Piorrea, sintomi e rimedi: ecco le regole d'oro per risolvere il problema

Parla l’esperto: “Gli impianti non vanno messi a caso, serve rispettare le regole della natura”

Piorrea, sintomi e rimedi: ecco le regole d'oro per risolvere il problema
Piorrea, sintomi e rimedi: ecco le regole d'oro per risolvere il problema
Sabato 7 Maggio 2022, 11:56
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Il 10% della popolazione mondiale, con più di 50 anni, ha subito una perdita totale dei denti. In termini tecnici si chiama edentulia, una patologia che, nel 35% dei casi, è provocata dalla parodontite, volgarmente chiamata piorrea, di cui soffrono, secondo i dati del Global Burden of Disease, quasi 800 milioni di persone nel mondo: “Il dato più eclatante -spiega Stefano Scavia, professore in Chirurgia orale e Implantologia all’Università Bicocca di Milano- è che i Paesi economicamente più ricchi e sviluppati presentano una percentuale di popolazione totalmente edentula più alta. Un aspetto questo che fa riflettere: i pazienti che possono permettersi più cure dentali sono paradossalmente quelli che conservano meno denti in bocca”.

Come può accadere? Sono diversi i motivi, fra i più rilevanti ci sono gli errori nel trattamento della parodontite. Il primo è la diagnosi tardiva: “I segni clinici della malattia -dice Scavia- sono caratteristici, eppure si fatica a individuarli perché, ad oggi, sono davvero pochi i professionisti che hanno compiuto un percorso di specializzazione adeguato alla pratica corretta e completa della parodontologia. Accade così che, spesso e volentieri, sia proprio il paziente a segnalare il problema al proprio medico, il più delle volte quando ormai la situazione è grave e cronicizzante ed altrettanto spesso è il medico stesso a fornire soluzione vaghe e per nulla risolutive (‘faccia l’ablazione un po’ più spesso’ oppure ‘usi uno spazzolino diverso’). Talvolta si arriva addirittura ad improvvisare terapie prive di basi scientifiche, come la ricopertura delle porzioni radicolari esposte tramite otturazioni o ‘rattoppi’ in resine composite. Questo trattamento non solo non risolve il problema ma lo peggiora, causando quello che in gergo tecnico viene definito come un ‘danno iatrogeno’ (atto terapeutico che ha come effetto l’aggravamento di una lesione o di una patologia già esistente)”.

Un altro errore molto frequente risiede nel fatto che molti medici, ignorando le basi dell’evolversi della malattia parodontale e non sapendo come gestirla correttamente, propongano come soluzione al paziente quella di rimuovere tutti i denti, attirandoli con soluzioni apparentemente facili come “i denti fissi in 24 ore” e protesi spesso applicate in maniera non corretta. Rigenerare i tessuti adeguatamente ed inserire gli impianti correttamente è molto complesso, la strada più semplice è quella di posizionare gli impianti in maniera approssimativa e “dove ci stanno” offrendo soluzioni che col tempo si rivelano inevitabilmente inadeguate. Alla base di tutto questo vi è la credenza da parte della maggior parte dei dentisti che togliendo i denti si risolva anche la parodontite: “Questa patologia -afferma Scavia- è causata da batteri specifici, in grado di danneggiare i tessuti di supporto dei denti. Togliendo i denti ed inserendo gli impianti non si elimina la composizione batterica presente nel cavo orale. Questo vuol dire che i danni provocati dai batteri patogeni a carico dei denti e dei tessuti orali continueranno a carico degli impianti dentali e, per di più, a una velocità maggiore. I tessuti pertanto continueranno ad essere danneggiati ed a breve/medio termine si ammaleranno portando alla perdita degli impianti stessi”.

Cosa fare allora?  Il trattamento della parodontite deve sempre iniziare dalla terapia non chirurgica, impostata e sviluppata in base ai dati raccolti: “Obbligatorio -sostiene Scavia- partire da una pulizia superficiale seguita da diverse forme di analisi e misurazione della gravità della malattia parodontale, a questo segue spesso la decontaminazione dei tessuti sub-gengivali, inizialmente manuale e poi coadiuvata da nuove tecnologie come il laser. Il trattamento rigenerativo si focalizza solitamente alle zone del cavo orale colpite in modo più grave. Intorno ai denti naturali consente di ricostruire osso, legamento parodontale, tessuto gengivale, seppur ancora con dei limiti. Il 95% dei casi implantari richiede l’associazione di una o più tecniche rigenerative, ma sono pochi i clinici in grado di rigenerare realmente i tessuti della bocca. La maggior parte dei professionisti, che si avvalgono della terapia implantare, purtroppo si limitano ad inserire gli impianti dove e quando sia ancora possibile, senza tenere conto della corretta morfologia, della funzione bio-meccanica e dell’anatomia dei tessuti di supporto. Riprodurre anatomicamente, strutturalmente e funzionalmente i tessuti del cavo orale, così come sono stati creati in natura, è invece la procedura corretta. Solo in questo modo è possibile ristabilire una funzione completa e fisiologica dell’apparato stomatognatico”.

La ricostruzione di ciò che è andato perso nel cavo orale, la riproduzione quanto più fedele di ciò che è stato in origine creato dalla natura resta l’aspetto prioritario. Ma questo approccio richiede tradizionalmente interventi, disagi, restrizioni importanti che oggi possono essere azzerati: “Laser, tecnologie piezoelettriche ad ultrasuoni, progettazione digitale attraverso complessi software, chirurgia microscopica senza tagli né punti di sutura, utilizzo di materiali biomimetici e fattori di crescita tissutale permettono all’odontoiatra specialista -conclude Scavia- di intervenire in maniera sempre più discreta riducendo tempi, sedute, disagi e dolore. Nella maggior parte dei casi, questo approccio consente al paziente di riprendere le proprie abitudini alimentari e il normale stile di vita fin dal giorno stesso dell’intervento. Tecniche che abbiamo la fortuna di affinare in un gruppo di eccellenza come quello di MIDA (Minimal Invasive Dental Academy), dove si studia per ottenere il massimo risultato e, nello stesso tempo, per ridurre il dolore, i sacrifici, i disagi e le restrizioni richieste ai pazienti che necessitano di sottoporsi a questo tipo di percorso terapeutico. Una frontiera nuova e possibile”.

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