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Bancarotta del consorzio Cite: 3 manager
nei guai per il crac da 750mila euro

Giovedì 21 Aprile 2022 di Angela Trocini
Bancarotta del consorzio Cite: 3 manager nei guai per il crac da 750mila euro

Tre indagati per la bancarotta della società Cite, il consorzio interprovinciale trasporti ecoambientali, fallito nel 2020. I tre amministratori che si sono succeduti negli ultimi anni (dal 2014-2015 fino al fallimento dichiarato con sentenza il 27 ottobre di due anni fa), Carmine Gallo, Giuseppe Vicidomini e Orazio Russo, non potranno esercitare l'attività di impresa e ricoprire uffici direttivi di persone giuridiche e imprese per 12 mesi (Gallo), 8 mesi (Vicidomini) e 6 mesi (Russo).

Misure interdittive temporanee che sono state adottate dal gip Piero Indinnimeo del Tribunale di Salerno che ha anche disposto, a carico solo di Gallo, il sequestro preventivo per equivalente di automezzi e somme di denaro per oltre 750mila euro. A quest'ultimo, infatti, è stata contestata sia la bancarotta patrimoniale per la distrazione di beni e altre utilità, sia l'articolo 11 della legge tributaria per la sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte (i debiti con l'erario sono stati stimati in un milione e 600mila euro) mentre gli altri due indagati rispondono di bancarotta documentale e preferenziale.

Le indagini del Nucleo di polizia economico finanziaria della Guardia di Finanza di Salerno sono iniziate in seguito al fallimento della società consortile salernitana che operava nel settore della raccolta dei rifiuti solido urbani per vari comuni delle province di Caserta (la maggior parte) e di Salerno come ad esempio, Mercato San Severino, Campagna, Pontecagnano Faiano, Giffoni Valle Piana. Attraverso la relazione del curatore fallimentare, l'analisi e l'esame della documentazione contabile e dei bilanci e dai numerosi riscontri eseguiti presso una serie di soggetti con cui negli anni erano stati intrattenuti rapporti commerciali, i finanzieri del comando provinciale (agli ordini del tenente colonnello Oriol De Luca) avrebbero evidenziato una serie di presunte condotte ritenute penalmente rilevanti a carico dei tre amministratori picentini (residenti tra Giffoni Valle Piana e Montecorvino Rovella). Secondo le accuse, in relazione all'ipotesi di bancarotta documentale, gli indagati avrebbero tenuto i libri e le scritture contabili in modo da non permettere la ricostruzione del patrimonio della società consortile fallita, riportando nell'attivo dello stato patrimoniale numerosi crediti divenuti non più esigibili, omettendo una svalutazione degli stessi e ritardando, al tempo stesso, l'emersione del dissesto. Inoltre, sempre secondo la ricostruzione dell'accusa del pm Stefania Faiella, sarebbero stati eseguiti pagamenti preferenziali a beneficio di creditori non privilegiati, a danno del restante ceto creditorio rappresentato per la maggior parte da ex dipendenti e dall'erario, in un periodo in cui era già conclamato la stato d'insolvenza. E, per uno dei tre indagati, sono stati contestati anche atti fraudolenti per impedire la procedura di riscossione coattiva ad opera dell'Agenzia delle Entrate.

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Per quanto riguarda la distrazione di beni, le indagini condotte dal Nucleo di polizia Economico Finanziaria (agli ordini del tenente colonnello Claudio Molinari) hanno permesso di ipotizzare la sottrazione agli asset - sui quali soddisfare le pretese creditorie - sette autoarticolati, quattro autovetture (di cui una di lusso) e somme di denaro per un importo complessivo di 754.573,25 euro. Le indagini a carico della società consortile, che sono ancora in corso, è una di quelle operazioni che rappresentano un concreto esempio delle attività a contrasto dei reati di natura economico finanziaria ed hanno l'obiettivo di tutelare l'integrità del tessuto economico specialmente per quanto riguarda la correttezza e lealtà nelle transazioni commerciali.
 

Ultimo aggiornamento: 10:00 © RIPRODUZIONE RISERVATA