​Vecchio, il pittore di Paestum
morto nella sua casa-atelier

di Erminia Pellecchia

0
  • 145
«Ora che la gioventù è defunta e si rimane in verticale con la schiena in tangenziale la pittura è l’unica chimera superstite». È l’incipit dell’ultimo libro di Sergio Vecchio, «Le stanze dell’eremita» (edizioni Oèdipus), presentato lo scorso gennaio a Paestum, nel “suo” museo. E, nella pittura, luogo della mente e dell’anima, ha riposto il suo corpo d’artista, rigenerandosi alla sua linfa vitale, il dolore fisico annullato dalla voglia di continuare a costruire il suo «atlante della memoria», dice Angelo Trimarco, «il disperato sogno di un racconto totale dove passato prossimo e passato remoto si combinano fino a formare un linguaggio nuovo, libero», gli fa eco Fulvio Irace.

Due critici che oggi piangono l’amico scomparso. Settantuno anni, ogni giorno pronto a ripartire da zero. Stava scrivendo un’altra pagina del suo diario per immagini e parole di un «viaggiatore notturno» nei territori della Magna Graecia – una mostra da realizzare in primavera - quando ieri mattina alle 8, forse un ictus, il suo cuore forte si è fermato. Era nella casa atelier di Paestum, la vecchia abitazione di famiglia a due passi dalle mura poseidoniate, trasformata in una galleria d’arte con l’antico mescolato al contemporaneo, l’Itaca di colori e visioni in cui nuotare, lontano dal caos di Salerno, nelle acque profonde del mito. 

C’erano la moglie Bruna, performer e animatrice culturale, e la figlia Viviana, scrittrice. Il secondogenito, Marco, pittore sulle orme paterne, era in viaggio alla volta di Venezia, l’inutile corsa per riabbracciarlo. La notizia della morte si è diffusa in poco tempo, un tam tam che ha raggiunto Napoli, Roma, le città delle sue trasferte vittoriose. Nel giro di poche ore messaggi – il sindaco Vincenzo Napoli ha espresso il suo cordoglio per la «perdita dell’amico» e quello della città «per la scomparsa di un artista illustre e generoso» - e il viavai dei colleghi a lui più legati come Pietro Lista, Angelomichele Risi, Enzo Cursaro, Enzo Bianco. Affranti il critico d’arte Massimo Bignardi che ha curato l’installazione del 2016, «Le stanze dell’eremita», all’interno della vecchia fabbrica Cirio, Gabriel Zuchtriegel, direttore del Parco archeologico di Paestum, che lo ha voluto spesso al suo fianco, i galleristi Lelio Schiavone che gli ha sempre aperto le porte del Catalogo, e Paola Verrengia per quella personale nell’aria ma sempre rimandata. 
Studi al liceo artistico Sabatini e all’Accademia di Belle Arti di Napoli, il primo incontro con la classicità Vecchio l’ha avuto quando, per «un caso fortuito», scherzava, è venuto al mondo sulle vecchie pietre dell’antica Poseidonia-Paestum.

Un campione Vecchio, lui che da ragazzo militava nella squadra di Capaccio. Un gabbiano, come gli piaceva definirsi, che ora sorvolerà altri orizzonti. L’addio oggi, alle 14, nella Basilica paleocristiana di Paestum, dove si era sposato.
Lunedì 12 Febbraio 2018, 06:28 - Ultimo aggiornamento: 12-02-2018 06:28
© RIPRODUZIONE RISERVATA



COMMENTA LA NOTIZIA
0 di 0 commenti presenti

QUICKMAP