Claudio Mandia, i genitori del 17enne morto suicida nel college di New York: «Quanti ragazzi devono ancora morire? La scuola non può tenere certi comportamenti»

L'appello della famiglia a «Chi l'ha visto?»

Claudio, parlano i genitori del ragazzo di 17 anni morto suicida nel college di New York
Claudio, parlano i genitori del ragazzo di 17 anni morto suicida nel college di New York
Giovedì 1 Dicembre 2022, 07:00 - Ultimo agg. 14:48
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«La tortura della stanza bianca». È durato quattro giorni il presunto isolamento di Claudio Mandia, il ragazzo di 17 anni morto suicida nel college internazionale Ef Academy di New York lo scorso 17 febbraio. Di lì a pochi giorni avrebbe festeggiato il suo diciottesimo compleanno e per questo i genitori e le sorelle avevano da tempo prenotato un volo dall'Italia per trascorrere il fine settimana insieme. Mai avrebbero pensato che sarebbero stati accolti in aereoporto da due poliziotti in borghese per ricevere la ferale notizia. 

«Claudio non sta bene. Claudio è morto» si sente dire il padre Mauro Mandia dal professore di italiano del figlio. «A quelle parole è mancato il respiro, è mancato il battito» racconta commossa la madre Elisabetta Benesatto negli studi di «Chi l'ha visto?» dove insieme al marito ripercorre gli ultimi giorni di vita di Claudio e fa un appello affinché altri genitori o ragazzi «vittime di simili maltrattamenti nella scuola» si facciano avanti e denuncino.

Dopo avere frequentato con profitto il primo anno e mezzo di scuola nel college di New York, Claudio – raccontano i genitori – torna a casa insieme alla sorella Martina per le vacanze di Natale. Il soggiorno in Italia però dura più del previsto perché tutta la famiglia, a eccezione del padre, si ammala di Covid ed è costretta all'isolamento. Claudio torna a scuola non il 4 gennaio come da calendario, ma il 25, a corsi già iniziati.

Lo studente – spiega la famiglia – è indietro con le lezioni, per recuperare studia fino a notte fonda e al mattino è spesso in ritardo ai corsi. Gli esami si avvicinano e alla prova di matematica ha la sciagurata idea di copiare da un compagno. I due vengono scoperti, Claudio ammette le proprie responsabilità e la scuola, convocati telefonicamente i genitori, comunica la sua espulsione «per il bene dell'istituto e del ragazzo», spiegano. Inutili le scuse del ragazzo e dei genitori: la commissione disciplinare ha deciso e chiede ai familiari di venirlo a prendere il prima possibile. 

Nel frattempo Claudio viene trasferito, sempre secondo il racconto dei genitori,  in un'ala isolata dell'edificio e chiuso da solo in una stanza. La porta non è chiusa a chiave, ma al ragazzo viene detto di non uscire per nessun motivo, nemmeno per mangiare. Saranno gli addetti della scuola a passare con un carrello, spiega il ragazzo alla madre per telefono, tranquillizzandola. Passano le ore, poi i giorni e il 17enne resta «segregato». «Tutti lì sembrano essersi dimenticati di lui, si dimenticano persino di portargli da mangiare» racconta visibilmente provata Elisabetta. 

Quando finalmente gli viene permesso di ricevere visite dai compagni di scuola in presenza di due sorveglianti, prima della sua partenza, gli amici notano dei segni sul collo di un tentato strangolamento. «Claudio che è successo?» gli chiedono. Ma lui minimizza: «Eh sono caduto nella doccia». «Una richiesta di aiuto, chiedeva di essere fatto uscire» spiega la madre. Un doloroso appello rimasto inascoltato visto che quella notte Claudio prenderà un lenzuolo, lo legherà al letto a castello e si toglierà la vita.

Quando il giorno dopo la famiglia sbarca a New York e viene accompagnata al college, i genitori riferiscono che è stato loro negato l'accesso nell'edificio e Martina, la sorella iscritta nella stessa scuola e ancora ignara dell'accaduto, è costretta a ricevere la terribile notizia della morte di Claudio in auto. 

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Come recita il testo della denuncia che la famiglia Mandia ha presentato contro l'Ef International, «l'nsensibile disprezzo dell'accademia nei confronti di Claudio ne ha causato la morte». Ma non si è trattato di un caso isolato: la pratica dell'isolamento, che la scuola nega di avere mai applicato, «era già stata comminata l'anno prima a un amico del ragazzo, che aveva poi tentato il suicidio». All'epoca era stato proprio Claudio a evitare la tragedia, accorgergendosi in tempo degli atti autolesionistici e salvandogli la vita, spiega in studio la famiglia. 

«Quanti ragazzini devono morire perché la scuola si convinca che non può tenere questi comportamenti?» si chiedono Mauro ed Elisabetta, che da febbraio si battono non solo per ottenere giustizia, ma per raccogliere le testimonianze di chi ha subito altri simili abusi a scuola. «È importante scardinare questo sistema. Puoi mettere in conto un incidente, un tumore, ma non che tu mandi il tuo ragazzo in una scuola e lo trovi morto. Le regole possono essere scardinate. Una scuola privata, per quanto prestigiosa, non è tenuta a rispettare le regole. Quello che è accaduto a Claudio era nelle cose, sarebbe potuto accadere a chiunque». Ecco perché non deve più succedere. 

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