Astronauti in sala operatoria per formare i neurochirurghi del futuro. Paolo Nespoli testimonial del progetto

Istituto Neurologico Besta, Università di Milano, Fondazione Heal e Deep Blue insieme nel progetto Astro-Nets

Astronauti in sala operatoria per formare i neurochirurghi del futuro. Paolo Nespoli testimonial del progetto
di Carla Massi
Giovedì 8 Febbraio 2024, 06:40 - Ultimo agg. 08:25
5 Minuti di Lettura

Astronauti professori in sala operatoria.

Per insegnare ai neurochirurghi di domani come affrontare le situazioni di emergenza senza mai perdere la concentrazione. Come lavorare al meglio in squadra. Come gestire lo stress in una situazione di pericolo. Facendo finta, insomma, di essere in una navicella riuscendo, al contempo, a prendere decisioni, intervenire rapidamente, collaborare in équipe, mantenendo il paziente sempre al centro dell’intera operazione. È la scelta, tutta proiettata al futuro, della scuola di Specializzazione in Neurochirurgia dell’Università di Milano. Astronauti e studenti sono protagonisti del progetto Astro-Nets (Astronauts for Neurosurgery Training Scheme). Nato dalla collaborazione tra l’Istituto Neurologico Besta, la scuola di Specializzazione in Neurochirurgia dell’Università di Milano, la Fondazione Heal che sostiene la ricerca neuro-oncologica e Deep Blue, l’azienda italiana selezionata dall’Agenzia Spaziale Europea per l’addestramento della nuova classe di astronauti.

IL TESTIMONIAL

Testimonial è Paolo Nespoli, classe 1957, astronauta, ingegnere e militare.

Nelle tre missioni a cui ha partecipato (2007, 2010-2011 e 2017) è rimasto nello spazio per 313 giorni, 2 ore e 36 minuti. «Immagina di essere un giovane specializzando in Neurochirurgia: per anni hai studiato, centinaia di ore, e, in sala, hai guardato altri operare. Poi, un giorno, tocca a te. Il training, la preparazione, è fondamentale. Non solo per imparare la tecnica, ma anche per acquisire sicurezza e saper gestire i molti possibili imprevisti. La realtà virtuale o aumentata e l’intelligenza artificiale obbligano a una trasformazione – così il professor Francesco DiMeco Direttore della Scuola di specializzazione in Neurochirurgia dell’Università degli Studi di Milano alla guida del Dipartimento di Neurochirurgia dell’Istituto Neurologico di ricerca Carlo Besta spiega l’idea di unire astronauti e neurochirurghi – Di qui lo sviluppo di strumenti di simulazione che permettano la maturazione della migliore competenza tecnica senza mettere a rischio l’incolumità del paziente. Al contempo, si avverte sempre più la necessità di riscoprire un nuovo umanesimo, che ponga l’accento sulle capacità relazionali e comportamentali del professionista». Uno spazio nuovo è stato creato nella scuola, una sorta di ibrido tra sala operatoria e stazione orbitale. Tra simulatori e robot. Le “materie” da seguire durante i dodici mesi di training vanno dall’allenamento in ambienti ad alto rischio al lavoro di squadra, dalla risoluzione dei problemi al processo decisionale fino all’adattamento a situazioni impreviste. Ma anche la gestione del conflitto, la leadership e l’impatto con l’errore umano. Una piattaforma di simulazione con organi stampati in 3D aiuta a preparare i futuri chirurghi. Paolo Nespoli insegna anche raccontandosi. Riuscendo a unire tecnica, esperienza e emozioni. «Nelle varie fasi delle missioni spaziali, incluso il lancio – fa sapere – non ho mai provato paura perché ero consapevole sia della preparazione degli altri membri del team che erano con me sulla navicella o nei centri di supporto a terra, sia del mio livello di preparazione personale e professionale. Come paziente, mi sono affidato senza paura alle mani degli esperti neurochirurghi del Besta avendo piena fiducia nelle loro preparazione e capacità lavorative. Per questo ritengo fondamentale che i giovani neurochirurghi seguano questo corso per acquisire la necessaria preparazione personale e professionale». D’altronde, in diversi modi, è ben consolidato da tempo il rapporto-scambio tra esperienze in orbita e novità nel campo della medicina. Nello studio dell’invecchiamento (soprattutto osseo) come nell’individuazione di nuove strategie terapeutiche. Dai numerosi disturbi che colpiscono gli astronauti al ritorno dallo spazio, legati all’assenza di gravità e alla produzione di radicali liberi, possono arrivare indicazioni utili per prevenire e curare malattie degli anziani sulla Terra.

IL CONFRONTO

«In questo percorso, l’astronauta e ingegnere Paolo Nespoli è stato preziosa fonte di confronto – fa sapere il dottor Alessandro Perin, neurochirurgo dell’Istituto Besta – Vogliamo capire se anche i neurochirurghi possono beneficiare di un addestramento completo, come avviene già per gli astronauti e per i piloti di aerei. Non è più accettabile formare i medici, compresi i neurochirurghi, mediante un apprendistato che procede anche per tentativi ed errori. Quando saliamo a bordo di un aereo, non ci chiediamo chi sia il pilota, che aspetto abbia, se sia o meno qualificato; ci fidiamo, senza dubbi o paure. Vogliamo che un domani questo avvenga anche per i pazienti che devono risolvere un problema di salute e affrontare un intervento chirurgico». Intervento che, in neurochirurgia, è sempre più frequente anche da sveglio. Con il paziente vigile. Una tecnica che, spiegano gli specialisti dell’Istituto Besta, è adottata per trattare alcune forme di tumore cerebrale, epilessia farmaco-resistente o malformazioni artero-venose. L’ultimo caso, poco prima di Natale all’ospedale di Cremona. Ha suonato due tamburi mentre attorno a lui (39 anni, fisico, ricercatore a Barcellona) un’equipe di medici gli rimuoveva un tumore dall’insula, area del cervello da cui dipendono funzioni come il linguaggio, il movimento e la creatività. «Mai avrei pensato di esibirmi in sala operatoria, mi sembrava di vivere dentro un sogno» è il commento del paziente che fino a qualche anno fa suonava la batteria. Quando i chirurghi gli hanno chiesto di smettere, ha rilanciato: «Posso suonare ancora dieci minuti?».

© RIPRODUZIONE RISERVATA