattamento della voce platamòn) e nella memoria collettiva, ancestrale della città. Sabba propiziatori e «orge rituali», non dissimili a quelle descritte da Petronio nel Satyricon, si svolgevano anche nella Crypta Neapolitana. La stessa chiesa di Santa Maria di Piedigrotta fu costruita sui resti del sacello di Priapo; le danze, i canti e i baccanali intorno al simulacro del dio anticiparono la successiva festa di Piedigrotta.

Miti e culti definiscono l'identità di un popolo, raccontano la storia di una comunità, il suo percorso culturale: ritrovarne i segni non è impresa facile in una città ricoperta di veli, stratificata come poche al mondo. Gli antichi luoghi di culto pagani sono da sempre oggetto di studi e di appassionate ricerche, mai realmente interrotte: nell'area del Duomo sorgeva probabilmente un tempio dedicato ad Apollo, sotto la basilica di Santa Restituta; nei sotterranei della Chiesa dei SS. Apostoli si ipotizza l'esistenza di un tempio dedicato a Zeus, ad Apollo o a Mercurio. La stessa basilica della Pietrasanta custodirebbe le vestigia del tempio di Diana-Artemide, mentre l'area di piazzetta Nilo, dove gli Alessandrini erano di casa, celerebbe il mitico santuario dedicato ad Iside, che tanto appassionò studiosi del calibro di Bartolommeo Capasso. «Stavano sedute avanti alla porta del tempio, e vestite di bianco, le donne che cantavano le lodi della dea salutare, e si trascinavano carponi con la faccia sul pavimento del tempio quelli che pregavano per la salute dei loro cari», scriveva il grande studioso nel suo capolavoro postumo, Napoli greco-romana.

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