​Teresa e Antonio, da Salerno a New York:
«Scampati all’inferno delle Torri Gemelle»

Domenica 12 Settembre 2021 di Luca Marfé
Teresa e Antonio, da Salerno a New York: «Scampati all’inferno delle Torri Gemelle»

«Voglio andare a casa». Lo gridava allora, vent’anni esatti fa, l’11 settembre 2001. Lo ripete adesso, nel suo racconto di pianto e con fare quasi ossessivo, mentre la sua mente, le sue emozioni e il suo cuore chissà che giri fanno. Teresa Loguercio oggi ha 55 anni, da Sassano in provincia di Salerno è arrivata a New York bambina nel ’79. E, mentre le Torri Gemelle si sgretolavano sotto gli occhi del mondo, lei gli occhi suoi ce li aveva puntati dritti proprio al di là del vetro della sua finestra. Perché è proprio lì che lavorava al tempo.

«Wall Street, roba di un paio di isolati dalle Twin Towers. Un ufficio che per estetica era come un acquario, con una vista spettacolare», si interrompe di colpo, poi si riprende. «Una vista, però, che quel giorno avrei preferito non avere». Già, la vista sull’inferno. «Entravamo sempre verso le 8:30 del mattino e l’11 settembre 2001 c’era un cielo bellissimo, blu come sa essere blu solo a New York. Ciò che non sapevamo, naturalmente, è che quel cielo sarebbe venuto giù, assieme a tutto quanto il resto». Parla al plurale e cita, oltre ad alcune colleghe, una collega assai speciale, la sua sorella gemella Anna. «Siamo state il primo abbraccio l’una per l’altra. La prima Torre era una colonna di fumo e fiamme e la prima cosa che abbiamo pensato è stata un elicottero, chissà, un incendio». L’unica cosa chiara è che non era affatto chiaro che cosa diavolo stesse succedendo: «C’era il caos, ma nessuno poteva mai immaginare tanto, neanche a Hollywood. Peggio di qualsiasi film, peggio di una guerra». Peggio che doveva ancora venire. «Guardo a sinistra e vedo il secondo aereo, mi accorgo subito di una traiettoria strana, come fosse fuori controllo o magari col comandante completamente ubriaco. Urlo - e lo urla mentre lo rivive e lo racconta - “Oh mio Dio! Dove sta andando?». Scoppia in un pianto, che deve aver pianto ancora più forte anche allora. «Dritto nell’altra Torre! L’esplosione, lo scoppio, il boato, il fuoco, i frammenti. Le radio, gli schermi, tutto: tutto parlava di noi, di ciò che ci stava piombando addosso e intorno». 

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I pompieri, i poliziotti, gli americani in generale. Eroi addestrati o improvvisati di un’America costretta a resistere. Una missione quasi impossibile che Teresa sintetizza in un’unica “fotografia”. «Una zona di guerra. Eravamo finiti in una zona di guerra». Eppure non c’era più tempo, nemmeno più per pensare. Perché la seconda Torre colpita è stata la prima ad andare giù. «Manhattan era una palude di cenere. Le facce, le fiamme, poi persino il secondo crollo. I piani dei grattacieli che si schiacciavano gli uni sugli altri, uno a uno, come un terremoto su un giocattolo di costruzioni. Le urla sempre, come per la consapevolezza di non poter fare nulla. Persone cucinate come in un forno, in trappola tra acciaio e cristallo». 

Riecco l’istinto, però: «Voglio andare a casa». Libera i suoi ricordi: «In ufficio eravamo prigionieri, bloccati. Il luogo veniva considerato sicuro e dunque non ci lasciavano uscire. Io e Anna chiuse dentro, per via del rischio polveri e caos. Ma forzando la mano abbiamo raggiunto i varchi del palazzo e, nonostante l’ordine preciso di non far entrare né uscire nessuno, abbiamo forzato ancora e ci siamo riversate in strada assieme ad altre migliaia di persone. Chiunque aveva qualcosa di rotto o almeno qualche segno di sangue. Chiunque provava pure ad aiutare gli altri». Teresa adesso cambia tono. Sembra un paradosso, ma accenna un sorriso, Stati Uniti di nome e di fatto: «Siamo stati uniti». Lascia intendere, cioè, che sia la migliore America che abbia conosciuto mai. Unita, appunto. Solidale, umile, umana. «Pronta a rimboccarsi le maniche, a cercare fin sotto all’ultima delle macerie, a seguire le voci di chi era ancora vivo». Qualche lacrima e tanta forza: «I volontari hanno lavorato H 24. Dormivano a turno là vicino, in una chiesa diventata un monumento. Con le grandi compagnie che facevano a gara per offrire loro pasti e vesti. Insomma, una colossale olimpiade del bene». E allora ancora a piedi, fino al Queens, a Long Island, a Brooklyn. E proprio a Brooklyn suo marito: Antonio Curcio, 56 anni, originario di Sanza in provincia di Salerno. Imprenditore e mago dei panini col suo “Anthony & Son Panini Shoppe”. Una leggenda da queste parti, assieme al figlio Sabino, altro personaggio incredibile. Antonio in America c’è arrivato nell’88 e la sua Teresa, nella loro Williamsburg, non l’ha mai aspettata come quel giorno. Era tutto ciò che entrambi desideravano, che lei desiderava. «I wanna go home, voglio andare a casa». Eccoli. Sani, salvi e più forti di prima. Come del resto l’America stessa, intera, tutta. 

Ultimo aggiornamento: 19:01 © RIPRODUZIONE RISERVATA