Nei labirinti del Maschio
il re ossessionato dal Graal

di Vittorio Del Tufo

«Corpore gracilis, vultu pallido, sed aspectu laeto, naso aquile et illustribus oculis, crine nigro et iam albicanti, ad aures usque protenso, statura mediocri, cibi potusque temperans» (Alfonso d'Aragona nella descrizione del cardinale Enea Silvio Piccolomini, eletto Papa col nome di Pio II nel 1458).

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Alfonso d'Aragona, detto il Magnanimo, morì il 27 giugno 1458, due ore prima dell'alba, a Castel dell'Ovo. Aveva 64 anni e si era ammalato il mese precedente di malaria. La notizia della morte del re si diffuse rapidamente in una città smarrita, ancora impaurita dalle recenti guerre e spopolata dalla peste. Alcuni biografi di Alfonso riportano che il sovrano, dopo essersi fatto capovolgere per potere osservare il crocifisso posto a capo del letto, assistette agonizzante, per oltre due ore, al tentativo di una schiera di demoni di aggiudicarsi la sua anima. «Fu la Vergine a strapparlo al maligno, grazie alle preghiere che Alfonso le aveva rivolto in vita. Così il re poté comunicare ai frati la sua prossima dipartita: In brevi transmigrabo ad dominum». (Francesco Senatore, Le ultime parole di Alfonso il Magnanimo).

Le spoglie di Alfonso a differenza di quelle degli altri re aragonesi imbalsamati nel Passetto dei Morti della trecentesca chiesa di San Domenico Maggiore per espressa volontà del sovrano furono traslate in Spagna, nel luogo dove erano sepolti i suoi antenati. Con sé, nella tomba, il Magnanimo potrebbe aver portato anche uno straordinario segreto: il segreto del Graal, il mitico calice con il quale Gesù celebrò l'Ultima Cena e nel quale Giuseppe d'Arimatea raccolse il sangue di Cristo dopo la sua crocifissione. Calice di cui Alfonso aveva dichiarato più volte di essere entrato in possesso. La leggenda vuole che quel mistico oggetto, che tanta passione ha acceso nei secoli, sarebbe stato donato dai monaci del convento di San Juan de la Pena alla corona aragonese. Nel 1424 Alfonso lo avrebbe portato nel suo palazzo reale a Valencia, per poi lasciarlo in pegno alla cattedrale, in cambio di un maxi-finanziamento per la sua campagna napoletana. E in quella cattedrale il Graal si troverebbe tuttora, all'interno della Cappella del Sacro Calice.

Ma perché il calice usato da San Giuseppe d'Arimatea per raccogliere il sangue di Gesù crocifisso esercitava sul re aragonese una malia così profonda? E perché si ritiene che il Maschio Angioino - la fortezza voluta nel Duecento da Carlo I d'Angiò, e ricostruita da Alfonso il Magnanimo dopo la conquista del trono - sia dedicato, anzi consacrato al Graal? Per scoprirlo dobbiamo fare un passo indietro: all'origine della leggenda.

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Una leggenda che, com'è noto, si snoda su un piano magico ma ha alla base robuste fonti letterarie. Dal poema Perceval ou le conte du Graal di Chrétien de Troyes (XII secolo) - nel quale il Graal non viene mai definito sacro e non ha niente a che vedere con la coppa che contenne il sangue di Cristo - al famoso Joseph d'Arimathie composto da Robert de Boron tra il 1170 ed il 1212, nel quale il Graal diventa il calice dell'Ultima Cena. Dalla Palestina in Britannia, la storia si fuse poi con quella dei cavalieri di re Artù. Vari cavalieri, com'è noto, intrapresero la ricerca del Graal in racconti annessi al ciclo arturiano. Alcuni di questi racconti presentano cavalieri la cui impresa fu coronata da successo, come Percival o Galahad; altri raccontano di cavalieri che fallirono nell'impresa per la loro impurità, come Lancillotto. Nell'opera di Wolfram, il Graal fu messo in salvo nel castello di Montsalvat, identificato da molti con il monastero di Montserrat in Catalogna.

Ma torniamo al nostro sovrano. Alfonso V, convinto di essere il legittimo possessore del Graal, fu per tutta la sua vita ossessionato dai racconti della Tavola Rotonda. In realtà dietro questa sua ossessione vi sarebbero stati anche intenti politici e propagandistici.

Durante il suo regno, Alfonso non fu mai particolarmente amato dai suoi sudditi, che non gli perdonarono né le brutalità commesse durante l'assedio né la sua appartenenza a una dinastia straniera, i Trastámara. Gli storici narrano che un alleato a cui la sincerità non faceva certamente difetto, Borso d'Este, dopo un soggiorno a Napoli nel 1445 scrisse al Magnanimo una lunga lettera che si chiudeva così: «... Vostra Maestà in questo Reame non è amata per niente, anzi e più tosto odiata». Forse per questo, come spiega lo storico Joan Molina Figueras, il sovrano aragonese mise in atto una vera e propria campagna di autopromozione retorica costruendo, di sé, un'immagine idealizzata che ne evocasse «la grandezza senza paragone e la sua legittimazione a governare le terre che erano sotto la sua autorità». E allora ecco le fastose cerimonie pubbliche (balli, ricevimenti, funerali); ecco il celebre Arco di Trionfo posto all'ingresso di Castel Nuovo, raffigurante l'ingresso trionfale di Alfonso d'Aragona a Napoli, avvenuto nel 1442: Alfonso è portato in trionfo come un imperatore romano, circondato da paggi e vittorie alate, putti e cornucopie, notabili e dignitari, nonché da bande di musicanti. Ed ecco la leggenda del seggio periglioso, che ci riporta dritti nel cuore del mito.

Re Alfonso era un uomo di cultura, amante dei classici e dei poemi cavallereschi. Certo conosceva la leggenda del Graal così come descritta da Robert de Boron, con la sua trilogia romanzesca dedicata a Giuseppe d'Arimatea, alla Storia del Graal e a Merlino e Perceval. Ma cosa c'entra con tutto questo il Chastiau Neuf, come lo chiamavano gli Angioini? E perché Alfonso avrebbe disseminato il Castello di simboli legati al calice? Entriamo in un territorio delicatissimo: per esplorarlo ci viene in soccorso lo studioso di simbologia ed esoterismo Salvatore Forte. «Nei poemi cavallereschi - spiega Forte - si raccontava che Galahad, figlio di Lancillotto, fosse l'unico cavaliere tanto puro da poter occupare, senza esserne ucciso, il seggio periglioso, il tredicesimo trono della Tavola Rotonda di re Artù, destinato al solo cavaliere degno di ritrovare la sacra coppa. Cosa che in effetti, secondo la leggenda, riuscì a fare. Alfonso d'Aragona si sentiva un novello Galahad e volle ricreare nel Castello una simbolica analogia fra il cavaliere e se stesso, celebrando il diritto di governare il Regno di Napoli come Galahad aveva acquistato il diritto di sedersi sulla tredicesima sedia alla corte di re Artù», sostiene Forte.

E infatti il «seggio periglioso», rappresentato come un trono con al centro una fiamma, è raffigurato nelle insegne del sovrano, sulle volte, sui pavimenti e nell'arco trionfale all'ingresso del Maschio Angioino. Praticamente ovunque. «A Napoli, Alfonso indossò anche un'armatura decorata con questo simbolo-talismano. Senza contare che alla base del Balcone del Trionfo, da cui il sovrano si affacciava sul cortile del castello, è scolpita una giara, l'emblema dell'Ordine della Giara, fondato dal padre di Alfonso, Ferdinando il Giusto: era sì una delle onorificenze più importanti del regno, ma anche una coppa». Che Forte ipotizza potesse rappresentare, appunto, il Sacro Graal.
Un trono in fiamme e uno stupefacente balcone che, rovesciato, assume le sembianze di un grande calice (vedi foto). Ma c'è un'altra misteriosa immagine che, nelle giornate più lunghe dell'anno, durante il solstizio d'estate, compare nella Sala dei Baroni, l'antica Sala del Trono, luogo di intrighi e congiure: un libro aperto, colpito dai raggi del sole. Raggi che penetrano dal finestrone più grande della stanza, sul lato ovest del cortile, «creando sul muro opposto - spiega Forte - una sagoma ben definita, che ricorda la forma di un libro aperto e sale fino al centro della parete». Qual è il significato di questa immagine? Davvero siamo in presenza di un messaggio cifrato lasciato da re Alfonso? Gli appassionati della leggenda del Graal ne sono convinti. Così come sono convinti che l'antico Chastiau continui a nascondere segreti.
Domenica 25 Novembre 2018, 14:38
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