Salerno, il direttore del Dsm Corrivetti sull'abuso di alcol: «Gli adolescenti bevono
per la logica del branco»

Il direttore del Dsm di Salerno Corrivetti: molti ragazzi oggi hanno bisogno di additivi che aiutino la socialità

In aumento l'uso di alcol tra i giovani
In aumento l'uso di alcol tra i giovani
di Barbara Cangiano
Lunedì 27 Maggio 2024, 06:10 - Ultimo agg. 09:11
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«Non si beve per piacere. Quanto per aderire alla logica del branco. Per non sentirsi da meno. Per avere un “additivo” che aiuti la socialità in particolare dopo il lungo periodo dell'isolamento da Covid-19. Se a questo ci si aggiunge l'uso di sostanze stupefacenti nuove, create per enfatizzare la dipendenza, il risultato è presto detto».

È questa l'opinione di Giulio Corrivetti, direttore del Dipartimento di Salute mentale dell'Asl.

Dottore, secondo lei perché è così diffuso l'uso di alcol tra i giovanissimi?
«L'altro giorno ho chiesto a una 18enne perché beveva e mi ha risposto: perché non c'è niente altro da fare».

E quindi?
«Abbiamo di fronte due prospettive. C'è una legge nazionale che vieta la somministrazione di alcol ai minori, ma è altrettanto evidente che si cerca di trasgredire e questo fenomeno è dilagante perché siamo in presenza di una forte fragilità emotiva. Quindi si beve per cercare il consenso, per ottenere l'approvazione del gruppo. È un modus che può portare comportamenti emulativi virtuosi o, come in questo caso, delittuosi, a seconda del contesto sociale in cui si inserisce».

Il Covid ha influito?
«Sicuramente sì. I più giovani vengono fuori da un periodo di isolamento sociale che ha determinato la necessità di trovare stratagemmi per facilitare le relazioni, per rendere più semplice e fluido lo stare insieme. In questo senso l'alcol svolge una funzione empatica, è un ammortizzatore del vuoto che prescinde dalla volontà di condividere un momento con una persona anziché con un'altra. C'è una forma di spersonalizzazione che attiene appunto alla logica del branco. Poi c'è da considerare anche un altro fenomeno».

Quale?
«Oggi non abbiamo più a che fare, in linea generale, con l'alcolista tradizionale. Prevale anche tra i più adulti lo stile nord europeo del bere insieme con modalità di abuso. È un comportamento sociale pubblico paradossalmente più semplice da controllare.

Va registrato un cambio di tendenza, considerato che, per quanto attiene i minori, non è solo l'alcol la causa scatenante di comportamenti aggressivi come quelli che si sono registrati in piazza della Libertà».

Si riferisce all'uso di stupefacenti?
«Innanzitutto il solo abuso di alcol in determinate fasce di età comporta dei rischi per la salute perché non si sono ancora sviluppati gli enzimi necessari per la metabolizzazione di queste sostanze. Poi l'esperienza ci insegna che in molti casi abbiamo a che fare con poli-abusi. Quindi all'acol si associano sostanze che non sono i cannabinoidi di vecchia generazione, quelli “puri”, per intenderci, ma sostanze che entrano con estrema velocità sul mercato e creano forti dipendenze. Nei laboratori non si fa neppure in tempo a comprendere con cosa siano tagliati i cannabinoidi classici che già ce ne sono di nuovi in circolazione e questo significa che i consumatori non sono neppure consapevoli di quello che stanno assumendo. Il che rende ulteriormente complesso anche per gli addetti ai lavori andare a lavorare sul problema delle dipendenze».

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