Ucciso per un debito di droga,
resta in carcere uno dei sospettati

Martedì 6 Luglio 2021 di Nicola Sorrentino
Ucciso per un debito di droga, resta in carcere uno dei sospettati

 La Corte di Cassazione ha confermato la misura in carcere per Carmine Alfano, detenuto e imputato per l'omicidio di Armando Faucitano, depositando le motivazioni che hanno ritenuto infondato il ricorso. La decisione era stata già presa dal tribunale del Riesame di Salerno a febbraio scorso, dove i giudici avevano accolto l'appello della Procura dopo la scarcerazione del 37enne per motivi salute, ritenendo compatibili le condizioni fisiche e psichiche dell'imputato con il regime di custodia carceraria. Alfano è imputato per l'agguato di camorra in cui venne ucciso Faucitano, nell'aprile 2015, insieme ad altre tre persone. L'indagine condotta dalla Dda ricostruì il possibile movente, legato ad un debito di droga. Il delitto fu consumato nella periferia di Scafati. L'iter legato alla misura del carcere per l'imputato aveva registrato rigetti diversi per le richieste di sostituzione della misura del carcere con quella dei domiciliari, da parte di gip e Riesame e poi anche dalla Corte d'Assise con una perizia, ancora dal Tribunale della Libertà a novembre 2020. A gennaio scorso, invece, i giudici disposero la scarcerazione per «incompatibilità delle condizioni di salute col regime carcerario». Questo, in ragione di gravi danni alla salute del detenuto «derivante dal protrarsi della carcerazione, sottolineando che il rischio da Covid-19 era concreto nei confronti di Alfan in ragione delle patologie respiratorie da cui è affetto e della necessità di continui trasferimenti presso strutture esterne, resi difficili per l'attuale situazione».

La Procura aveva impugnato la decisione, ribadendo la necessità del carcere e chiedendo disponibilità di altri centri clinici rispetto alla struttura di Siracusa, dove Alfano è detenuto. La Cassazione, nel ritenere infondato il ricorso, ha confermato il carcere per lo scafatese. Nel valutare i documenti della direzione sanitaria, i giudici della Suprema Corte scrivono: «La nota, per di più, non evidenziava rischi specifici di salute con riferimento al contagio da Covid 19, limitandosi a rimarcare che la pandemia rendeva problematici i contatti con le strutture esterne. A tali considerazioni si deve aggiungere il mancato approfondimento da parte della Corte di Assise della possibilità di trasferimento del detenuto in altro Istituto. Non sussiste, in definitiva, la manifesta illogicità della motivazione denunciata nel secondo motivo di ricorso: il Tribunale del Riesame ha valutato tutti gli elementi a disposizione e ha ben evidenziato la mancanza di elementi nuovi sopravvenuti di portata tale da permettere alla Corte di Assise di sostituire la misura della custodia cautelare in carcere con gli arresti domiciliari, superando la presunzione di legge di adeguatezza della misura più grave».

Ultimo aggiornamento: 14:06 © RIPRODUZIONE RISERVATA