Attacco hacker a un’azienda
alterata la gamma di prodotti

di Nico Casale

Continua a mietere vittime, nel Salernitano, il potente virus informatico “Cryptlocker”, in grado di inibire pc e server dell’ignaro utente di turno. Per sbloccare il tutto, il “ransomware”, letteralmente “riscatto della merce”, chiede una somma di denaro da pagare entro un termine perentorio, spesso accompagnato da un conto alla rovescia sul desktop. Ma, il più delle volte – avvertono gli esperti di sicurezza informatica – pur pagando, non si è certi di rientrare in possesso dei propri archivi. 



Nella rete criminale degli hacker sono finiti farmacie, uno studio di commercialisti, un’agenzia immobiliare e anche un giovane che, dal proprio smartphone, pensando di aprire una mappa, ha visto svanire nel nulla tutto ciò che era in memoria. 
“Attenzione abbiamo criptato i vostri file con il virus Cryptolocker”: è la scritta apparsa sui monitor dei computer di una fabbrica di prodotti dolciari a Salerno. “L’unico modo per ripristinare i file – continua l’avviso – è quello di pagare noi. In caso contrario i file verranno persi”. Dunque, addio a fatture, gestionale del magazzino e documentazioni varie. Come riesce il virus ad intrufolarsi nei sistemi informatici privati? Questa volta, gli hacker hanno intercettato una email di un cliente e sostituito l’allegato con un file zip (diffusissimo perché usato per comprimere i dati), contenente il Cryptolocker. Insomma, cambiano le modalità di aggressione, ma la tecnica è sempre la stessa. 
Proprio come le malattie virali che contagiano l’uomo possono variare d’intensità e potenza, anche la variante cyber conosce più gradi, in base ai quali muta l’importanza dell’attacco. Lo sanno bene i titolari di un’azienda produttrice di metalli, in provincia di Salerno, i quali, oltre a non aver più accesso ad alcun dato, hanno visto sfornare dalle proprie apparecchiature strane forme metalliche, assolutamente non programmate. Quello che poteva sembrare lo scherzo di un dipendente burlone, si è trasformato nella triste certezza di essere vittima di un hacker. È bastato dare uno sguardo agli schermi dei computer per rendersi conto che il “ransomware”, oltre ad essere penetrato nel ciclo di produzione, aveva oscurato completamente i documenti. E puntuale arriva la richiesta di riscatto: pagare in bitcoin (modo veloce e soprattutto anonimo per incassare) 4.000 euro, che però i titolari hanno scelto di non saldare. Il danno è stato quantificato in circa 10.000 euro: si è reso necessario anche reinstallare i software di produzione, in precedenza alterati. 
Giovedì 26 Gennaio 2017, 07:40 - Ultimo aggiornamento: 26-01-2017 08:19
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