Green pass, Andreoni (Tor Vergata): «Un diritto per chi ha un vaccino riconosciuto»

Lunedì 2 Agosto 2021 di Graziella Melina
Green pass, Andreoni (Tor Vergata): «Un diritto per chi ha un vaccino riconosciuto»

«Che ci siano persone che si ritrovano senza Green pass solo perché si sono vaccinate all'estero è un'assurdità». Secondo Massimo Andreoni, direttore di Malattie infettive del Policlinico Tor Vergata di Roma e direttore scientifico della Società italiana di malattie infettive e tropicali, tutte le certificazioni vaccinali rilasciate da strutture sanitarie ufficiali di qualsiasi Paese, anche fuori dall'Unione Europea, «dovrebbero essere assolutamente approvate e accettate. E quindi considerate valide al pari di tutte le altre certificazioni rilasciate in Italia».

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Come mai così tanti paletti per ottenere una certificazione che dovrebbe essere valida ovunque e allo stesso modo per tutti?
«È un'assurdità. Ritengo che tutti i vaccini che sono stati approvati da Ema, l'Agenzia europea del farmaco, se hanno seguito una corretta schedulazione vaccinale, devono essere comunque considerati validi. Ovviamente, una volta che il vaccino viene approvato non può essere considerata una discriminante il Paese dove uno lo riceve. È la validità del vaccino che deve essere considerata, nient'altro».
Eppure, molte persone che lavorano all'estero e si sono fatte inoculare uno dei vaccini approvati, e già somministrati in Italia a milioni di persone, ora rischiano di essere discriminati.
«Questo non deve avvenire. Ripeto, le certificazioni vaccinali, in qualunque paese vengono rilasciate, dovrebbero essere assolutamente considerate valide».
Se non si trova una soluzione, nel caso sia necessaria la somministrazione di una terza dose, la faccenda rischia di complicarsi ulteriormente.
«Certo. Ma non soltanto per gli italiani vaccinati all'estero, anche per gli altri cittadini stranieri che comunque hanno fatto quel tipo di vaccinazione che dovrebbe essere riconosciuta in Italia. È una situazione inspiegabile. Perché lo stesso vaccino fatto in Francia è valido, se viene somministrato in un altro Paese del mondo non lo è più?».
Invece, per chi si è vaccinato con Sputnik, come si risolve la questione?
«La situazione diventa un po' più complicata, visto che si tratta di un vaccino che non è riconosciuto ancora da Ema. Ritengo però che le vaccinazioni dovrebbero comunque essere accettate per se stesse».
Potrebbe servire un test anticorpale prima di dare il Green pass?
«No. Esistono anche in Italia persone che hanno fatto la vaccinazione, ma che poi non hanno sviluppato anticorpi. Il giudizio sulla correttezza degli anticorpi purtroppo funziona fino a un certo punto. Effettivamente, sappiamo che la risposta alla vaccinazione è molto individuale. Non credo insomma che questa verifica sia una strada giusta».
Anche i volontari che si sono fatti somministrare il vaccino Reithera sono rimasti fuori dal sistema del certificazione verde. In questo caso come se ne esce?
«Per tutti coloro che in qualche modo si sono sottoposti ad una vaccinazione sperimentale che abbia avuto una buona risposta, come in questo caso, credo che sarebbe non corretto non premiarli con il Green pass, una volta che la vaccinazione abbia avuto effetto, ovviamente. Insomma, se è certificata la risposta alla vaccinazione, i volontari che hanno ricevuto le dosi del vaccino andrebbero riconosciuti come vaccinati».
Secondo lei il Green pass è comunque uno strumento indispensabile per poter gestire in sicurezza questa fase di recrudescenza pandemica?
«Certamente. Credo stia già dando degli effetti. E poi il Green pass diventa una spinta e una motivazione per alcune persone a vaccinarsi. In questo senso, ritengo che sia stato uno strumento che va mantenuto e rinforzato. Effettivamente, sta funzionando bene, soprattutto fra i giovani. Mi sembra che molti, pur di ottenerlo, si sono vaccinati».
 

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Ultimo aggiornamento: 10:35 © RIPRODUZIONE RISERVATA