Covid, Carlo e il diario sul ricovero: «La febbre e la paura: immunità di gregge? Magari ritroviamo l'umanità di gregge»

Martedì 1 Dicembre 2020 di Michele Galvani
Covid, Carlo e il suo diaro sul ricovero: «La febbre, la paura e le cure: ritroviamo un'umanità di gregge»

I dolori, il ricovero, la grande paura. Il Covid che bussa alla porta: Carlo Cattaneo racconta (sui social) la sua esperienza, una delle migliaia di questi mesi. Ma lo fa con umanità e delicatezza, diverse dal solito, mirando al cuore (dei sanitari) e di chi ha la voglia di “investire” qualche minuto per capire realmente cosa significhi la mancanza di ossigeno, la stanchezza, la sofferenza, le cure, i “compagni di viaggio” nel reparto. «Compagno di viaggio», lo chiama questo virus. Carlo ha superato i 50 anni, è tifoso dell'Inter, e spiega tutto con la semplicità di un ragazzino. Proprio come quei bambini che vanno allo stadio e guardano il mondo con passione, ma da un'altra angolazione.

Lunedì 2 novembre 2020

Devo aver pensato a Francis Scott Fitzgerald quando ho intuito di stare male. Male davvero. “Nella vera notte buia dell’anima, sono sempre le tre del mattino”.[1] Proprio l’ora in cui, per intenderci, mi sono reso conto di avere dolori in tutto il corpo e brividi accompagnati da una temperatura sopra i 38° (perché, chiedo, non si trova mai, quando serve, il termometro nell’armadietto dei medicinali?). È iniziato così, senza preavviso, nel silenzio di un letto troppo grande e troppo freddo, il mio viaggio al termine della notte con il virus. Sarà solo uno stato influenzale – mi sono detto -, non farti suggestionare da ciò che vedi e da ciò che leggi, mantieni la calma, ci pensiamo domani.

La colazione

“Solo gli ottusi sono brillanti la mattina a colazione”[2], ed io non potevo certo fare eccezione. Tuttavia, per quanto sbattuto, ero in forze, la febbre appena alterata e non mancava un po’ d’appetito. Preparo il necessario con cura. La mia quotidiana normalità. Le fette biscottate, la marmellata di visciole, qualche biscotto, il cappuccino. Non avevo, però, tenuto conto dell’imprevisto. L’inconveniente in grado di aprire le porte alla paura: l’anosmia completa. Improvvisamente, non distinguevo più gusto e olfatto. Un biscotto e un pezzo di cartone avevano, quella mattina, identico sapore. L’anomalo stupore, quasi divertito, causato da una colazione insapore, ha ben presto lasciato campo libero alla lucida consapevolezza della malattia. Come una crisalide mi stavo trasformando in qualcosa di diverso. Tutto s’è accelerato. Febbre nuovamente sopra i 38°, brividi di freddo, tosse secca fortissima, dolori ovunque, ma soprattutto ai polmoni: insistenti e insopportabili, come causati da una daga infilata tra le scapole.

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Penso “positivo”

Senza esitazioni mi metto in autoisolamento in attesa del tampone prenotato (privatamente) per il lunedì successivo. Subito dopo, avviso tutte le persone con cui sono stato in contatto. Magari passa subito. Ma se non passa? Chiedo consiglio, al solito, al mio medico personale, la dottoressa Elisabetta Cottini, neurologa agli Spedali Civili, già “allenata” suo malgrado, come molti colleghi, dalla tremenda esperienza vissuta la scorsa primavera, con le province di Bergamo e Brescia martoriate dalla prima ondata della pandemia. Proviamo a tamponare con azitromicina, eparina, cortisone e tachipirina, a contrasto di dolori e febbre alta. Le mie giornate trascorrono in altalena. La febbre schizza alta, ma dopo pochi minuti è capace di scomparire. I dolori ai polmoni sono intermittenti, probabilmente rallentati dal cortisone. Uniche costanti, la tosse secca e un’avvolgente stanchezza, non spiegabile a parole che, spesso e volentieri, mi obbliga a letto.

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Lei ha il Covid

«Glielo dico solo sentendola tossire: si metta l’animo in pace, lei ha il Covid». Così, senza giri di parole, mi catechizza l’infermiera del laboratorio privato cui mi sono rivolto per sottopormi al tampone. L’ufficiosa consapevolezza della malattia, credetemi, ipotesi tutt’altro che consolatoria, ha magicamente peggiorato tutti gli altri sintomi: aumentano i dolori diffusi (anche quelli ai polmoni), tosse, febbre, cefalea e la solita astenia. Uno straccio.

Pronto soccorso e ricovero

Dopo nove giorni di costante peggioramento, il pomeriggio dell’11 novembre, non è più il caso di tergiversare e mi reco al Pronto soccorso degli “Spedali Civili” di Brescia dove ad attendermi c’è il mio medico di fiducia. Paradossalmente, la gravità della pandemia tra Milano e Brescia è invertita rispetto a marzo, con gli ospedali ai piedi della Madonnina intasati e in affanno, al contrario di quanto, fortunatamente, sta accadendo a Brescia dove ancora non si registrano sovraffollamenti e la “pressione” è sotto controllo. Dopo una brevissima attesa e l’accettazione di rito inizio i controlli. Parto subito male. Sono debolissimo con qualche linea di febbre, in verità poco più di un’alterazione, e cefalea. Tuttavia, è Il saturimetro (ad oggi ancora il mio migliore amico), a regalare il primo spiacevole verdetto: l’ossigenazione del sangue risulta troppo bassa. A sgombrare il campo da equivoci (e false speranze) ci pensano gli esami ematochimici, la Rx toracica, la Tac toracica, l’ecografia del torace e, ovviamente, il tampone: sono positivo. Ogni meccanismo mentale improntato alla speranza lascia spazio a una nuova certezza: devo essere ricoverato per polmonite da Sars-CoV-2. Vengo proiettato in un’altra realtà, ma il peggio (non certo per colpa sua) arriverà l’indomani, e avrà le sembianze del medico rianimatore.

Reparto “Infettivi Covid”

Poco prima delle 23 mi comunicano la destinazione: reparto Infettivi Covid, terzo piano. Per raggiungere la destinazione devo sostenere un piccolo viaggio. Non si tratta di un’estremizzazione perché, per ovvi motivi di sicurezza, la struttura degli “infettivi” rimane separata dal resto dell’ospedale. Insomma, isolata. Si può raggiungere dall’esterno (non era il caso con una polmonite in corso), oppure, passando dalle “segrete”, sottoterra. Tra enormi tubi e cunicoli, la realtà procede in una sorta di mondo parallelo, l’atmosfera sospesa. A regolarla, d’ora in poi, saranno nuove “leggi sanitarie” che imparerò presto a conoscere. Il rumore sordo delle ruote della barella, amplificato dal silenzio dei sotterranei, resta il ricordo più vivo. Sono in silenzio. Come l’infermiere che mi spinge. Interpreto le fredde e fastidiose luci al neon, che corrono lungo tutto il percorso, come un ipnotico richiamo all’idea di solitudine che dovrò affrontare.

La stanza

Letto numero 22. Un segno del destino. Diego Alberto “El principe” Milito, penso, sarà con me. La stanza – due letti – è tutto sommato ampia (una ventina di metri quadrati) e pure abitata. Di fianco al letto, alla mia destra, una vetrata importante si affaccia sulle colline, cui la notte non riesce a occultare i contorni. Sulla sinistra, a farmi compagnia c’è M., le cui condizioni, non ci vuole uno specialista per capirlo, sono serie. È ricoverato, m’illustra il medico di turno che accoglie il sottoscritto, da un paio di giorni e necessita di ossigeno costante, garantito da un sistema di ventilazione assistita non invasiva. Non può parlare, ci salutiamo discretamente alzando la mano. Per alcuni giorni sarà la nostra modalità di comunicazione, scandita prevalentemente da pollici all’insù e “ciao” con la mano.

Una nuova casa

«Le parlo con franchezza – mi comunica il giorno dopo il medico rianimatore – la sua situazione è grave. I parametri generali preoccupano, il livello di ossigeno nel sangue è basso, i suoi polmoni presentano una lesione del 25% con una litiasi del rene sinistro. A causa dell’insufficienza respiratoria siamo obbligati a intervenire con l’ossigeno (H/24 ndr) abbinato a una terapia che prevede la somministrazione di desametasone, enoxaparina, paracetamolo e paracodina per la tosse. Monitoriamo la situazione ora dopo ora e vediamo come va…». Senza fiatare faccio solo sì con la testa, mentre prendo confidenza con la maschera Venturi. Agghindato come Dennis Hopper in “Velluto blu”, mi rendo conto di avere nuova casa da condividere con M. Lo sarà per otto, lunghissimi, giorni.

Notti

Le prime notti non passano mai. Non riesco a dormire, se non per brevissimi frangenti. La macchina che garantisce ossigeno al mio sodale fa un rumore fastidioso e costante, circostanza che rende impossibile il riposo. Spesso, peraltro, si blocca scatenando il cicalino dell’allarme. Se gli infermieri sono impegnati con altri pazienti possono trascorrere anche diversi minuti prima di essere spento. Il tempo trascorre lentissimo, a ritmo sincopato, mentre la testa, di converso, corre rapidissima e i pensieri si fanno foschi, misteriosi e incerti. Le nostre ombre allungate nella stanza silenziosa, leggermente illuminata da gelidi neon, si proiettano nette sul muro come nelle piazze metafisiche di De Chirico. È forse paura? Forse… Improvvisamente, si ha come l’impressione di entrare in sintonia con qualcosa di tragico. Si tratta di una percezione interiore, indefinita, intima, che prende forma nell’inquietudine generata dal silenzio e dall’alienazione originata dal ricovero.

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Domenica

La domenica tutto è più ovattato, almeno così mi appare. Come se anche le emergenze rispettassero il dì di festa. Il “mondo”, che posso osservare solo attraverso i vetri che separano la stanza dal corridoio interno del reparto, non mostra nessuna particolare agitazione. Quella, per intenderci, che ha contraddistinto i primi giorni del ricovero. Anche M. sta meglio. Poco alla volta sta recuperando. Gesticoliamo tra noi con maggior frequenza, sorridiamo, creiamo un’anomala complicità grazie alle mani, come stranieri incapaci di comunicare con la parola. In alcuni momenti mi sono esercitato, più per sconforto che per raffinato ragionamento, anche all’arte della resa. Sono passaggi psicologicamente obbligati, ma efficaci per reagire. Fastidiosi, sì, come una secchiata d’acqua gelida da evitare, eppure necessari per tornare in noi stessi e continuare a lottare per le persone che portiamo nel cuore, quelle a cui vogliamo bene. Affetti che non meritano di soffrire per (e con) noi, impotenti di fronte a una lotta impossibile da sostenere. Condivido, a tal proposito, le parole di Marco Belpoliti: «Il Covid è la perfetta metafora di qualcosa che colpisce senza che noi possiamo vederlo, il corrispettivo di un’economia guidata da regole invisibili che condiziona da lontano (nel mio caso anche da vicino ndr) le nostre vite e a cui sembra di non poterci in alcun modo sottrarre».[3] In effetti, ci vuole una gran forza interiore per non arrendersi alla malattia e ai bollettini di morte sventolati con troppa frivola leggerezza dai media. Ci vuole una gran forza, altresì, perché, in fondo, ci sentiamo comunque colpevoli, pur nella consapevolezza di non aver sbagliato, di non aver corso inutili pericoli, di aver mantenuto atteggiamenti responsabili. Purtroppo, il virus è tra noi, vive con noi, si replica in noi. E non sempre possiamo limitarlo, perché il rischio di contrarlo è alto per tutti, anche per chi non ha commesso imprudenze. D’altra parte, il Covid è come un fondale melmoso con cui in troppi abbiamo stretto una sgradita conoscenza. Certo, nel folto gruppo dei “positivi” sguazzano anche molti fessi sostenitori del “Non ce n’è di Coviddi”, ma pure molti come me che, pur convinti della necessità di dover convivere con la pandemia, hanno rispettato le regole.

Lo staff degli “Infettivi”

Ho sempre trovato insopportabile la distorsione narrativa, colma di retorica, con cui durante la prima ondata della pandemia venivano dipinti medici, infermieri e Oss/Asa. Una retorica che, in quanto tale, è stata infatti tradita solo pochi mesi dopo. Prendetevi ancora qualche minuto, perché desidero spiegarvi chi sono queste persone. Alla voce “empatia” il vocabolario Treccani recita: “In psicologia, in generale, la capacità di comprendere lo stato d’animo e la situazione emotiva di un’altra persona, in modo immediato, prevalentemente senza ricorso alla comunicazione verbale”. Per quanto riguarda lo staff degli “Infettivi” sarebbe una semplificazione riduttiva, perché, ai miei occhi, hanno rappresentato molto più di questo. Nessuno meglio di loro è stato in grado di vincere il nostro spaesamento e il nostro bisogno d’aiuto, a volte palesemente invocato altre, invece, solo anticipato da una smorfia del viso. Solo meravigliosi professionisti, spinti esclusivamente da spirito di missione, infatti, sono in grado di delimitare i confini della sofferenza e portare un sorriso, una battuta sdrammatizzante, a chi ha perduto la normalità del vivere. Una professionalità che in più di un’occasione s’è trasformata in amore. E cominci a riflettere sulle priorità dell’esistenza, quando, ammiri – è il caso di evidenziarlo – la cura, la gentilezza, l’attenzione con cui medici e infermieri operano sui pazienti sopportando turni massacranti. Come nel caso di M., reso non autosufficiente dalla malattia, ma medicato ogni giorno con sensibilità e premura. Trattamento condiviso, senza differenze, da tutti gli altri ospiti del reparto. Nell’immaginario collettivo, stupidamente, si pensa che sotto il burqa laico costituito da camici, guanti, occhiali, cuffie e copriscarpe, si nascondano dei robot e non degli esseri umani. Eppure, non ho mai assistito da parte loro a un gesto d’insofferenza, non ho udito lamentele per turni di lavoro insostenibili, né lagnanze per dover, ogni giorno, affrontare la sofferenza. Sofferenza spesso acuita, purtroppo, dalla morte di chi non ce l’ha fatta. Esiste, in quei luoghi, un’umanità da indagare, forme autentiche di relazione che personalmente ho interiorizzato. Relazioni che vanno decisamente oltre la responsabilità professionale. Mi riferisco ai medici che, per esempio, si fanno carico di diventare intermediari con i parenti a cui l’ospedale resta, per ovvi motivi di sicurezza sanitaria, inaccessibile. Donne e uomini cui è delegata, non bastasse già tutto il resto, anche un’ulteriore quota di responsabilità, fatta di parole, generosità, solidarietà, ironia, pazienza e umanità, allo scopo di rendere meno pesante la degenza di chi, solo, sente l’assenza dei propri affetti. A tutti voi, grazie.

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La guarigione

Dopo nove giorni di ricovero conditi da paura, ma anche da continui miglioramenti, arriva, finalmente, il momento delle mie dimissioni. Il tampone negativo, peraltro, accelera un percorso che probabilmente sarebbe stato più lento. Nelle ultime 48 ore anche M. è migliorato parecchio, siamo riusciti a parlare, conoscerci un po’. A nostro modo, per quanto fugacemente, ci siamo voluti bene. Come mi hanno voluto bene, e non lo dimenticherò, le persone care, gli amici e gli sconosciuti che hanno speso del tempo per lasciarmi un pensiero sui social, oppure, privatamente. Una scarica di energia in grado di aiutarmi a superare i momenti più cupi, quelli in cui la fragilità si alternava, senza soluzione di continuità, all’incertezza. Il mio racconto non vuole insegnare nulla, non vuole impartire lezioni, non porta con sé pretese così ambiziose. Ognuno, individualmente, senza atteggiamenti talebani e paranoici, si fermi a riflettere non tanto sul presente, ma sul futuro che desidera costruire una volta superata l’emergenza, con un occhio di riguardo alle generazioni che verranno. Il nemico, oggi, è certamente invisibile. La responsabilità che abbiamo nei confronti degli altri, però, non vuole ambiguità, imprecisione e superficialità, perché dipende solo da noi. Piuttosto che pensare all’immunità, sarebbe il caso di puntare a una maggiore umanità di gregge. Chissà, magari la pandemia favorirà questo processo di cambiamento.

 

 

Ultimo aggiornamento: 16:47 © RIPRODUZIONE RISERVATA