Sprofondo Sud: nel Cilento
la sete infinita nella terra ricca d’acqua

Giovedì 9 Settembre 2021 di Gigi Di Fiore
Sprofondo Sud: nel Cilento la sete infinita nella terra ricca d’acqua

«Il Cilento non è più terra senza acqua». A fine agosto, Gennaro Maione, avvocato ex sindaco di Ceraso, da 5 anni presidente del Consac il consorzio che gestisce la distribuzione idrica ai 55 comuni cilentani, ha annunciato la fine dell’emergenza. Dopo un quarto di secolo. Dal basso Cilento a confine con la Basilicata all’alto Cilento da Agropoli e Paestum, niente più acqua razionata specie d’estate quando arrivano i turisti, niente più rubinetti a secco? Il presidente Maione ne è convinto: «Abbiamo avuto una stagione estiva senza problemi per le forniture nelle aree di Montecorice, San Mauro e Pollica. Si è fatto tanto anche nelle zone interne. Tutto al meglio al netto, ovviamente, di qualche sbavatura». Già, le «sbavature». Restano, come i piccoli serbatoi che fanno bella posta in ogni attrezzata casa cilentana. In questa area turistica della provincia salernitana, ricca di storia, di belle coste, aree montagnose, l’incubo del rubinetto a secco non è finito.

La Consac le chiama «interruzioni improvvise». Soni i rubinetti a secco. L’incubo dei cilentani. A Pollica, ad esempio, ce ne sono state due il 3 settembre, altre due il 17 e 18 agosto nelle frazioni di Acciaroli e Pioppi. A Castellabate, il paese location del film «Benvenuti al sud», agosto da incubo con 19 interruzioni in giorni diversi. Ascea è stata alle prese con uno stop anche martedì scorso, mentre in agosto l’emergenza si è fatta sentire nei giorni clou del 17 e 18. Per non parlare delle 11 interruzioni tra giugno e luglio. A Pisciotta, rubinetti a secco anche ieri nella frazione Rodio, in un’estate dai 20 stop sin da giugno. Ma ogni Comune ha avuto il suo stop. Spiega Geppino Cilento, sindaco di San Mauro Cilento da anni impegnato nella battaglia sull’acqua cilentana: «Nella nostra terra è chiaro il conflitto tra la necessità di sostituire vecchie tubature logore e la soluzione scelta nell’acquisto di acqua potabilizzata dalle dighe gestite dai consorzi di bonifica».

È la soluzione scelta quest’estate, che qualcuno definisce «privatizzazione strisciante». Porta denaro ai consorzi di bonifica delle dighe, dopo la grande paura del 2017 quando la sete cilentana raggiunse livelli di guardia. Poche piogge e calo del 40 per cento di acqua nelle 9 falde cilentane: Nel 2017, fu dichiarata la «crisi idrica» in Cilento, con inviti a ridurre il consumo d’acqua estivo e l’impegno della Consac a intervenire sulle perdite delle tubature.

«La verità è che nelle viscere della terra del Cilento, come descritto nel dossier Consac sulla crisi del 2017, gira un miliardo di metri cubi di acqua - dice ancora il sindaco Geppino Cilento - L’intero nostro territorio ha bisogno di 20 milioni di metri cubi, che bastano a dissetare 200mila abitanti compresi i turisti. Eppure, non usufruiamo dell’acqua di cui siamo ricchi».

Uno studio dei professori Giuliano Cannata e Pantaleo De Vita ha concluso che al Cilento bastano 600 litri di acqua al secondo. Ma le risorse cilentane si disperdono, anche perché la grande sorgente del Faraone fu collegata con una tubatura senza protezione catodica. Si trasformò in breve in un colabrodo, che disperde acqua da 40 anni .

Scrivono i docenti Cannata e De Vita: «La condotta da Rofrano si divideva tra Sapri a sud e Acciaroli a nord. Oggi la parte meridionale potrebbe essere dismessa, con la sorgente Ruotolo a Sapri, che produce 5000 litri al secondo. Ne vengono utilizzati solo 100 litri al secondo per rifornire l’area tra Sapri e Scario».

Si corre ai ripari, con interventi previsti sulla condotta tra Rofrano e Montecorice. La Regione Campania ha stanziato 5 milioni di euro. La prima gara, quella per le tubature tra Rofrano e Roccagloriosa, si è bloccata per irregolarità. Il secondo lotto della gara, invece, deve ancora partire. Vanno ridotte le perdite nelle tubature arrivate al 70 per cento. L’acqua c’è, ma si disperde, perde forza, e non arriva ovunque, complici le tubature senza protezione catodica.

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Tra il 2018 e il 2020, solo a Castellabate, la Consac è dovuta intervenire d’urgenza 557 volte. Quest’estate, invece, per un guasto alla condotta del Faraone sono stati da allarme i giorni 16 e 17 agosto. Commenta il presidente Maione: «I disagi sono stati limitati a pochi Comuni, mentre in passato senza acqua restava un’area vasta da Celle di Bulgheria a Acciaroli».

Ma la soluzione sembra una pezza, quando c’è da sistemare le tubature. Più facile comprare acqua potabilizzata dalle dighe di Cannalonga e dell’Alento. Meglio acqua con cloro ma sicura, che acqua pura delle sorgenti cilentane. Riparare i tubi impegna, costa e prende tempo. A inizio estate, Donato Pica, sindaco di Sant’Arsenio, ha disposto restrizioni sull’utilizzo d’acqua fino al 30 settembre. L’emergenza idrica resta una spada di Damocle per tutto il Cilento-Vallo di Diano. E molti dei 55 sindaci preferiscono pagare di più l’acqua, presa dalle dighe e potabilizzata con il cloro, senza curarsi della sua qualità. Un paradosso per un’area ricca di sorgenti, con acque dai poteri benefici come a Rofrano o nella frazione Battaglia vicino Tortorella. Il presidente della Consac stima in 500 milioni i costi per riparare le tubature, ma la pensa diversamente il sindaco di San Mauro Cilento: «Ne bastano 35 per rifare 10 chilometri di reti interne ai paesi e altri 20 per le grandi adduttrici. Si ignora la ricchezza idrica del territorio, preferendo pagare l’acqua delle dighe e la sua potabilizzazione ai consorzi di bonifica che ne hanno la gestione guadagnandoci».


(2- continua) 

 

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