Adiletta, crac pilotato e false fatture:
16 indagati dalla Procura di Bologna

Giovedì 7 Ottobre 2021 di Nicola Sorrentino
Adiletta, crac pilotato e false fatture: 16 indagati dalla Procura di Bologna

Inchiesta «Speed», un presunto fallimento pilotato e un giro di false fatture. C’è questo a fare da sfondo all’inchiesta ora conclusa dalla Procura di Bologna nei riguardi di Mario Adiletta, 49enne noto imprenditore di Nocera Inferiore, attivo nel settore del trasporto merci. Sedici in tutto le persone indagate: tra queste la moglie Luisa Balzano, il nocerino Pasquale Pepe, unici tre attinti all’epoca da misure cautelari prima della revoca del Tribunale del Riesame. Con la notifica della chiusura indagine, per le sedici persone - tra le quali ci sono anche alcuni componenti della famiglia Adiletta - ci saranno venti giorni di tempo per chiedere di essere sentiti dal pm o presentare memorie difensive. L’indagine aveva registrato il sequestro preventivo di 11 società nel mondo dei trasporti e di beni per un valore complessivo di 50 milioni di euro. Le difese sono impegnate, a riguardo, a preparare ulteriore ricorso dinanzi al Riesame.

L’inchiesta ruota, invece, intorno ad alcune operazioni finanziarie, che contestano il trasferimento fittizio della sede legale di una società in provincia di Salerno a quella di Bologna. Le accuse vanno dall’associazione a delinquere finalizzata al trasferimento fraudolento di valori, auto riciclaggio, sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte, bancarotta fraudolenta e semplice. Risultati di un’inchiesta che è durata quasi 2 anni. Mario Adiletta è assistito dal legale Nobile Viviano, mentre Pasquale Pepe dall’avvocato Luigi Calabrese. Durante gli interrogatori di garanzia, Adiletta spiegò che ogni operazione era stata «fatta in maniera trasparente come previsto dalla legge». Inoltre, aveva respinto le accuse di essere vicino alla criminalità organizzata. Nelle sue indagini, la Guardia di Finaza esaminò la storia societaria di una cooperativa di trasporto merci con sede nell’Agro, la cui sede legale era stata fittiziamente trasferita nel 2016 in provincia di Bologna, poco prima del fallimento. La coop era gravata da debiti erariali per oltre 25 milioni di euro. Stando alle accuse, diverse operazioni ritenute sospette avrebbero portato alla luce i collegamenti della società fallita con altre imprese, che avrebbero indebitamente beneficiato di ingenti crediti di imposta creati ad hoc attraverso fatturazioni infra-gruppo prive di reali giustificazioni economiche. Questo «sistema» prevedeva il cambio di nome della società, lo spostamento della sede, la cessione delle quote societarie e l’affidamento delle cariche relative ad amministrazione e liquidazione a soggetti compiacenti. Furono sequestrati anche 19 milioni di euro, una villa con piscina del valore di 500mila e un impianto di recupero rifiuti a Nocera, la cui titolarità sarebbe stata fittiziamente attribuita dai coniugi a un prestanome incensurato. Con l’indagine chiusa, le sedici persone rischiano ora il rinvio a giudizio. 

Ultimo aggiornamento: 19:08 © RIPRODUZIONE RISERVATA