Omicidio Lamberti, le motivazioni della sentenza: troppi gli omissis di Pignataro

di Petronilla Carillo

SALERNO - Omicidio Lamberti, il gup Sergio De Luca ha depositato la sentenza. Una sentenza ben articolata nella quale il giudice, che ha condannato Antonio Pignataro a trent’anni di carcere, spiega il perch della sua decisione. Una sentenza che stata dettata da una serie di incongruenze che emergerebbero dal racconto di Pignataro. Un racconto al quale il giudice, stando al dispositivo emesso, sembrerebbe non credere. Innanzitutto per alcune contraddizioni con le carte dei processi di quegli anni, quindi con il racconto dei testimoni dell’epoca e anche con la versione dei fatti fornita, trentadue anni fa, dal giudice Alfonso Lamberti, vero obiettivo dei sicari. Ci sarebbe in particolare un dettaglio che stona nel racconto dell’imputato. Pignataro avrebbe detto che il giudice, che solitamente attraversava il centro di Cava de’ Tirreni, quel giorno avrebbe cambiato strada, andando per la Nazionale. E che questo cambiamento avrebbe fatto sì che lui perdesse le tracce dell’auto e non potesse trovarsi al posto prefissato nel piano per bloccare la vettura a bordo della quale viaggiava il magistrato con la piccola Simonetta. Ma quella famosa 127 bianca, a bordo della quale vi era Pignataro, compare negli atti del vecchio processo: ne parla il giudice stesso e ne parlano anche alcuni testimoni oculari dell’epoca. Così come pure, non avrebbe convinto il giudice ciò che Pignataro ha raccontato in merito ai mandanti di quell’omicidio. Ha fatto i nomi soltanto di quelli ormai defunti ma, stando ad alcune ricostruzioni dei fatti, ce ne sarebbero stati altri. Così come, alla fine, l’ex cutoliano, non avrebbe mai approfondito nelle sue dichiarazioni il movente dell’omicidio. Il suo ruolo nell’attentato, stando a quanto da lui stesso raccontato, avrebbe dovuto consentirgli di «passare il test» per l’ammissione nel gruppo camorristico. Fallito l’agguato, Pignataro ha raccontato di essere stato minacciato da Apicella. Mentre, dagli atti dell’epoca, questo dettaglio non emergerebbe essendo stato lo stesso Pignataro a minacciare una donna perché fornisse l’alibi ad Apicella dando così elementi importanti per ritenere che, invece, lui fosse ben inserito in quel gruppo criminale. Secondo quanto raccontato di recente da Pignataro, invece, l’agguato fu preparato da Francesco Apicella, “Franchino ’o pazzo” (sebbene la sentenza del 1988 riteneva quest’ultimo uno degli esecutori materiali) in quanto le inchieste condotte dal giudice Lamberti lo avevano infastidito e voleva vendicarsi. Nel frattempo, però, Apicella è morto.

Considerazioni, queste, che però non inificerebbero il senso di rimorso e il dolore provato nel ricordare quel giorno e il male fatto alla bambina. Sensazioni, queste, che sarebbero secondo il giudice veritiere.

Considerazioni, queste, che andrebbero a coincidere anche con quelle fatte dal sostituto procuratore Vincenzo Montemurro che ha riaperto il caso e che, a margine dell’udienza della settimana scorsa, ha espresso la sua volontà di proseguire con le indagini per «accertare tutto». Come il ruolo svolto in quella vicenda da Salvatore Di Maio, “tore ’o guaglione”, che è tra quei cutoliani che nel 1988 furono assolti per il delitto di Simonetta Lamberti (sentenza passata in giudicato).
Giovedì 10 Luglio 2014, 11:22
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