Fase 2, comincia l’era post coronavirus con Antimo Caputo: «Napoli c’è, il mondo vuole essere come l’Italia»

Lunedì 18 Maggio 2020 di Luca Marfé
L’Italia riparte, Napoli c’è.

Napoletano fiero, ma cittadino del mondo.
Un mondo che ha visitato e vissuto in lungo e in largo, tra mille altre cose, nell’inventarsi l’internazionalizzazione dell’azienda ereditata da suo padre Carmine, con cui continuano ad affiancarsi.

Imprenditore, appunto.

Ma soprattutto papà e marito innamorato, di sua moglie, delle sue due figlie.

Antimo Caputo, titolare dell’omonimo Mulino di Napoli, ha 48 anni, ma ne dimostra molti di meno e molti di più.

Molti di meno nell’aspetto, con gli occhi vivi dei ventenni che pensano sempre un po’ più avanti.

Molti di più nella saggezza, con la responsabilità ferma di chi, anche in tempi difficili come sono difficili i tempi del coronavirus, pensa ai suoi dipendenti e più in generale all’universo della farina come ad un’unica grande famiglia.

Una chiacchierata tra amici, con un orizzonte di stelle e di strisce a fare da sfondo.
 

Caputo, quanto è difficile per un imprenditore ripartire dopo un momento così?
«È molto difficile, ma può e deve essere stimolante. Comincia una nuova era in cui gli scenari vanno reinterpretati, addirittura reinventati».

L’America come orizzonte di questa chiacchierata. L’America che sta per riaprire. Stato per Stato e con le dovute prudenze. Un po’ per volontà di Donald Trump, un po’, soprattutto, per volontà dei cittadini americani. C’è troppa fretta da loro o c’è troppa prudenza da noi?
«L’America è un Paese che corre di suo. Gli americani sono stati subito accorti e (auto) disciplinati nel barricarsi in casa, ma ora sentono che è giunto il momento di raccogliere i frutti di questo sacrificio. Un po’ come si spera possa essere da noi in Campania. Diciamoci la verità: siamo stai esemplari, ma ora dovremmo almeno cominciare a registrarne i benefici, quasi a mo’ di ricompensa. Non possiamo essere abbandonati ancora in questa sorta di limbo».

L’America fa della Libertà (mi viene da scriverla con la maiuscola) un dogma alla base della sua cultura. A noi può sembrare brutale, ma decidono loro se morire di covid o di fame. E poi, considerazione “secca”: senza soldi non ci saranno ospedali aperti!.
«Cosa rappresenta per un’azienda come la sua il mercato statunitense e più in generale americano? Può essere la vera grande base per una rinascita in un momento in cui l’Europa fatica ancora a guardarsi attorno?»

Il mercato americano rimane in assoluto un’opportunità colossale, la più grande di tutte. Per quanto protetto da regole evidentemente estreme. Dunque grande opportunità, ma anche grande difficoltà e persino qualche rischio. Se riparte l’America, però, riparte l’economia mondiale. Nonostante qualcuno stia provando a rivedere l’intera idea di globalizzazione. Un punto, quest’ultimo, sul quale vale la pena di riflettere un attimo: siamo in una nuova fase della globalizzazione, c’è un spinta fortissima sul fronte della tecnologia e el cosiddetto web power, quindi come persone e come aziende dovremmo riflettere sulla direzione in cui muoverci. Una direzione nuova, libera da schemi vecchi. Tutto cambia molto in fretta: chi si adatta vince, chi si ferma ha perso già.
«Muoverci, sì. New York però è ferma. Le immagini che arrivano da Manhattan, pur essendo oramai “vecchie” di alcune settimane, non smettono di fare un certo effetto».

Cosa pensa a guardare alla città che non dorme mai prigioniera di certe condizioni? Cosa spera?
«La città che non dorme e che non si ferma mai. La città invece spenta, ferma del tutto. Prendiamola con la filosofia di questo strano presente: una sorta di simbolo degli estremi americani».

Qual è la prima cosa che farà Caputo, come imprenditore, non appena saremo tutti quanti fuori da questa follia?
«Tornare in America. Condividere idee e tempo con gli amici e i colleghi lontani che mi sono mancati in termini di ispirazione e di iniziative. Raccontare e ascoltare questa follia che abbiamo vissuto davanti a una buona bottiglia di vino e a una bella bistecca».

«Qual è la prima cosa che farà Caputo, invece, come uomo, non appena saremo liberi? 
«Tornare a navigare. Per godermi la libertà di inseguire l’orizzonte con la mia famiglia e con i miei amici più cari. Oramai famiglia anche loro».

In questa lunga stasi napoletana, e in attesa di tornare al di là dell’Atlantico, quali sono le sue preoccupazioni attorno all’universo food della nostra città? Tutto ciò che anche lei ha contribuito a costruire in questi anni… è perso? Quali sono i rischi di questo dramma? E, soprattutto, come se ne esce?
«Siamo ai famosi rischi, ma opportunità. Siamo al cospetto della sensibilità di chi ama il cibo, sia come filosofia di vita che come socialità diversa. Dovremmo reinterpretare e capire che oggi il cibo buono è anche a casa, come ad esempio nel caso del delivery. Se il cibo nasce buono, arriva buono. Ripensare dunque l’asporto come un’occasione per farci divertire e socializzare tra le mura domestiche, con grande semplicità, senza troppo stupire. Abbiamo riconquistato i tempi della natura. Proprio come gli addetti ai lavori, ora sono in tanti a sapere che panificare richiede del tempo. Ecco, assecondare questo tempo consente di realizzare prodotti straordinari. Teniamoci ben strette queste riconquiste, vere e proprie scoperte».

«Un messaggio di speranza per tutti i giovani pizzaioli che da ogni angolo del mondo guardano a lei come a un punto di riferimento. Per il loro lavoro e per le loro ispirazioni personali. Antimo Caputo: ce la faremo?
«È l’inizio di una nuova era. Nuovi codici comunicativi, nuove sensibilità, nuovi insegnamenti. È stata un’esperienza forte, per certi versi drammatica, eppure origine di messaggi positivi, potenzialmente in grado di partorire donne e uomini migliori.  Io ci credo. Perché credo che la cucina italiana, che sia cuochi, ristoratori o pizzaiuoli, non sia soltanto uno straordinario patrimonio culinario, ma sia anche e soprattutto un inestimabile patrimonio culturale e umano di tutta la nostra nazione. Che a sua volta, insieme al nostro territorio, ai nostri monumenti e a quant’altro abbia di buono e di bello l’Italia, rappresenta una speranza invincibile. Per larghi tratti, il mondo vorrebbe essere come noi. È da questo sentimento, da questo amore, che possono risorgere Napoli e l’Italia». 
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