Rapper suicida in carcere a Salerno,
la polizia penitenziaria nel mirino

Sabato 17 Luglio 2021 di Viviana De Vita
Rapper suicida in carcere a Salerno, la polizia penitenziaria nel mirino

Nessuna istigazione al suicidio da parte delle persone che gestirono la detenzione di Giovanni Cirillo, il rapper di origini somale appena 23enne che, lo scorso 26 luglio, si tolse la vita nel reparto del carcere di Fuorni destinato ai detenuti affetti da problematiche psichiatriche. Il pubblico ministero Rocco Alfano ha chiesto l'archiviazione in merito alla pesante accusa ipotizzata nell'immediatezza del decesso ma spunta una nuova ipotesi di reato. La svolta, che ha condotto all'apertura di un nuovo fascicolo, stralciato dal precedente perché non ha alcuna correlazione con la morte del ragazzo adottato dopo la nascita da una famiglia di Scafati, si è registrata in seguito alle perquisizioni disposte dalla Procura negli uffici dell'istituto di via del Tonnazzo.

Sotto il faro degli inquirenti, che hanno aperto una nuova costola investigativa, vi è una disposizione di servizio datata il 24 luglio, due giorni prima del decesso con cui si dispone a carico del giovane rapper, la misura della «grandissima sorveglianza», un regime di sicurezza speciale resosi necessario sulla base degli episodi e delle forme di protesta intraprese dal detenuto che da qualche giorno aveva iniziato lo sciopero della fame e della sete sostenendo di non tollerare più il regime carcerario.

Ebbene proprio quella disposizione di servizio, redatta da due tra i vertici della polizia penitenziaria, è finita ora sotto il faro della Procura che ipotizza si tratti di un falso. La disposizione di servizio, secondo l'ipotesi del magistrato, «non fu mai eseguita non risultando annotata nel registro di reparto di detenzione né il 24 luglio, né nei giorni successivi: la mancata esecuzione della disposizione inoltre si legge nelle carte redatte dalla Procura è stata confermata anche dagli ufficiali e dagli agenti della polizia penitenziaria di turno che hanno dichiarato di non avere mai ricevuto tale disposizione, di non esserne mai venuti a conoscenza e, di conseguenza, di non avervi dato esecuzione».

Tale provvedimento sarebbe cioè stato materialmente redatto dopo il decesso: i due vertici della penitenziaria su cui indaga ora la Procura avrebbero cioè formato un atto falso facendolo falsamente risultare emesso il 24 luglio mentre in realtà lo stesso sarebbe stato redatto successivamente al suicidio avvenuto il 26 luglio. Il provvedimento, rinvenuto all'interno del fascicolo personale di Giovanni Cirillo fascicolo acquisito nel corso delle indagini non risultava infatti mai annotato in nessuno degli appositi registri e gli ispettori di polizia penitenziaria ne ignoravano l'esistenza. Va precisato, però sottolinea il magistrato «che la mancata esecuzione della disposizione di grandissima sorveglianza non è comunque la causa del suicidio: se il provvedimento cioè fosse stato eseguito, esso comunque non avrebbe evitato il decesso».

Cirillo era finito a Fuorni un paio di settimane prima del suicidio, dopo la revoca del regime dei domiciliari che aveva violato quattro volte tanto da spingere la Procura a chiedere e a ottenere un aggravamento della misura cautelare. Il regime detentivo, però, non lo reggeva più. Lo aveva ripetuto più volte dopo la condanna inflittagli proprio il 20 luglio scorso a quattro anni di reclusione per una rapina messa a segno sei mesi prima a pochi metri di distanza da casa sua, a Scafati, con una pistola che poi si scoprì essere un giocattolo. Aveva chiesto di essere trasferito a Villa Chiarugi e voleva parlare con il magistrato. Cirillo era crollato dopo l'incontro avuto con il suo avvocato, il penalista Roberto Acanfora, il giorno dopo la sentenza di condanna infertagli dal gup. L'idea di trascorrere quattro anni dietro le sbarre lo terrorizzava e, per questo, aveva affermato, nel corso di quel colloquio, di volerla fare finita.
 

Ultimo aggiornamento: 18 Luglio, 10:27 © RIPRODUZIONE RISERVATA