CORONAVIRUS

Reinfezioni Covid, il pericolo è reale? Ecco cosa che c'è da sapere (e i casi già noti)

Domenica 30 Agosto 2020 di Enrico Chillè
Covid, è reale il pericolo di reinfezione? Ecco cosa che c'è da sapere (e i casi già noti)

I recenti casi di reinfezione da coronavirus dimostrano chiaramente come l'immunità dal Sars-CoV-2 non sia permanente. Al momento, ci sono quattro casi ufficialmente riconosciuti in tutto il mondo: un uomo di Hong Kong, un paziente olandese, una donna belga ed un giovane statunitense. Tutti questi casi sono stati confermati come seconde infezioni e non, come inizialmente ipotizzato, delle semplici 'ricadute' dopo un primo contagio. Ecco tutto ciò che sappiamo finora e che può aiutarci ad affrontare i prossimi mesi di convivenza col virus, senza farsi prendere dal panico.

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Reinfezioni, tutti gli studi sul tema

I nuovi casi riconosciuti, attraverso i test genetici, sono stati confermati come effettive reinfezioni. Occorre essere prudenti ma non farsi sopraffare dalla paura, come spiega anche Science Alert, che cita diversi studi. Anche Maria van Kerkhove, direttrice tecnica dell'Oms per l'emergenza Covid-19, ha spiegato: «Non voglio che la gente si spaventi, sappiamo che chi è infetto sviluppa una risposta immunitaria che, però, non dura per sempre. Ad ogni modo, questo non significa che un'infezione non sia in grado di proteggere da malattie future, né che il vaccino sia inutile. Al momento, i casi di reinfezione non ci preoccupano: sono solo quattro accertati in tutto il mondo, a fronte di quasi 24 milioni di contagi».

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Renfezioni, i casi nei Paesi Bassi

In Belgio e in Olanda sono già stati svolti studi su due casi di reinfezione. Uno di questi è un paziente olandese, anziano e con un sistema immunitario debole, la cui situazione clinica è stata studiata dalla virologa Marion Koopmans. «Per motivi di privacy, non posso svelare tutti i dettagli, ma il quadro è abbastanza chiaro: aver sviluppato anticorpi non rende automaticamente immuni da nuove infezioni, ma l'organismo sembra ricordare la malattia precedente» - ha spiegato la dottoressa Koopmans - «Il sistema immunitario, in caso di reinfezione, riesce a reagire prontamente di fronte ad un nuovo contagio e lo dimostra quanto accaduto nell'organismo di un paziente fragile».

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Un altro caso di reinfezione è avvenuto a poca distanza, in Belgio, dove una donna di circa 50 anni, contagiata a marzo, nel mese di giugno è risultata nuovamente positiva. Il virologo Marc Van Ranst ha spiegato cosa è accaduto con questa paziente: «Dopo la prima infezione, la donna aveva sviluppato pochi anticorpi ed è per questo che la reinfezione è avvenuta poco tempo dopo. Avremmo preferito un lasso di tempo maggiore tra le due infezioni, ma questo comunque dimostra che gli anticorpi successivi alla prima infezione non aiutano abbastanza da prevenire infezioni successive. Con tutta probabilità, assisteremo a nuovi casi di reinfezione nel giro di sei o nove mesi».

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Reinfezioni, il caso Hong Kong

Il primo caso, ufficialmente riconosciuto, di reinfezione riguarda un 30enne di Hong Kong che all'inizio di agosto si era recato in Spagna per un viaggio: l'uomo, alla prima infezione, aveva presentato sintomi come febbre, tosse e mal di testa, mentre nella seconda infezione era risultato completamente asintomatico. Ce ne sono poi altri, ancora da accertare, tra Corea del Sud, Francia e Stati Uniti. Ad ogni modo, Florian Krammer, virologo statunitense, aveva già spiegato a Business Insider: «La risposta immunitaria dovuta agli anticorpi è destinata ad affievolirsi col passare del tempo ed i casi di reinfezione sono assolutamente possibili. Quello che accomuna i primi casi di reinfezione è la miglior risposta immunitaria alla malattia, che in alcuni casi può non mostrare sintomi. Non dobbiamo preoccuparci per questi nuovi casi, ma monitorare con attenzione le condizioni cliniche di chi si contagia di nuovo e soprattutto calcolare la percentuale di reinfezioni in rapporto ai casi totali accertati».

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I casi di reinfezione, stando ad alcuni no-vax, dimostrerebbero la scarsa efficacia di un vaccino contro il Sars-CoV-2. Il dottor Krammer, però, non è d'accordo: «C'è un'altissima probabilità di avere sintomi più lievi in caso di nuova infezione. Un vaccino non ci proteggerebbe al 100% dall'infezione, ma aiuterebbe senza dubbio il sistema immunitario a combattere con maggior efficacia la malattia».

Ultimo aggiornamento: 17:51 © RIPRODUZIONE RISERVATA