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Napoli, tre euro per la pizza a libretto: «Qui il cibo “povero” non esiste più»

Domenica 19 Giugno 2022 di Antonio Menna
Napoli, tre euro per la pizza a libretto: «Qui il cibo “povero” non esiste più»

È lo street food per eccellenza, esiste da quando non c’erano nemmeno le street (ma vicoli scalcagnati) e a nessuno veniva in mente di chiamarlo food. Senza scomodare Giacomo Furia che, nell’Oro di Napoli, la mattina apriva il basso di Materdei e stendeva i dischi di pasta di pane che donna Sophia Loren friggeva con grazia in un pentolone d’olio vendendole con pagamento a otto giorni, è sufficiente ricordare le mattinate a Port’Alba per tutti quelli che hanno studiato a Napoli, per sapere cos’è - forse cos’era - la pizza a portafoglio. Un cibo caldo, saporito, veloce e soprattutto accessibile, povero, laddove questo termine non evocava miseria ma popolo. Una margherita un po’ più piccola, con la pasta avanzata la sera prima e rinfrescata, un giro di mozzarella, un’ombra di pomodoro, un filo di olio e piegata bollente nel foglio di carta. Da mangiare per strada, la mattina, camminando, arretrando col corpo per non sporcarsi. Con un prezzo che si componeva in spiccioli. Cinquecento lire, mille lire, alla fine del secolo scorso. E poi un euro, per un tempo lunghissimo. Fino a questi giorni, con una ondata improvvisa di rincari, che hanno portato perfino le mitiche pizze a portafoglio a salire alle stelle. Oggi nel centro storico per comprarla ci vogliono tre euro, dopo per tutta la primavera aveva sfiorato due euro e cinquanta e fino a prima della pandemia arrivava massimo a un euro e cinquanta. È ancora un cibo per tutti? È ancora lo sfamapopolo, con questo costo?


«Diciamoci la verità - esordisce Gino Sorbillo -, la pizza è stata venduta per molto sotto costo, proprio per questa sua caratteristica popolare. Non bisognava andare oltre una certa cifra, sia per quella a portafoglio sia per quella al piatto. Era da tempo che tenevamo i prezzi bassi. Ora la doppia combinazione pandemia e guerra, con l’ondata di rincari sulle materie prime, ha prodotto questo risultato. Per me è inevitabile. Non si poteva più sostenere. Del resto se paghi un caffè un euro e venti, potrai pagare una margherita tre euro, no? Oggi si paga uno spritz cinque euro». «A me il fior di latte è rincarato quattro volte negli ultimi sei mesi, ogni volta con un aumento di venti centesimi - dice con la concretezza dei numeri, Massimo Di Porzio, Pizzeria Umberto a Chiaia e presidente regionale Fipe -. Quasi un euro in più in sei mesi, ed è solo una delle materie prime. Poi ci sono le altre e ci sono i rincari delle utenze. Il gas, l’elettricità, la legna. Noi stampiamo i menù con la stagionalità, aggiornando le nostre proposte. Sono aumentati perfino i costi tipografici. Non c’è una voce che non abbia conosciuto un aumento. L’ultimo tasso di inflazione è stimato al 7%. Non tanto la pandemia quanto la guerra, mi pare aver creato problemi, perché quando riaprimmo dopo le lunghe chiusure eravamo talmente contenti che non pensavamo proprio ad aumentare i prezzi. È chiaro che c’è un rincaro generale che alla fine si scarica sul prodotto finale. La pizza a portafoglio alla fine è una mignon, con un 20% di prodotto in meno. Ma tutto il ciclo della lavorazione è lo stesso. Naturalmente i rincari devono essere cauti e attenti. Cerchiamo di non raffreddare i consumi altrimenti siamo punto e a capo. In fondo una pizza mantiene ancora un suo costo popolare, accessibile». 

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«Noi stiamo provando a tenere i prezzi base delle pizze, dei prodotti di ingresso, fermi, per non scoraggiare la clientela - dice Salvatore Di Matteo, che ha aperto da un anno Pizza madre in via Verdi, vicino piazza Municipio -. I rincari pesano molto ma proviamo a distribuire con cautela sui prodotti, magari di fascia medio-alta. È un gioco di equilibrio. Per fortuna Napoli è piena di turisti e si mantiene una città tutto sommato economica, dove si mangia ancora con poco rispetto ad altre città europee». «Io pagavo l’olio di girasole poco più di un euro al litro, oggi è a quasi tre euro - dice Raffaele Condurro, della storica famiglia della Pizzeria da Michele -. Il fior di latte è rincarato di un euro in pochi mesi. Le bollette di gas e luce sono triplicate. Come potremmo reggere se non ritoccassimo un pochino i prezzi? Naturalmente va fatto con molta attenzione. Non bisogna speculare: una cosa è portare un prodotto da 2,50 a 3 euro, un’altra è aumentare in modo spropositato. Se il ritocco è leggero e sostenibile, come mi pare sia sulle pizze, che sono ancora un cibo accessibile e popolare, la situazione si riesce anche a tenere. Altrimenti, non si regge più». 

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Ultimo aggiornamento: 20 Giugno, 17:39 © RIPRODUZIONE RISERVATA