Il corpo di Masaniello,
la scandalosa reliquia
che doveva scomparire

Domenica 12 Gennaio 2020 di Vittorio Del Tufo
«Amice miei, popolo mio, gente: vuie ve credite ca je so' pazzo e forze avite raggione vuie: je so' pazze overamente. Ma nunn'è colpa da mia, so state lloro che m'hanno fatto ascì afforza n'fantasia! Io ve vulevo sulamente bbene e forze sarrà chesta a pazzaria ca tengo ncapa»
(Masaniello, l'ultimo discorso)
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Nel 1799, dopo l'epilogo della breve esperienza della Repubblica napoletana e il rientro in città di Ferdinando IV di Borbone, tra le prime preoccupazioni del vendicativo sovrano vi fu quella di disperdere i resti di Masaniello, allora conservati nella chiesa del Carmine. La figura del pescivendolo eroe doveva essere sottratta alla memoria dei posteri, il suo stesso corpo doveva essere annientato per evitare che diventasse una reliquia rivoluzionaria.

Il sangue dei martiri, insomma, doveva servire da monito per chiunque coltivasse ideali di libertà, gli stessi ideali che furono cari a Eleonora Pimentel Fonseca, Domenico Cirillo, Mario Pagano e agli altri patrioti del 99. Fu un gesto simbolico - a futura memoria - che segnò con un marchio d'infamia il ritorno al potere del re Borbone. Nella mente del re, evidentemente, continuavano a risuonare, come una lugubre minaccia, le ultime parole pronunciate da donna Lionora prima di consegnare il suo collo al boia, le stesse parole che Virgilio mise in bocca a Enea: forsan te haec olim meminisse juvabit, forse un giorno gioverà ricordare tutto questo.

Nel 1960, per tramandare il ricordo dell'oltraggio perpetrato da re Ferdinando alla memoria di Masaniello, i frati carmelitani decisero di apporre una lapide commemorativa nel punto esatto dove Masaniello era stato sepolto, prima che i suoi resti venissero dispersi. Un'altra lapide venne apposta davanti al dormitorio dov'era stato ucciso il capo della rivolta. Ma cosa ne è stato del corpo di Masaniello? Dove si trovano, ammesso che esistano ancora, le sue spoglie?
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Il piccolo Aniello Tommaso era nato in un intrico di vicoli e di taverne, al primo piano di un edificio in vico Rotto al Mercato e a pochi passi dalla grande e tragica piazza dove fu decapitato Corradino di Svevia. Nella seconda metà del 600 piazza Mercato era un luogo macabro e glorioso, teatro di ribellioni e delitti, esecuzioni capitali e sepolture. L'ambiente dove si muoveva il piccolo Aniello Tommaso è quello mirabilmente descritto da Bartolommeo Capasso, che trascorse la vita a frugare negli Archivi, a caccia di manoscritti, incunabili e documenti antichi allo scopo di elevare un «monumento di gloria» - come scrisse Ferdinando Russo - alla sua patria, che era Napoli. Cosa scrisse dunque il grande studioso della piazza Mercato ai tempi di Masaniello? Che ovunque v'erano pantani, terriccio e fango. Che «i porci in gran numero s'avvoltolavano nelle lordure, liberi di vagare impunemente per la città». Che lungo la linea dei fabbricati «girava intorno una via che veniva volgarmente chiamata l'inseliciato». Che al centro della piazza sorgeva «una trave con la corda per la pena dei reati minori» e una forca «eretta pel supplizio dei nobili e degli ignobili colpevoli di più gravi delitti». La piazza era inoltre occupata «dai venditori ambulanti di frutta, dai salmatari e dagli ortolani (...) Qui, seduto sul davanzale della finestra, con le gambe penzoloni al di fuori, senza scarpe e senza calze il capitan generale del popolo, arbitro della vita e della morte, con una daga o un moschetto tra le mani, dava ordini...».
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Era un giovine di ventisette anni, d'aspetto bello e grazioso, il viso l'aveva bruno ed alquanto arso dal sole: l'occhio nero, i capelli biondi, i quali disposti in vago zazzerino gli scendevano giù per lo collo. Vestiva alla marinaresca; ma d'una foggia sua propria, la quale, come scrivono quelli che non per fama ma coi propri occhi loro il conobbero, alla mezzana, ma svelta sua persona molto di gaio e di pellegrino aggiungeva. (G.M. Baldacchini, Storia napolitana dell'anno 1647)
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Ma torniamo a quel fatidico 1647. Il 16 luglio, nella casa di vico Rotto, Masaniello non tornò. Dopo aver cercato inutilmente di difendersi dalle accuse di pazzia e tradimento che gli erano piovute addosso, il pescivendolo fu ucciso da una salve di colpi di archibugio nel dormitorio dei monaci della Basilica del Carmine. Poi gli assassini chiamarono un beccaio che troncò la testa con un colpo di scure, il teschio fu issato in cima a una picca e portato in trionfo al viceré; il corpo fu trascinato per le strade, poi abbandonato tra i rifiuti, sull'arenile. La mattina del giorno dopo alcuni uomini recuperarono pietosamente i resti del pescatore, che dopo essere stati lavati con l'acqua del Sebeto furono ricuciti insieme. Masaniello fu sepolto nella Basilica del Carmine, esattamente nello spazio tra il lato sinistro della balaustra dell'altare maggiore e la cappella allora detta del Presepio, oggi di San Ciro. Nel 1701, più di cinquant'anni dopo la rivolta popolare, ci fu un altro tentativo di insurrezione contro il governo spagnolo, ma stavolta da parte della nobiltà: in questo periodo il ricordo di Masaniello fu rievocato in chiave antispagnola. Tra varie iscrizioni apparse in città contro il re Filippo V di Borbone, ne apparve una sul sepolcro dell'eroe nella basilica del Carmine, recante il verso del Vangelo Lazare veni foras, pronunciato da Gesù nell'atto di resuscitare Lazzaro. Al Carmine i resti di Masaniello, come si è detto, rimasero fino al 1799.
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Arriviamo così alla scellerata decisione di re Ferdinando, che ordinò la distruzione della tomba e la dispersione delle ossa. La memoria di Masaniello faceva talmente paura ai Borbone che, come ricorda Dumas, fu vietato ai genitori di dare ai figli il nome Tommaso Aniello. Per lo storico Aurelio Musi, autore del libro Masaniello. Il masaniellismo e la degradazione di un mito «il processo di degradazione e santificazione del corpo di Masaniello si svolse, dopo la sua morte avvenuta il 16 luglio 1647, in tempi troppo rapidi perché potesse generare negli anni e nei secoli successivi l'esigenza di ricercarne i resti dispersi. Il trascinamento ma è più efficace il termine napoletano o strascino per tutte le vie di Napoli, lo smembramento del cadavere del capopopolo ad opera della plebe infuriata perché sentitasi quasi tradita dal presunto tiranno, quindi la sua metamorfosi in eroe e santo con scene di isteria collettiva, furono una sequenza troppo fulminante perché potesse dar vita addirittura alla venerazione delle reliquie come nel caso persino di falsi santi». Quel che colpisce nel destino di Masaniello, prosegue Musi, «è piuttosto il fatto che la distruzione, forse la dispersione del suo corpo fisico, non hanno comportato la damnatio memoriae della sua figura, ma ne hanno anzi esaltato e perpetuato nel tempo lo spirito, il fantasma, il mito negativo o positivo fino ai nostri giorni».
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Nel 1968 un frate cappuccino della chiesa del Carmine, Ambrogio di Licata (morto nel 1981), indicò nell'area occupata dal porto - a circa 200 metri dal convento del Carmine e a dieci metri di profondità sotto un silos - il punto preciso dove si troverebbero le ossa di Masaniello, o almeno la maggior parte di esse. Tutto vero? Tutto falso? Impossibile dirlo con certezza, anche perché le ricerche di padre Ambrogio furono tutt'altro che scientifiche. Il cappuccino, che aveva fama di rabdomante, individuò l'area della sepoltura con l'aiuto di un pendolo!
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A proposito di damnatio memoriae. Pochi luoghi, in città, sono stati al centro di eventi storici tanto memorabili quanto quelli ambientati tra le quinte di piazza Mercato. Allo stesso tempo pochi luoghi, in città, sono più lontani dagli itinerari turistici, estranei allo sguardo e alla frequentazione degli stessi napoletani. Degrado, rifiuti, negozi ingabbiati, abbandono. E un enorme cantiere che sventra il cuore della piazza: un cantiere moloch che ingoia ogni genere di nefandezza. L'abbiamo raccontata così, in questi giorni, piazza Mercato. Un cantiere infinito al servizio di un progetto di restyling di cui non si scorge la fine. Quando la memoria è inquinata dal degrado, allora sì che diventa dannata: proprio come quella a cui il re Borbone avrebbe voluto condannare - senza riuscirci - il capopopolo del Mercato. © RIPRODUZIONE RISERVATA