«Mio padre morto in solitudine al Ruggi
dateci un luogo per salutare i nostri cari»

Mercoledì 2 Dicembre 2020 di Monica Trotta

«Mio padre è morto da solo in ospedale, non deve più succedere». Il dolore di Francesco Savino è forte. Suo padre Sergio è scomparso a 64 anni venerdì scorso. Era uno skipper, aveva fatto l’attore, aveva combattuto la malattia come un leone ma nella fase finale aveva avuto bisogno di un ricovero al Ruggi. Era nel reparto di oncologia dal 18 ottobre, una data che suo figlio ha ben impressa perché da quel giorno non ha potuto più vederlo per le disposizioni legate al Covid. Il dolore più grande è che non è riuscito a stargli accanto nella fase terminale della malattia e soprattutto nel momento doloroso del trapasso.

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«Ho ripensato spesso alla frase di Cesare Pavese “Inutile piangere. Si nasce soli, si muore soli”, un pensiero quanto mai attuale in questo periodo storico. Ma non possiamo non considerare quanto risulti raccapricciante, inumano ed inaccettabile morire in solitudine» dice Savino, 24 anni, una seduta di laurea in Giurisprudenza fissata per 14 dicembre alla quale per un destino beffardo il padre non potrà esserci. Il Covid in questa storia non c’entra, se non indirettamente, perché a causa del dilagare del virus è impedito l’accesso dei familiari ai reparti dove sono ricoverati i loro cari e questo accade anche nel reparto oncologico dove ci sono pazienti fragili a volte in condizioni terminali.

«Ho potuto constatarlo personalmente quello che racconto - dice Savino - I pazienti le cui condizioni vengono ad aggravarsi durante il periodo di permanenza in ospedale, finiscono soli, senza la mano, una parola di conforto, lo sguardo di un familiare, di un amico, che lo accompagnino nel trapasso tra la vita e la morte». Il giovane racconta di essersi accorto negli ultimi giorni che le condizioni del padre si erano aggravate perché non rispondeva neanche più ai messaggi che gli inviava sul telefonino. Ha capito che aveva i giorni contati ma non ha potuto far niente, non è riuscito a parlargli e tanto meno a stargli accanto. «Medici e operatori sanitari fanno il possibile per sostituirsi ai familiari, ma lo sguardo di una persona cara non è surrogabile quando si è prossimi alla fine» dice con dolore Savino. 

 

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