Treofan Battipaglia, il lavoro c'è
ma i nuovi proprietari sono spariti

di Adolfo Pappalardo

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Inviato a Battipaglia

«La nostra rabbia è non sapere chi è il nemico, non sapere chi abbiamo di fronte. Almeno per combattere», dice Luigi Picariello un ex dipendente che ha ceduto il suo posto in fabbrica al figlio trentenne e ora lotta insieme a lui. Ci sono padri e figli al presidio davanti i cancelli della Treofan di Battipaglia, moderna fabbrica di film di propilene che è anche l'ultimo avamposto italiano dell'ex impero della chimica dei Ferruzzi e poi della Montedison che prospereranno grazie al genio di un Nobel come Giulio Natta. Avamposto passato al gruppo indiano Jindal che da metà dicembre ha fatto svuotare i magazzini merci, ha bloccato le attività e ai 78 dipendenti dell'azienda della piana del Sele ha comunicato in burocratese che «sono esonerati da qualsiasi attività lavorativa, fermo restando la retribuzione». E da quel giorno, come tanti tenenti Giovanni Drogo nel Deserto dei tartari, attendono inermi il loro destino. E il nemico che verrà. Perché verrà: «Ci chiuderanno», dicono convinti al presidio i lavoratori sapendo che questa attesa sia solo l'anticamera. Eccolo il nemico senza volto. Solo che l'azienda in questione macina utili, ha commesse dall'Italia e dall'estero e ogni anno i dipendenti, quasi tutti laureati in chimica o ingegneria e con un'età media di 35 anni, si sono visti riconoscere il premio di produzione. E questa diventa la storia all'incontrario di una fabbrica a cui lo stesso gruppo proprietario vuole imporre l'eutanasia.
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Domenica 20 Gennaio 2019, 08:30 - Ultimo aggiornamento: 20-01-2019 17:23
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