«Le vecchie carceri? A Salerno mancano spazi di aggregazione»

Sabato 22 Gennaio 2022 di Barbara Cangiano
«Le vecchie carceri? A Salerno mancano spazi di aggregazione»

«A Salerno centro c'è fame di spazi. Paradossalmente mancano luoghi di aggregazione, grandi strutture, padiglioni dove immaginare attività per la collettività, appuntamenti per i ragazzi, doposcuola per i bambini, situazioni di coworking oggi che il lavoro in modalità smart è particolarmente diffuso». Antonia Autuori, presidente della Fondazione della comunità salernitana, si candida a dare un appoggio all'amministrazione comunale per gestire iter a volte complessi che, nonostante le buone intenzioni dei singoli, non sempre finiscono per dare i risultati sperati.

Partiamo dalle vecchie carceri. Partendo dalla premessa che è necessario recuperarle, fosse per lei cosa ci farebbe? «Le idee sono tante. Potrebbero essere un ottimo spazio espositivo alternativo alla Stazione Marittima, perché vederla trasformata in un hub di eventi grida vendetta. Ma del resto, quali luoghi abbiamo? L'Augusteo e la Sala Pasolini che sono teatri, il Salone dei Marmi che trovandosi all'interno di Palazzo di Città ha ovviamente orari un po' rigidi. Per il resto non mi pare ci siano molte altre aree a disposizione della collettività. Le vecchie carceri hanno metrature immense, quindi una parte potrebbe essere destinata ad attività specifiche, un'altra dovrebbe essere riservata per soddisfare i bisogni della comunità. Immagino una sorta di centro sociale, più bello, più moderno, polifunzionale e sezioni dedicate all'arte. Oggi abbiamo palazzo Fruscione che è diventato il punto di riferimento per molte esposizioni, ma lo ritengo inadeguato. E ancora, perché non immaginare un ponte con l'Università rendendo questi luoghi storici vitali grazie alla presenza degli studenti?»
Allo stato il Comune sta lavorando su due progetti: cohousing sociale per le carceri femminili e un centro di ricerca e innovazione per quelle maschili. La convince?
«Sono una sostenitrice del cohousing, purché sia figlio di un progetto serio e seguito passo dopo passo. Non basta mettere un certo numero di persone insieme e poi non lavorare sul fronte dell'integrazione, altrimenti il rischio è quello di riproporre gli storici problemi delle case popolari. Sono favorevole a patto che si lavori sull'accoglienza e sull'inclusione. Farne solo abitazioni non ha alcun senso. Quanto alla ricerca, ovviamente è una tematica importantissima, se legata a un partner forte. Bisognerebbe capire quegli spazi che tipologia di attività consentono e su questo individuare un soggetto da coinvolgere per dare corpo a quella ricerca. In generale, guarderei a più ipotesi. Ci sono ottime scuole di teatro o di danza costrette ad arrangiarsi, ci sono tanti ragazzi che non hanno stimoli. Prevederei una destinazione sociale non univoca anche per non incorrere in un altro pericolo, quello della ghettizzazione aprioristica. Ad esempio, vedrei benissimo il cohousing con altri tipi di attività che possano servire ad aprire questi edifici al resto della città».
Come mai, dopo anni di dibattito, siamo ancora a questo punto?
È un fatto per me assolutamente misterioso. Credo che molto abbia giocato l'ostacolo dell'accessibilità. Non si è mai ragionato seriamente su come rendere più agile la mobilità. Sono fermamente convinta del fatto che in un luogo puoi mettere la cosa più bella del mondo, ma se non mi consenti di arrivarci con serenità, resterà lì in solitudine. Per questo ritengo sia fondamentale sì, ristrutturare le vecchie carceri, ma anche riqualificare tutta la parte alta del centro storico».
Pare che sia una delle zone maggiormente in sofferenza della città. È d'accordo?
«Non conosco bene il tessuto sociale che lo abita, ma ho la sensazione che sia stato abbandonato. Molti residenti si lamentano della sosta selvaggia, però è anche vero che non c'è modo di trovare un'area di parcheggio, l'ascensore pubblico delle Fornelle chiude alle 21 e non sempre funziona».
Ma lei non ha notato un peggioramento della situazione?
«Manca il senso di responsabilità. Del resto hanno fatto il grande sbaglio di togliere l'educazione civica dalle materie scolastiche. C'è un degrado legato alla movida, c'è scarsa educazione».
Come Fondazione vi siete chiesti in che modo potreste collaborare?
«Facciamo chiarezza. Le Fondazioni non sono associazioni che hanno necessità di contendersi spazi. Abbiamo una visione diversa, che è quella di mettere in rete le collettività in un'ottica inclusiva. Se lo vorranno, siamo disponibili ad affiancare l'amministrazione comunale come catalizzatori di realtà propositive».

© RIPRODUZIONE RISERVATA