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Variante Xe, il vaccino ci protegge? Dai sintomi al contagio, tutte le domande (e le risposte)

Giovedì 7 Aprile 2022 di Graziella Melina
Variante Xe, il vaccino ci protegge? Dai sintomi al contagio, tutte le domande (e le risposte)

Mentre si pensa già alla prossime settimane senza più l’uso obbligatorio delle mascherine, anche se il numero di contagiati e dei morti continua a essere preoccupante, ecco ora spuntare la variante Xe. “I dati che abbiamo non sono ancora sufficienti per capire come evolverà e se diventerà prevalente - spiega Francesco Menichetti, ordinario di malattie infettive dell’università di Pisa - Ma di sicuro si tratta di un fenomeno atteso da un punto di vista virologico quando si lascia circolare liberamente il virus. Ed è quello che noi in Italia da Natale in poi abbiamo fatto, affidandoci ai comportamenti responsabili di ciascuno, ma senza ricorrere a misure restrittive forti”.

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Quali caratteristiche ha la xe?

La sottovariante xe è il frutto della ricombinazione tra due lignaggi di omicron, la ba1 e la ba2; quest’ultima è la variante che adesso progressivamente si sta sostituendo alla ba1. La xe ha come caratteristica quella di non essere una variante ibrida, come delta-omicron, che è appunto una ricombinazione tra la delta e l’omicron.

Da quanto tempo circola?

È stata documentata la prima volta il 19 gennaio di quest’anno nel Regno Unito. Ma non sorprende che sia stata individuata proprio in quel Paese, visto che dall’inizio della pandemia gli inglesi sequenziano con maggiore intensità e accuratezza. Finora nel Regno Unito sono stati identificati poco più di 600 casi, ma in realtà non sappiamo la diffusione effettiva. Per quantificare i casi, molto dipende dalla capacità di sequenziamento e dall’attenzione che si rivolge a questi fenomeni virologici.

 

In Italia è già presente?

Non lo sappiamo, ma non stupirebbe se fosse già presente, visto che quando una nuova variante viene identificata vuol dire che già circola da tempo. Quindi, è altamente probabile che possa già iniziare a diffondersi anche da noi, contemporaneamente all’incremento della ba2, la variante di omicron.

È più contagiosa?

Non sappiamo se questa sottovariante dimostra un vantaggio di crescita, cioè una maggiore diffusibilità, ancor meno possiamo dire della maggiore patogenicità. È troppo presto per affermarlo, mancano i dati clinici per stabilire il grado di severità di questa sottovariante. Finora, xe rappresenta poco più dell’1 per cento dei sequenziamenti, laddove vengono sistematicamente realizzati.

Il vaccino protegge anche dalla xe?

Non c’è motivo di ritenere che questa sottovariante, in linea teorica, possa mettere in crisi l’effetto protettivo di chi ha ricevuto tre dosi di vaccino. Essendo insomma una ricombinazione tra lignaggi di una variante nota, ossia l’omicron, e avendo relativa dimostrazione che i vaccinati a ciclo completo sono protetti da forme gravi e letali, non c’è motivo teorico di ritenere che il vaccino non protegga anche da questa sottovariante.

Quali sono i sintomi?

Tentare di definire un profilo clinico specifico per la xe in questo momento, in assenza di dati clinici, sarebbe azzardato e non sostenuto da sufficienti evidenze. Ma bisogna ricordare che prevalentemente, trattandosi di omicron, sono ipotizzabili sintomi a carico delle alte vie respiratorie e possono anche essere presenti disturbi a carico dell’apparato gastrointestinale; questi ultimi sono sempre più frequentemente segnalati. Per la cura, tra gli antivirali il molnupiravir è quello che dimostra una interessante attività.

I test diagnostici abituali identificano la positività alla xe?

La sottovariante xe al momento viene identificata dai test diagnostici che correntemente vengono utilizzati. Anche i test rapidi che comunque hanno una sensibilità minore rispetto ai molecolari, riescono a individuare la positività. È importante però ricordare che in questo periodo è ricomparsa l’influenza, seppure non in modo epidemico, ma comunque in modo clinicamente rilevante. Quindi, in caso di sintomi riconducili alla omicron, l’invito è quello di accertarsi della corretta diagnosi.

La xe potrebbe indicare la fine della pandemia?

C’è una forte somiglianza tra omicron, con i suoi sottolignaggi, e l’influenza russa, che fu provocata da un coronarivues umano che fece un milione di morti e che alla fine si trasformò in un raffreddore. Dunque, la progressiva perdita di patogenicità e la trasformazione di un virus che dal polmone passa alle vie respiratorie potrebbe forse essere il futuro che tutti noi auspichiamo.

Per proteggersi da xe la mascherina serve?

Trattandosi di una patologia dovuta sia ad una trasmissione diretta del virus attraverso le goccioline, ma anche per via aerea, la mascherina offre comunque un grado di sicurezza tanto più elevato quanto più usiamo un dispositivo ancora più protettivo. Quindi, se non si riesce a mantenere il distanziamento, se si è al chiuso e non è possibile aerare i locali, meglio utilizzare la mascherina ffp2. Non dimentichiamo che ci troviamo in un momento di massima circolazione e diffusione del virus.

La copertura vaccinale raggiunta finora dalla popolazione può bastare?

No. Ancora bisogna vaccinare chi non lo ha fatto. Questo virus può sembrare probabilmente poco patogeno, ma può essere problematico per anziani e non vaccinati. Non dimentichiamo che in Italia 1milione e 200mila over 70 ancora non sono vaccinati. Serve quindi la massima prudenza, perché non è detto che questi soggetti fragili e non protetti, se si infettano, alla fine riescano a cavarsela con un raffreddore.

Ultimo aggiornamento: 8 Aprile, 08:51 © RIPRODUZIONE RISERVATA