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CORONAVIRUS

Coronavirus, il farmacologo Remuzzi: «Il virus resterà 1, 2 anni e poi si esaurirà. Mascherine come cinture di sicurezza»»

Mercoledì 10 Giugno 2020
Il farmacologo Remuzzi: «Il virus resterà 1, 2 anni e poi si esaurirà. Mascherine come cinture di sicurezza»

«Al pronto soccorso non arrivano più malati in crisi respiratoria come sette settimane fa. Qualcosa sta cambiando. Le epidemie si esauriscono, lo farà anche Covid-19, anche se non in tempi brevi. Questa è stata una pandemia che ha unito la gravità della Sars alla contagiosità dell'influenza. Continuerà a stare con noi per uno/due anni. Finché, a furia di circolare, si fermerà». A dirlo in un'intervista a Panorama è Giuseppe Remuzzi, direttore dell'Istituto farmacologico 'Mario Negrì di Bergamo. «Direi che ci sono due ipotesi - evidenzia l'esperto - la prima è che è diminuita la sua carica virale, per effetto anche del lockdown: se stiamo a distanza, ci laviamo le mani e indossiamo la mascherina è evidente che ci arrivano meno particelle virali. All'ospedale di Brescia il virologo Arnaldo Caruso ha visto che gli ultimi tamponi mostravano una quantità di Rna virale molto più bassa di quella di cinque settimane prima. E nell'unico tampone dove la carica era invece elevata, il virus faticava a uccidere le cellule: dopo circa sei giorni ne moriva qualcuna, mentre prima tutte le cellule esposte a una carica virale comparabile morivano in 48 ore».

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I tamponi. «Il Veneto, che ha fatto più tamponi, ha giocato la carta vincente? Direi che è una narrazione inesatta. Il Veneto ha fatto bene, ma sono stati anche fortunati. Un calcolo effettuato dall'epidemiologo Cesare Cislaghi, che si chiama 'replicazione diagnosticà, dimostra come all'inizio, il 3 marzo, ci fossero molti più contagi nell'area lombarda, ma dopo una primissima fase la Lombardia è riuscita a ottenere un calo più rapido dell'epidemia rispetto al Veneto: dopo circa un mese il suo valore di replicazione era 2,3, in Veneto era 3, nonostante quello lombardo fosse un focolaio molto ampio. Come vede, la materia è complessa», risponde Remuzzi. «Non amo i discorsi con il senno di poi. Diciamo che la Lombardia ha scontato un peccato originale, e antico: ha costruito una sanità centrata sul mercato, mettendo in competizione pubblico e privato. Peccato che nel campo della salute il mercato non funziona, noi dobbiamo ridurre il fatturato non aumentarlo, puntare più sulla prevenzione, mentre il privato, che è comunque supportato per il 90 per cento da soldi pubblici, il fatturato deve aumentarlo. E poi, forse, alcune zone lombarde si sarebbero potute chiudere prima», afferma.


Quanto ai tamponi, «non possiamo farli a 60 milioni di italiani, non abbiamo i mezzi, le risorse e i reagenti. Inoltre un esito negativo oggi non esclude il contagio domani. Hanno senso su categorie ben selezionate: agli operatori sanitari di ospedali e Rsa, a tutti i lavoratori a contatto con il pubblico, alle rete di relazioni intorno ai casi positivi. Ci sono dubbi anche sul fatto che siano così affidabili...Attenti - avverte Remuzzi - a non dargli una patente di infallibilità. Dipende molto da chi effettua l'esame: un operatore esperto o un otorinolaringoiatra conosce il punto esatto dove fare il prelievo, altrimenti può esserci un margine di errore non trascurabile. E anche la quarantena, poi, è un problema aperto... In che senso? In Cina era facile: li mettevano tutti in strutture ampie come stadi, con aree separate: i casi più gravi in ventilazione assistita, altri curati con i farmaci, altri ancora giocavano a carte. Da noi sarebbe stato impossibile. Da noi stavano a casa e contagiavano i familiari. E le case, così come gli ospedali e le Rsa, sono diventati veicoli micidiali di contagio».



«La mascherina è come la cintura di sicurezza. Lei la mette giusto? Magari sarà servita di rado, però quell'unica volta le avrà evitato il peggio. La mascherina è uguale: non serve sempre, ma se quello davanti tossisce o starnutisce ed è positivo, meglio che ce l'abbia su. E come lui, tutti. Diverso - prosegue - il discorso per la sanificazione. L'idea della sanificazione è esplosa dopo un articolo sul 'New England Journal of Medicinè. Ma quel lavoro non diceva che il virus poteva contagiare, solo che dopo tot ore, su superficie diverse, c'erano tracce del genoma virale, che è altra cosa. Il fatto di trovare presenza di Rna virale, non significa che ci sia il virus intero con la sua capsula. Non solo. Perché una particella virale possa trasmettere l'infezione occorre che sia idratata, e spesso in presenza di sole e luce non lo è più. Poi bisogna che qualcuno passi subito dopo che quella superficie è stata toccata da un malato, e metta le mani esattamente nel punto dove le ha messe lui. E se anche lo facesse dovrebbe poi mettersi le mani nel naso o strofinarsi gli occhi. Insomma, ci vorrebbe una tale sfortunata serie di coincidenze che lo ritengo alquanto improbabile. Lavarsi le mani è più che sufficiente».

 



 

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