Il cardiologo Rocco Antonio Montone: «Diagnosi precoce contro l'infarto, così le coronarie svelano anche recidive»

Giovedì 12 Novembre 2020 di Carla Massi

«Ero un ragazzo del Sud, oggi sono un cittadino del mondo. Con il cuore del Sud». E ride Rocco Antonio Montone, 36 anni, cardiologo del Policlinico Gemelli-Università Cattolica di Roma, vincitore del primo premio “Young investigator award” per la ricerca indetto dalla Società europea di cardiologia. Uno studio diviso tra l’ospedale romano e il Queen Elisabeth Hospital di Birmingham in Inghilterra. Il ricercatore nasce a Bella, neppure cinquemila abitanti in provincia di Potenza, fa il liceo a Muro Lucano e poi tenta la laurea in medicina alla Cattolica. Ce la fa. Dopo la laurea, la specializzazione e il lavoro al Gemelli nell’unità di Cardiologia diretta da Filippo Crea. Sua moglie, Silvia Minelli, è cardiologa come lui e lavora all’ospedale di Viterbo. Hanno due figli, Paolo quattro anni e Maria Elena di dieci mesi.

Il suo studio è focalizzato sui meccanismi che sono alla base dell’infarto. Che cosa avete scoperto?

«L’obiettivo di noi cardiologi, in caso di infarto, è quello di riaprire le coronarie che si sono ostruite e hanno generato l’infarto. Con questa nuova tecnica abbiamo fatto un passo avanti per capire che cosa è successo nell’organismo per scatenare l’attacco».

In che modo avete condotto la ricerca?

«Nel momento in cui facciamo la coronarografia per meglio comprendere la portata dell’ostruzione, e l’angiografia per posizionare lo stent che permette la ripresa del flusso sanguigno, introduciamo una sonda Otc con microscopio dal vivo. La novità sta qui».

La sonda che cosa vi ha permesso di vedere in più rispetto agli esami per immagini di prima?

«Con questa sonda ora è possibile capire bene il meccanismo che è alla base dell’infarto e i fattori che lo predispongono».

La ricerca, come si traduce nel miglioramento della diagnosi e della cura del paziente infartuato?

«Le evidenze scientifiche ci dimostrano che stiamo andando verso una medicina personalizzata. Vuol dire lavorare per “cucire” la terapia addosso al paziente come fosse un vestito. Grazie a questa tecnica aggiuntiva. Arriveremo, per esempio, a non fare l’angioplastica a tutti ma a decidere in modi diversi».

Quale elemento nuovo da voi individuato permette oggi di fare la differenza nel decidere la terapia?

«Abbiamo analizzato i fattori che sono alla base dell’infarto per individuare gli elementi che determinano l’aggressività o meno della patologia. Nostro obiettivo di lavoro, i macrofagi: delle cellule che ci rivelano il livello di infiammazione della coronaria».

Il livello dell’infiammazione, dunque, vi fa scegliere quale strada imboccare?

«Esatto. Possiamo così individuare in anticipo se quella persona ha una condizione particolarmente aggressiva o no. E, quindi, scegliere il tipo di terapia oppure di intervento. Come ho detto, una valutazione “su misura”».

Vuol dire che si potrà sapere in anticipo chi rischia una recidiva?

«Potremo avere molte informazioni in anticipo rispetto ad oggi. Condizione importantissima che aiuta sia noi che curiamo sia il paziente. Che, nel caso di condizione particolarmente a rischio, dovrebbe essere ancora più attento nel seguire le nostre indicazioni. Dalle medicine al cibo fino alla necessaria attività motoria».

Il vostro lavoro è stato considerato dalla Società europea di cardiologia un grande passo avanti verso la cura dell’infarto, lei si aspettava questo riconoscimento?

«Quando lavori a un progetto, speri sempre di riuscire a far sì che sia un punto di svolta per la ricerca. Certo, è stata una grande emozione. Mi ha commosso anche ricevere una marea di auguri e attestati da gente sconosciuta del Sud. Sì, la mia terra è anche in quel premio». 

Ultimo aggiornamento: 14 Novembre, 09:51 © RIPRODUZIONE RISERVATA