Covid, Rino Rappuoli: «Anticorpi monoclonali, oggi molecole più potenti e costi minori»

Giovedì 14 Gennaio 2021 di Graziella Melina

Lo studio degli anticorpi monoclonali contro il Sars Cov 2 procede a passi spediti. E l’Italia non ha alcuna intenzione di restare indietro. Nei laboratori della Fondazione Toscana Life Sciences si lavora senza sosta. Rino Rappuoli, lo scienziato a capo del progetto MabCo19, che è stato avviato a fine marzo del 2020 grazie ad un accordo di collaborazione con l’Istituto Spallanzani di Roma e poi esteso anche all’azienda Ospedaliero-Universitaria Senese, è ottimista: «Speriamo di cominciare la fase clinica entro gennaio».

Un obiettivo ambizioso il vostro.

«Vogliamo mettere a disposizione delle persone e del servizio sanitario un altro mezzo per combattere questa pandemia. I vaccini sono importantissimi e vanno fatti, ma non possono essere usati per le persone già infette. Abbiamo bisogno di mezzi terapeutici, e gli anticorpi sono uno degli strumenti in grado di fare guarire le persone positive. Se li avessimo già oggi potremmo salvare tantissime persone».

Come nasce l’idea di applicare questa tecnica per combattere il Covid?

«Stavamo realizzando anticorpi monoclonali per la terapia per i batteri resistenti agli antibiotici e quando è venuto fuori questo virus abbiamo pensato che quello che stavamo facendo poteva essere usato anche contro il Sars Cov 2. Potevamo mettere a disposizione le nostre conoscenze e contribuire a combattere questa pandemia».

Quanto tempo servirà per la vostra ricerca?

«Le prove cliniche che intendiamo fare sono molto veloci, perché in questo caso si applicano sulle persone che sono già infette. Dopo due-tre mesi dall’inizio delle prove, dovremmo essere in grado di avere l’autorizzazione per l’uso in caso emergenziale».

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Ma le nuove varianti del virus potrebbero renderli inefficaci?

«Queste possibilità ci sono. Noi abbiamo già provato il nostro anticorpo con alcune di queste varianti, per esempio su quella sudafricana e abbiamo osservato che riesce a neutralizzarla. Su quella inglese, invece, non sappiamo, perché non abbiamo ancora a disposizione un virus con la variante inglese. Ma dai modelli che abbiamo dovremmo essere in grado di neutralizzare anche quella. Lo sapremo tra un mese».

Che percentuale di efficacia si aspetta?

«Dipenderà molto dalla tempestività della somministrazione. Se diamo l’anticorpo quando le persone si trovano già in terapia intensiva e il virus ha ormai danneggiato i polmoni, si può rallentate il virus però i danni ormai ci sono. Se invece lo diamo presto, mi aspetto che l’efficacia sia altissima».

I costi degli anticorpi, troppo alti, rischiano però di essere insostenibili per il servizio sanitario nazionale.

«È vero. In genere costano alcune migliaia di euro per trattamento, e nel caso dei tumori a volte oscillano tra 70-80 mila euro per ciclo. Grazie a tecniche moderne, noi però siamo riusciti a realizzare anticorpi che sono circa mille volte più potenti di quelli usati in genere. Quindi ne possiamo usare mille volte meno. E i costi sarebbero molto più bassi. La produzione sarà fatta negli stabilimenti di Menarini».

Per un progetto di questo tipo servono grossi investimenti.

«Noi stiamo portando avanti lo studio degli anticorpi grazie a fondi europei, a finanziamenti regionali e ad altre risorse di investitori privati. Pochi giorni fa si è conclusa una raccolta fondi da parte delle maggiori sigle del gruppo Coop, per ora è stata raggiunta la cifra di circa un milione e mezzo di euro. Intanto, stiamo anche discutendo con il commissario Arcuri perché ci sostenga in questo progetto. La ricerca deve proseguire. Questo virus sta cambiando, dobbiamo monitorarlo in continuazione, fare anticorpi nuovi. Occorre combattere il Sars Cov 2 ed essere pronti anche per le pandemie del futuro».

Ultimo aggiornamento: 11:39 © RIPRODUZIONE RISERVATA